Il detonatore libanese scatta con Trump lontano da casa e Ryad nel caos. Le solite coincidenze?

Di Mauro Bottarelli , il - 173 commenti


Come sapete, ho l’ossessione professionale (e anche un po’ umana) per le coincidenze. E’ più forte di me, sono vittima della sindrome dei punti da unire e, tendenzialmente, al fato e al caso non credo proprio. Questo fine settimana, forse, ha rappresentato il culmine estremo di questa mia perversione. In perfetta contemporaneità, al netto dei fusi orari, ecco che abbiamo un Donald Trump che prima di partire per il Giappone, prima tappa del suo tour asiatico di ben 12 giorni, preme senza motivi apparenti per l’IPO di Aramco, l’azienda petrolifera statale saudita.

Il tutto mentre proprio a Ryad – in quella che non si capisce se essere un’operazione di stabilizzazione del potere o un golpe mancato – 11 principi vengono arrestati insieme a molti ex ministri per corruzione e ci si scapicolla per un rimpasto di governo lampo. Non basta, poco prima che scattasse la Mani Pulite saudita, diciamo il blitz al Pio Albergo Trivulzio di Ryad, ecco che i ribelli Houthi sparano un razzo contro l’aeroporto della capitale come rappresaglia al raid che mercoledì ha ucciso 29 civili. Qualcuno dice che il missile sia stato intercettato, mentre queste immagini di fonte siriana

ci dicono che avrebbe raggiunto e colpito il bersaglio. E mentre sul palcoscenico di questo gran rimescolamento arabo sale in carrozza anche il ringalluzzito ISIS, il quale rivendica l’attacco contro una caserma della polizia ad Aden, sempre in Yemen, nel proxy dei proxy, ovvero in Libano, scatta l’emergenza politica dopo le dimissioni del premier, Saad Hariri, annunciate in diretta televisiva su Al Arabiya, sottolineando di temere per la propria vita (insomma, non vuole fare la fine del padre) e denunciando la sempre crescente ingerenza dell’Iran nel mondo arabo. Qualcosa di fuori dall’ordinario: il premier libanese che annuncia le dimissioni, di fatto aprendo una crisi politica enorme, dall’Arabia Saudita e attaccando Teheran. Ovvero, Hezbollah e i pasdaran. Leggendo tra le righe, un’accusa nemmeno troppo velata rispetto allo senario geopolitico attuale di intervento sciita: Siria, Iraq e Yemen.

Non so voi ma stavolta, con tutta la buona volontà, non vedere qualcosa di enorme che bolle in pentola e trincerarsi dietro le coincidenze mi pare davvero eccessivo. E, scusate ma anche un po’ ridicolo. O paraculesco, a scelta. Ora, i principali media italiani – come al solito acutissimi nelle loro analisi – hanno evidenziato nei titoli dedicati al caso saudita il fatto che tra i dignitari arrestati ci sia anche il principe Alwaleed, ex socio di Silvio Berlusconi (d’altronde, in Sicilia si sta votando in queste ore e tutto fa brodo) e ch tutti gli arrestati siano in stato di fermo in stanze 5 stelle all’hotel Ritz ma qualcosa non torna davvero. Ovviamente, l’Arabia Saudita sta vivendo un momento di grande transizione e necessita di esportare un’immagine di pulizia in corso rispetto ai fatti corruttivi del passato ma resta il fatto che lo slalom gigante di alleanze compiuto finora, passando dalla storica visita di Donald Trump all’acquisto di armi da Mosca sancito dalla visita compiuta a ottobre da Vladimir Putin, lascia interdetti.

A meno che non si voglia vedere il marcio, visto che l’appello a freddo di Trump per il collocamento di Aramco ha anche un contenuto simbolico: doveva infatti essere la russa Rosneft a fare la parte del leone in quell’IPO, come da accordi fra Putin e il principe regnante saudita non più tardi di un mese fa. Poi, la settimana dopo l’incontro, ecco che il collocamento viene ridotto nel valore, poi posticipato e infine sospeso. Qualcosa è accaduto e ad alto livello, qui non si tratta di decisioni da due diligence. Ryad sta giocando allo specchio con la Turchia e i curdi in fatto di doppiogiochismo nello scacchiere geopolitico? Una cosa è certa: Ryad vuole riprendersi l’egemonia nell’area che l’Iran sta velocemente erodendole, anche grazie alla campagna siriana prima e a quella irachena poi, senza contare l’alleanza di ferro con la Russia. La stretta e l’ondata di arresti di oggi fa parte della strategia, quasi tutta mediatica, di ripulitura del curriculum internazionale in tal senso, incardinata nel programma di riforme strutturali denominato “Vision 2030”..

Ma c’è dell’altro e, in questo caso, ha a che fare proprio con la Turchia. Se infatti Ryad pensava di poter riconquistare egemonia nel mondo arabo attraverso la crisi e l’isolamento del Qatar, ha sbagliato in pieno i calcoli. La Stato del Golfo, anche grazie al supporto di Ankara che ha inviato qualche migliaio di militari ma soprattutto attraverso la chiave delle forniture di gas alla regione, ha bellamente superato l’ultimatum dei Consiglio dei Paesi del Golfo. Il quale, ridotto come influenza al pressoché nulla dell’OPEC di cui è riflesso, ora deve fare i conti con questo:


ovvero, un suo membro tra i più duri contro Doha che ha visto la propria Banca centrale bruciare il 75% delle sue riserve estere rispetto ai massimi del 2014 per cercare di difendere la valuta. Ma una maxi-svalutazione appare alle porte. Ryad, ovviamente, non può permetterselo è sta giocando la carta del sostegno back-door, nonostante il deficit di budget e il fatto che il Bahrain potrebbe necessitare a lungo di supporto, visto che l’FMI prevede che per mantenere in budget in ordine avrebbe bisogno del barile a 99 dollari, contro i 73,1 dell’Arabia Saudita. Al netto dei tagli alla produzione OPEC-Russia utili come l’acqua fresca, qualcuno si attende a breve un balzo del prezzo del petrolio per una crisi regionale sistemica? Per questo Donald Trump spinge per un IPO veloce di Aramco, per agguantare il boccone prelibato in tempo? Difficile infatti pensare che questo pandemonio sia unicamente una tappa della corsa sempre più veloce di Mohamed bin Salman verso il trono, possibilmente con il minimo degli intralci sul cammino.

Ma tout se tient e quindi, ecco che la questione libanese si intreccia a doppio filo con la “rivoluzione in atto” a Ryad. Non solo, come anticipato, Hariri ha comunicato le sue dimissioni dall’Arabia Saudita, clamorosa scelta di campo duramente attaccata da Teheran ma ecco che qualcuno non ha proprio voluto mascherare le proprie emozioni riguardo la svolta in atto:


la mossa libanese deve essere una sveglia contro l’influenza nefasta dell’Iran in Medio Oriente e nel mondo arabo. Musica per le orecchie del Pentagono e dei neo-con USA, i quali nei prossimi 11 giorni vivranno la situazione idilliaca di avere alla Casa Bianca il loro uomo di riferimento, Mike Pence, mentre Donald Trump sarà lontano migliaia di miglia. E con l’unico compito di fomentare i media, affinché continuino a spingere l’opinione pubblica a guardare il dito della farsesca minaccia nordcoreana, invece che i guai interni USA o i possibili nuovi focolai di guerra tra Iraq e Siria. E c’è una ragione per questa accelerazione: giovedì scorso, Vladimir Putin era proprio a Teheran, dove ha incontrato l’ayatollah Ali Khamenei, il quale avrebbe detto quanto segue al leader russo: “Ignorando la propaganda del nemico, il quale mina a indebolire le relazioni fra le nazioni, possiamo annullare l’effetto delle sanzioni USA, utilizzando metodi come l’eliminazione del dollaro e il suo rimpiazzamento con valute nazionali nelle transazioni fra una o più parti. Insomma, isolare gli americani”.

Il tutto, a meno di due mesi dal programmato lancio dei contratti sul greggio cinesi che dovrebbero dar vita al cosiddetto petro-yuan. Insomma, un campo di battaglia a cielo aperto. Se per caso, poi, dallo Yemen in piena fibrillazione, saltasse fuori un casus belli che chiamasse in causa l’Iran attraverso i ribelli Houthi che arma e protegge, allora l’escalation potrebbe davvero essere dietro le porte. Con una bella crisi di profughi (il Libano è il più grande campo di rifugiati a cielo aperto al mondo, oltre 1 milione solo di siriani, più i palestinesi della diaspora) pronta a scoppiare per l’Europa, in caso non scelga la posizione giusta in cui schierarsi nel conflitto. D’altronde, era impossibile che Washington accettasse silente e senza reagire la difesa UE dell’accordo sul nucleare con Teheran, di fatto il primo, significativo allineamento con Mosca. Sbaglierò ma stavolta qualcosa di davvero grosso è all’orizzonte. Mentre Trump è lontano.

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