Disarmati, a volto scoperto, filmando l’azione e poi salutando. Ricordavo un neofascismo diverso

Di Mauro Bottarelli , il - 96 commenti


Tu pensa che stupidi quei ragazzi che negli anni Settanta decisero di stare dalla parte sbagliata e, per questo, pagarono il conto e lo fecero pagare. Pronti a sparare e a farsi sparare addosso, a picchiare e a farsi picchiare, a finire in galera o al camposanto, a rinunciare a una vita normale per la clandestinità, a bruciarsi la gioventù per l’eversione. Bastava infilarsi un bomber pieno di toppe, rasarsi i capelli, infilarsi in un circolo di sinistra a Como per leggere un proclama sgangherato contro mondialismo e turbocapitalismo e il fascismo sarebbe tornato così, in un batter d’occhio. Anzi, in un frusciare di pagina di quotidiano che gira annoiata, menre bevi il caffè al bar. Quotidiani come questi,


in edicola stamattina n totale spregio al ridicolo. Dieci teste rasate e siamo ripiombati nel regime, guarda che roba. E io che mi ricordavo un neofascismo diverso, spesso frutto solo dei racconti dei militanti più grandi. Roba forte. Piazza San Babila come presidio di resistenza alla negazione dell’agibilità politica, la Legge Reale, l’MSI che nicchia e flirta col parlamentarismo, le pallottole, le rapine di autofinanziamento, i passamontagna, gli arresti all’alba con botte incorporate fra cellulare e Questura (sulle scale, si ruzzolava facilmente). Tutto, magari, solo per aver tracciato una celtica su un muro. O, magari, per militare nel Fronte della Gioventù e aver avuto l’ardire di scrivere un tema contro le Brigate Rosse alle superiori. In quel caso morivi, per mano della “Hazet 36, fascista dove sei”. Già, Sergio Ramelli, “sangue, sangue fra i capelli”.

Slogan, tanti. Che riecheggiano nelle orecchie, sordi come il rumore dei lacrimogeni che partono. E poi solo nebbia fitta e corse a perdifiato per evitare l’arresto. O le botte. O la chiave inglese dei kompagni. Ma tu avevi il “ferro”, perché in questa storia non ci sono né vergini vestali, né santi ma, soprattutto, nessun innocente. I lacrimogeni, la loro nebbia finta e infame. La stessa nebbia che mischiavi alla prima boccata di Marlboro a notte tarda, appoggiato al colonnato di San Babila, rigorosamente accesa con i cerini, perché vuoi mettere l’aroma, se la accendi non con il gas del Bic ma con legno e zolfo. Mischiati alla “scighera” milanese prendeva quasi profumo di neve, sembrava di essere liberi in montagna, all’aria aperta. E non a presidiare una giungla di cemento, smog e odio. Che stupidi, quei camerati. Perché loro si chiamavano così, fra di loro. Tanti rischi, tanto sangue, tanto dolore. Subito. E inferto. E poi, scopri che il fascismo torna mettendosi un bomber e farneticando di mondialismo, magari nemmeno sapendo bene cosa sia.

Già, perché cosa è accaduto a Como l’altra sera lo sapete tutti, i telegiornali ci hanno aperto le edizioni, scalzando addirittura il rischio di guerra atomica fra USA e Corea del Nord. E sapete anche quale reazione emergenziale sia esplosa: roba da marziani. D’altronde, come non aver paura per la tenuta democratica del Paese. Tredici naziskins del Veneto Fronte Skinheads, di cui la DIGOS conosce anche il numero di mutande e calzini contenuti nei cassetti, sono entrati in un circolo pro-migranti di Como, hanno letto un comunicato, poi hanno salutato e se ne sono andati via. Ora verranno perseguiti per violenza privata. Immagino per l’irruzione e o presunta tale, perché di violenza nemmeno l’ombra.

Migranti, blitz dei naziskin contro i volontari – Agorà 30/11/2017

Erano a volto scoperto, disarmati, dotati solo di telecamera o smartphone che ha ripreso quella che nella loro testa era “un’azione” degna dei camerati anni Settanta, un po’ dadaista e un po’d’annunziana nel suo squadrismo avanguardista, goffamente educato e un po’ lunare. E non l’hanno ripresa per scopi di propaganda interna o rivendicativi: è finita subito su Internet, divenendo virale per quanto strampalata, non certo nella categoria oltraggiosa dei video dell’Isis. Poi, letto il proclama, tutti via, salutando e dicendo agli astanti che ora potevano tornare a fare ciò che era stato interrotto dalla loro azione: ovvero, “decidere come rovinare la patria”. Anzi, Patria, perché immagino che in cuor degli skinheads vada scritta così. Con la P maiuscola.

Anche se vestono con tutti capi britannici da lumpenproletariat, spesso di sinistra, come la prima palestra multietnica di Londra, la Lonsdale. Anche se ascoltano musica tutta con testi in inglese e buona solo per strane danze che sono, di fatto, risse a tempo di musica. Anche se spesso birra e calcio superano di gran lunga Mussolini e la RSI (epr non parlare dei libri, in molti casi questi sconosciuti) nella classifica di priorità e preferenze. Eh sì, sono davvero un pericolo. Soprattutto per il loro grado di clandestinità, la carica eversiva e la segretezza dell’operato politico. Potrei andare avanti per ora a sbertucciare questo allarme generale ma non ne ho voglia. Per tante ragioni, una delle quali è che – al pari dell’altra emergenza assoluta, le diaboliche fake news putiniane e non – parlare di certe cose garantisce unicamente importanza a chi le denuncia. E, francamente, il mio tempo è troppo poco e troppo prezioso per perderlo con la Boldrini, Renzi o Fiano. O, persino con la Meloni e la sua imbarazzata presa di distanza.

I soloni che albergano le linde redazioni dei giornali che stamattina hanno pubblicato quelle prime pagine da pesce d’aprile, negli anni Settanta chiamavano le Brigate Rosse “sedicenti”. Poi, “compagni che sbagliano”. Poi arrivò la logica da mea culpa ipocrita e filosofeggiante del cosiddetto “album di famiglia”. Molti giornalisti che stamattina si masturbavano l’ego ipertrofico con quei titoli, sublime vendetta per l’altrettanto sublime figura di merda sulla spiaggia fascista di Chioggia, hanno firmato il manifesto contro Luigi Calabresi, ritenuto responsabile della morte di Pino Pinelli, “suicidato” nel cortile della Questura di Milano. Nell’aria c’era ancora l’odore acre dell’esplosivo che aveva fatto saltare in aria la Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana.

Calabresi pagò con la vita, Lotta Continua – fucina di bestialità giovanile di chi oggi vuole salvare il Paese dalla deriva neofascista – si occupò di fare giustizia, la mattina del 17 maggio 1972. Luigi Calabresi, “sbirro” all’antica, fu forse una delle prime vittime delle fake news: per lui si inventarono corsi alla CIA, viaggi d’addestramento negli USA e mani da karateka senza pietà. Era uscito dall’Italia una sola volta, in Spagna. In viaggio di nozze. Perché era sposato. E aveva quattro figli. Uno di loro, Mario, quando il padre venne ucciso, aveva solo 2 anni. Ora ne ha 47. E dirige “La Repubblica”, condividendo la stessa aria di alcuni mandanti morali degli assassini di suo padre. E io dovrei perdere il mio tempo con questa gente e i loro allarmi da borghesi mal invecchiati e ancora peggio vissuti? Lascio volentieri ad altri il piacere di sguazzare in questo letame.

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