La storia la scrivono i vincitori ma state tranquilli: posto libero accanto a Mladic ne resta parecchio

Di Mauro Bottarelli , il - 99 commenti


Ieri attendevamo una risposta da Strasburgo, è arrivata invece dall’Aja. Sempre di tribunali si tratta ma fra la decadenza di Silvio Berlusconi e quella dell’Occidente, la differenza esiste. Perché la sentenza che ha condannato all’ergastolo Ratko Mladic per crimini di guerra non è un atto di giustizia, né tantomeno un pilastro attorno al quale riscrivere la storia del mattatoio balcanico: è una vergognosa coperta di Linus che servirà da precedente per, paradossalmente, garantire le attenuanti generiche a qualsiasi nefandezza verrà compiuta in nome dei diritti umani o presunti tali, da qui in poi. La storia, si sa, la scrivono i vincitori e che la Serbia sia comunque la colpevole a prescindere è cosa nota, non fosse altro per la purga kosovara che ha dovuto patire in nome di una impossibile condanna oggettiva per quanto accaduto in Bosnia. La Serbia non ha scontato colpe connesse a quanto accaduto dopo il disfacimento della Jugoslavia titina, ha pagato la colpa di non voler arrendersi – ancora oggi – a quel disfacimento e, soprattutto, al Risiko geopolitico di riscrittura a freddo di confini e sovranità giocato in punta di cannoni della NATO a Est.

Poi, negare le atrocità della guerra sarebbe assurdo, oltre che intellettualmente disonesto: quale guerra non conta massacri, stupri, mattanze, orrori? Ma, soprattutto, quale guerra non ha come prima vittima gli innocenti, ovvero i civili? Il problema è che le nefandezze per le quali Ratko Mladic creperà in una cella, sono diventate realmente tali per ua ragione sola: l’11 settembre. Srebrenica non è la nuova Auschwitz, come qualcuno vorrebbe ma solamente la cattiva coscienza di un Occidente pusillanime e doppiogiochista che deve far convivere due principi e due logiche: quella del massacro di musulmani in nome dell’abbietto concetto di pulizia etnica, fiore all’occhiello del diritto internazionale del buonismo clintoniano e blairiano, declinato negli ossimori di “guerra umanitaria” e “ingerenza democratica” e quello di guerra permanente al terrore, il quale è di fatto terrore islamista nella retorica neo-con imperante ancora oggi al Pentagono nel Deep State USA. Insomma, occorre far convivere vittima e carnefice nello stesso volto.

E allora, quale migliore maschera del Male se non quella di Ratko Mladic, essendo Slobodan Milosevic morto mentre era alla stessa sbarra? Leggenda e realtà, d’altronde, sono facilmente intercambiabili in contesti storiografici a freddo come quelli andati in scena a L’Aja, un Tribunale che non è affatto emanazione ONU, come molti erroneamente sostengono ma che dell’ONU incarna alla perfezione il vizio capitale: l’ipocrisia. La cosiddetta “Operazione Tempesta” posta in atto dall’aeronautica croata con copertura NATO contro i serbi di Krajina non fu forse genocidio, al pari d Srebrenica? Il capo dei governo bosniaco, Alija Izetbegovic, amico fraterno di quel pacifista a targhe alterne di Marco Pannella, non utilizzò di fatto le brigate islamiche più estremiste per il lavoro sporco nelle enclave del suo Paese, dando vita a una pulizia etnica islamista? Il presidente croato, Franjo Tudjman, operò sempre in punta di diritto?

Fino poi al culmine estremo della mala coscienza, ovvero l’ignavia dei caschi blu olandesi che dovevano garantire proprio la difesa di Srebrenica e, invece, la storia ci dice essersi girati dall’altra parte di fronte all’esercito e ai paramilitari serbi. E vogliamo parlare delle responsabilità politiche della macelleria balcanica degli anni Novanta? Gli USA con i loro piani destabilizzanti, l’Europa imbelle prima e cinica poi, il Vaticano con le sue sponsorizzazioni figlie di un anti-comunismo d’antan? Ma alla sbarra all’Aja, chiuso nella smorfia dura di un militare che risponde solo agli ordini del suo comandante, c’era solo Ratko Mladic. Il Male in giacca e cravatta, comodo e identificabile, perfetto per l’appellativo di “boia” e per gli editoriali struggenti dei giornali su Srebrenica. E le altre Srebrenica, quelle che o non vediamo o di cui siamo complici, ancorché in nome del diritto?

L’assedio di Raqqa o di Aleppo, cosa sono stati? L’utilizzo di fosforo bianco o cluster-bombs, cosa è stato? Gli ospedali, i mercati e i matrimoni colpiti “per errore” cosa sono stati? Il massacro a cielo aperto che i sauditi stanno perpetrando in Yemen con l’appoggio USA e il silenzio ONU, cos’è? Sana’a non è Srebrenica 2.0? Il sangue yemenita è meno rosso di quello bosniaco? E poi, armare, addestrare e supportare l’Isis e Al-Nusra in chiave anti-Assad non è equivalso all’infamia dei caschi blu olandesi? Non è forse lo stesso concetto di doppiogiochismo criminale? Quantomeno, a Srebrenica si trattò di paura di morire per mano serba, almeno così ci dice la storia ufficiale, mentre in Siria si è trattato di scelta a mente fredda, pianificata come pianificata fu l’intera “guerra civile” siriana, talmente autoctona e spontanea da vedere mercenari di 11 nazioni già presenti e operativi in loco nei primi giorni delle “Proteste per il pane” sponsorizzate da Washington.

Il problema e al tempo stesso la soluzione sono però racchiusi nell’arma di distruzione di massa che l’atlantismo ha creato nel frattempo, durante ciò il periodo di incubazione sperimentale garantito dai conflitti afghano e iracheno: il concetto di fake news e di elaborazione del Male a tavolino. Per mesi la retorica è andata a gonfie vele, supportata da media che meriterebbero sbarre ben più severe e credibili del Tribunale dell’Aja e allora non erano più necessari mostri in carne ed ossa come Mladic, incarnazioni del Male in giacca e cravatta, carne ed ossa, urla e gesti. Bastavano le balle della CNN o della Goracci, minima spesa e massima resa di disinformazione.

Poi, però, la decisione russa di intervenire militarmente in Siria ha cambiato la narrativa, svelando un’altra realtà agli occhi di chi voleva vederla, abbassando per un attimo il volume della propaganda atlantista: una realtà fatta di droni che mostrano chi davvero bombarda l’Isis e chi no, una realtà di abusi e violazioni palesi dei codici pur labili della guerra, una realtà di false flag che puntavano – in clima di malaparata e disinformazione – proprio ad accomunare Assad ai macellai balcanici, quando si operò la messinscena con i gas tossici. Giunti al lumicino delle bugie, si tentò addirittura la strada del parallelo estremo, vendendo la bufala del forno crematorio di Assad: era la fine.

Ecco quindi che occorre tornare all’antico, al pre-post-verità: Ratko Mladic è carne e sangue impastati con il Male, la sua faccia è la faccia di ogni Assad o Rouhani o Kim Jong-un che si oppone a un sistema pre-ordinato di valori prima che di assetti geopolitici. Sono il diavolo pret-a-porter, gente che non ha nemmeno bisogno dei colpi di pennello intento nella vernice della menzogna del giornalista di turno. Basta la foto delle donne in lacrime a Srebrenica, il gioco del senso di colpa e del cuore infranto si compone da sé, magari con in sottofondo “Miss Sarajevo” degli U2. E attenzione, perché se Mladic e la sua condanna già domani saranno spariti dai giornali, la logica che sottende la sua esaltazione a vertice massimo del Male arendtiano sta vivendo, reicarnata nell’ultimo stadio della crociata mediatica USA in chiave di warfare. Questo video


ha fatto il giro del mondo, divenendo virale: lo hanno reso pubblico, guarda caso, le Nazioni Unite e ci mostra la fuga e la caccia con tanto di spari del disertore nord-coreano oltre la zona demilitarizzata, atto che ha immediatamente visto Washington gridare alla violazione degli accordi dell’armistizio del 1953. Ma non basta. Di quel soldato, la propaganda ci ha mostrato i vermi nell’intestino, frutto della barbara consuetudine di PyongYang di usare escrementi umani come fertilizzanti. E poi la soldatessa nordcoreana, la quale ha raccontato le condizioni di vita da “Arcipelago Gulag” nell’esercito di Kim Jong-un, tra esercitazioni massacranti e stupri. Condizioni tali da portare tutte le donne arruolate a una condizione di devastazione fisica tale da giungere alla sparizione totale del ciclo mestruale. Non vi ricorda la retorica contro la DDR? Il doping che tramutava le atlete in uomini? E questa foto storica,

non è incarnata oggi in quella del soldato che fugge, inseguito dagli spari e dilaniato dall’interno dai vermi nell’intestino, atroce marchio delle condizioni di vita sotto il dittatore nordcoreano? Nessuno qui intende negare alcunché, poiché il sottoscritto non gode delle certezze di cui si fanno vanto gli USA e l’ONU ma una cosa è certa: stiamo entrando in pieno nella nuova fase della guerra globale. Dopo le bugie imbellettate di verità, ora è il turno della criminalizzazione tout-court attraverso l’incarnazione del Male.

Cominciare con Ratko Mladic era quasi un esercizio di stile dovuto alla nostra cattiva coscienza. Che il mondo ne goda pure, che si sieda sul divano sorseggiando scotch e guardando con orrore misto a soddisfazione la testa d’alce di Mladic appesa al muro come monito verso i fuori linea e i dissenzienti. Ma sia chiaro, all’inferno di posto libero accanto a Mladic ne resta parecchio. Anche se non vogliamo vederlo e pretendiamo di chiudere a doppia mandata le porte del cinema degli orrori del mondo.

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