L’americano medio si preoccupa di avere un tetto sulla testa. Per questo serve la paura permanente

Di Mauro Bottarelli , il - 62 commenti


Ho accuratamente evitato di seguire i dibattiti dei talk-show sull’attacco a Manhattan oggi ma so che erano ovunque, grazie a un rapido zapping. Analisti strategici dappertutto, come se piovesse: ormai la difficoltà è trovare un idraulico bravo, non uno che ti dice come l’ISIS sia ancora una minaccia enorme, soprattutto i suoi imprevedibili lupi solitari (in effetti ci vogliono laurea e master per dichiarare che un radicalizzato fuori di testa è un po’ complicato da anticipare nelle mosse, soprattutto se l’FBI dorme come sempre). Però. gironzolando nel web, qualcosa ha colto la mia attenzione intorpidita dalla festività, quasi muovendomi a tenerezza:

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come fai a non volergli bene a uno così? A volte spara cazzate tali da sembrare venuto al mondo solo per farti sentire un uomo migliore. E il problema è che ci crede pure, temo, talmente si è calato nel personaggio di nuova generazione del neo-con moderato e progressista, un ibrido fra Giuliano Ferrara e Barack Obama. Sai Mentana perché hanno festeggiato ugualmente quella festa da primati? Per due motivi.

Primo, perché un minimo di logica ti porta a capire che, per la legge dei grandi numeri, in una città come New York è più facile morire per una rapina o un cancro che per un lupo solitario uzbeko. Forse anche un asteroide è più probabile. Secondo, quando è il tuo sindaco a dirti di andare a folleggiare, lo fai. Perché capisci che se il numero uno della City Hall se ne fotte di controlli, cordoni sanitari, lock-down e quant’altro, a quattro giorni dalla Maratona, sai che non succederà un cazzo. Non è che ci siamo abituati all’ISIS e al terrore, è che oggettivamente sono le probabilità e le strane coincidenze che lo Stato islamico porta con sè a non renderlo più credibile. Tranne che per Enrico Mentana, ovviamente.

E poi, guarda qui:


quando è il tuo commander-in-chief a buttarla subito in polemica con i Democratici sul tema sensibile dell’immigrazione, tendi a non porti il problema più di tanto: perché capisci che dietro c’è sì una criticità reale – solo un Paese di mentecatti regala la carta verde attraverso le lotterie, roba da ricovero (attenti allo ius soli in tal senso, si comincia sempre da qualche parte) – ma altresì la puzza di casus belli che aspettava solo di saltar fuori si propaga in fretta. Tipo scoreggia in ascensore, per capirci. Oltretutto, con la polemica più aspra che è emersa proprio fra Donald Trump e Bill De Blasio. Come dire, fanculo l’uzbeko e le cazzate che ora racconterà in ospedale e che riempiranno giornali e tg, ora c’è da capitalizzare il danno. E talmente tanta è la preoccupazione per l’ISIS che subito dopo, ecco che il solito ineffabile inquilino della Casa Bianca salta fuori con questo:


una bella pettinata all’ego economico e alla guerra senza quartiere al Congresso. Su cosa? Le tasse. Certamente un argomento che spaventa gli americani più dell’ISIS o del Russiagate. E giustamente. Tanto più che come ci mostra questo grafico,

la FED di Atlanta sembra porre la proverbiale ciliegina sulla torta al presidente, visto che il tracciatore del PIL in tempo reale, quel GDPNow che più di una volta si è mostrato decisamente accurato nelle previsioni, parla di una crescita addirittura al 4,5% nel quarto trimestre! Il motivo? Gli extra-consumi reali legati agli uragani, addirittura raddoppiati rispetto alle stime. Ma, cazzarola, trattasi di un palese esempio di stimolo moltiplicatore una tantum e non strutturale – a meno di creare uragani in laboratorio ad hoc -, quindi tocca battere il ferro finché è caldo. E, soprattutto, vendere la merda per cioccolata all’opinione pubblica prima che puzza e sapore tradiscano la fregatura. Certo, c’è sempre questo

che rende elettrizzati e positivi i gonzi del parco buoi e dell’american dream 2.0 ma siccome trattasi di bolla, il giochino non potrà durare per sempre, al netto dei magheggi della FED e degli acquisti senza fine della dumb money ingolosita dai titoli di tg e giornali sul nuovo miracolo a Wall Street. Certo, una delle regole è che se vuoi vincere alla lotteria, devi comprare il biglietto. Ma qui trattasi di coupon con inculata assicurata. Roba da pignoramento.

E a proposito di pignoramenti, cosa dite,





l’America ha un vaghissimo problema – reale, altro che ISIS – legato all’immobiliare, già batterio primigenio della crisi subprime e del conseguente massacro? Tranquilli, per ora non si tratta di porcherie derivate ma bensì di questo:


ovvero che, come per magia, tutte le principali municipalità americane stanno comprando con il badile i cosiddetti “trailer parks”, ovvero quei lotti di terreno che mantengono in loro possesso per avere un’alternativa abitativa a buon mercato per le famiglie che non possono permettersi una casa “normale”. E i grafici che ho pubblicato ci dimostrano che sono tanti – vista la dinamica dei prezzi, creata ad arte dal private equity che si è comprato per due noccioline intere città di case pignorate post-crisi – i nuclei familiari che potenzialmente rischiano di finire in un modulo semovibile. Ad oggi, in una media città USA, un bungalow da quattro posti viene affittato a 455 dollari al mese: sette anni fa, l’intero modulo veniva via con 6mila dollari.

Sono circa 20 milioni gli americani che vivono in case prefabbricate e mobili e se quei parchi diventano preda per speculazioni o cambi di destinazione d’uso, la favola della crescita di Trump rischia di finire sputtanata dalla crisi – reale – di una nazione che vive in bungalow parcheggiati dove capita, con conseguente crescita di accampamenti in tutto il Paese. Insomma, la nazione della classe media che vive nella sua bella e linda villetta unifamiliare stile “Happy Days” sta lanciando segnali inquietanti, così come i prezzi degli immobili (bolla in arrivo, tra l’altro): capite perché l’altra sera tutti hanno festeggiato Halloween e nessuno se ne fotteva dell’ISIS? Tutti tranne Enrico Mentana, of course.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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