Per l’Arabia, il missile Houthi è “un atto di guerra dell’Iran”. Hanno scoperchiato il vaso di Pandora?

Di Mauro Bottarelli , il - 27 commenti


Ormai, penso che a Ryad i dignitari e i funzionari di Stato girino con l’assaggiatore d cibi e bevande, come certi boss mafiosi della Chicago anni Trenta. Si cade come mosche. E cadono anche gli elicotteri, oltre che i missili dallo Yemen. Il principe Mansour bin Muqrin, 44 anni, è infatti morto ieri sera nello schianto del velivolo che lo riportava a Ryad da Abha, nella regione di Asir (di cui era governatore) a sudovest dell’Arabia Saudita, vicino al confine con lo Yemen. Nell’incidente hanno perso la vita anche alcuni funzionari che erano a bordo del velivolo, in totale otto vittime. Insomma, alle purghe delle ultime settimane, guidate dal principe Salman, vero e proprio architetto della nuova Arabia Saudita che vuole affacciarsi al mondo – tanto che ormai il suo programma “Vision 2030” pare più una lista di bersagli che un progetto di governo – e sostanziatesi ieri nel megablitz anti-corruzione di Ryad, ora si aggiunge anche il giallo dell’elicottero.

E una morte eccellente, perché il principe Mansour bin Muqrin era figlio del precedente erede al trono, Muqrin bin Abdul-Al Aziz, quindi un pezzo da novanta di quella classe dirigente saudita che non concorda con i piani del nuovo erede al trono. E che, misteriosamente, sta finendo o in galera (anzi, in stato di fermo al Ritz di Ryad) o sottoterra. Insomma, l’impressione è sempre più quella di una palese operazione repressiva più che di un’azione anti-corruzione, un qualcosa che non può e non deve affatto far stare tranquilli.

Perché al netto di arresti e morti eccellenti, Ryad sembra avere ben altre priorità, quasi gli eventi di ieri fossero danni collaterali messi placidamente in conto a livello di rese dei conti interne. Dopo lo shock inviato sui mercati, l’Arabia Saudita ha infatti deciso di muovere la regina sulla scacchiera, incolpando direttamente l’Iran per il lancio di un missile balistico sabato sull’aeroporto della capitale da parte dei ribelli sciiti in Yemen, avvertendo che l’accaduto potrebbe essere “considerato un atto di guerra”.

In un comunicato, la coalizione a guida saudita che combatte i miliziani Houthi e i loro alleati afferma infatti che “il ruolo dell’Iran costituisce un chiaro atto di aggressione contro i Paesi vicini, che minaccia la pace e la sicurezza nella regione e nel mondo. Quanto accaduto è un sfacciata aggressione militare del regime iraniano e potrebbe arrivare ad essere considerato un atto di guerra contro il regno dell’Arabia Saudita. Il Comando della coalizione – si legge infine nella dichiarazione saudita – afferma inoltre che il Regno si riserva il diritto di rispondere all’Iran nel tempo e nelle maniere opportune”. L’Iran, dal canto suo, ha sì sempre sostenuto i ribelli Houthi ma nega di avergli fornito missili. Ma questo tweet


delle autorità saudite parla chiaro, ovvero il linguaggio di una guerra diplomatica dichiarata e senza possibilità di ricomposizione formale: pioveranno milioni di dollari sulla testa di chiunque consegni fisicamente questi membri del direttivo Houthi a Ryad, la più classica delle taglie stile Far West che può aprire – anzi, spalancare – la strada a false flag di ogni genere. Nonché a confessioni estorte o inventate per creare un casus belli ad arte. Non dimenticando, poi, che dal gennaio scorso gli USA sono ufficialmente e stabilmente in guerra a fianco dei sauditi proprio in Yemen.

Con questo, divenendo bersagli potenziali di attacchi Houthi – veri o inventati – che porgano così il fianco ad atti di escalation del conflitto, in caso uno o più soldati statunitensi dovessero rimanere uccisi o feriti in attacchi con chiara matrice sciita. Nel qual caso, state certi che le prove di coinvolgimento iraniano quantomeno nel supporto o nella logistica, salteranno fuori con la rapidità di un’arma chimica di Assad. E, guarda caso, da oltre un mese il Dipartimento di Stato USA ha posto una taglia sulla testa dei leader di Hezbollah, le milizie sciite libanesi sostenute dall’Iran, nonché incubo perenne di Israele negli ultimi mesi.

E il campo opposto a Ryad non ha certo perso tempo per ribattere colpo su colpo all’offensiva in atto. Ed è stato proprio il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad accusare l’Arabia Saudita di aver “imposto” le dimissioni al premier libanese, Saad Hariri, annunciate sabato, proprio parlando da Ryad. Stando a Nasrallah, il governo saudita avrebbe addirittura scritto il testo del primo ministro libanese. Sarebbe interessante, al riguardo, sapere chi ha scritto o dettato questo,


ovvero la sparata di Donald Trump riguardo il collocamento di Aramco, l’azienda petrolifera statale saudita, in una pausa precedente alla partenza dalle Hawaii in direzione Giappone, prima tappa del tour asiatico di 12 giorni, dedicato alla ricerca di una soluzione diplomatica alla mediatica e utilissima farsa nordcoreana. Una cosa è certa: non è farina del suo sacco. Ma è terribilmente ad orologeria, come affermazione. In una duplice veste: mandare un segnale a Ryad molto chiaro, dopo l’incontro fra Rohani e Putin di inizio ottobre che vedeva la Russia pronta a fare la parte del leone nell’IPO di Aramco con Rosneft e, contestualmente, dire al mercato che il prezzo del greggio, croce sempre più pesante da portare per i Paesi OPEC, sta per salire, visto che la guerra di potere interna al Regno saudita sta per essere regionalizzata e tramutata in crisi vera e proprio fra i grandi nemici di sempre.

Ennesimo evento controllato nel grande risiko geopolitico innescato dal conflitto siriano? Può essere. Ma il silenzio russo al riguardo è decisamente rumoroso. E il fatto che poco fa le autorità saudite abbiano comunicato la chiusura temporanea di tutti i varchi terrestri, aerei e navali yemeniti fa presagire il rischio di un’offensiva, forse alla ricerca della pistola fumante del coinvolgimento iraniano nell’attacco missilistico di sabato. Un casus belli da mostrare al mondo e, magari, al Consiglio di sicurezza dell’ONU, notoriamente cieco e sordo di fronte alle attitudini poco democratiche di Ryad, posta addirittura a capo del Comitato per i diritti umani. Grande polverone globale o scoperchiamento finale del vaso di Pandora fra i due fronti in guerra, sciiti e sunniti, con coté di grandi alleati esteri al seguito? Ad esempio, sgombrando il campo dagli attori finora citati, quella Cina che da due mesi ha inaugurato la prima base militare estera proprio in quell’area, nella strategica Djibouthi dove gli USA hanno il loro avamposto anti-terrorismo per Africa centrale e Maghreb, Campo Lemonnier, da dove partono le incursioni di jet e droni.

E, soprattutto, un punto di controllo formidabile su Bab el-Mandeb, terzo choke-point petrolifero al mondo per volumi di transito. E con il greggio destinato a salire di prezzo e la Cina intenzionata a lanciare il petro-yuan nell’arco di settimane – senza scordare l’IPO di Aramco – il quadro diventa davvero interessante. E ben più ampio del confronto sciiti-sunniti fra Arabia e Iran per l’influenza sul mondo arabo. E’ scenario globale. Per ora teniamo il computo di arresti e morti misteriose ma temo non ci vorrà molto per vedere qualche carta sul tavolo.

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