Macron invita Renzi a fare Goldrake e distruggere il male grillino. E se Scalfari sceglie il Cavaliere…

Di Mauro Bottarelli , il - 158 commenti


Non so se ci avete fatto caso ma da qualche giorno, Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono spariti dalle cronache politiche. Nonostante la sua candidata fosse in lizza per la presidenza del municipio di Ostia (poi sconfitta dalla contendente grillina), la leader di Fratelli d’Italia si è eclissata. Idem per l’onnipresente numero uno leghista. Scelta di basso profilo strategica? No, cordone sanitario. Non scelto ma subìto: il Cavaliere ha fatto partire la censura. Con sommo piacere di tutti, PD in testa. Ho la netta impressione che il patto del Nazareno 2.0 sia non solo già nato ma, di fatto, operativo. Il governo Gentiloni arranca nelle ultime settimane di legislatura, si scapicolla in iniziative raffazzonate ed elettoralistiche come quella del tavolo negoziale sulle pensioni (vedendosi esplodere in faccia la bomba CGIL, classica mina anti-uomo piazzata con perizia assoluta da MDP) ma sa di essere una trottola che gira a vuoto, giusto per intrattenere gli astanti in attesa del grande show.

Come i trailers al cinema prima che inizi al film: magari li guardi ma se anche ti distrai, sai di non perdere nulla. Cosa voglio dire, in estrema sintesi? Che è inutile andare a votare, il futuro del Paese è già stato scelto: un patto Berlusconi-Renzi che già opera. Con i due protagonisti che, infatti, sembrano fregarsene bellamente di quanto gli accade attorno e già si muovono su altre piattaforme. Il Cavaliere da oggi avrà un unico pensiero, rivolto a Strasburgo: capire se la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo gli restituirà l’eleggibilità che la legge Severino gli ha tolto. Formalmente, potrebbero volerci nove mesi per una sentenza finale ma entro pochi giorni dovrebbe capirsi l’orientamento dei giudici: se sarà favorevole al Cav, prepariamoci a vedere Arcore tramutata in West Wing. Ovviamente e segretamente, sia Salvini che Meloni sperano in cuor loro che da Strasburgo arrivi un “no” per poter depotenziare, senza colpo ferire, l’ingombrante alleato. Bei presupposti per un’alleanza, non c’è che dire. Insomma, sono passati oltre 20 anni ma siamo allo stesso punto di prima: tutto ruota attorno a Berlusconi.

E lo fa in maniera tale da arrivare alle soglie della fantascienza. Ieri sera, intervistato da Giovani Floris a “Di martedì”, il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, ha scoperchiato il vaso di Pandora e, contemporaneamente, varcato il Rubicone della ragion di Stato: a domanda su chi avrebbe votato fra Di Maio e Berlusconi, ha risposto quest’ultimo. Insomma, anni e anni di attacchi, inchieste, editoriali al vetriolo e ora il quotidiano di De Benedetti si schiera, de facto, al fianco dei Caimano, pur di arginare il rischio populista del Movimento 5 Stelle. E quale tratto distintivo del Cavaliere ha sottolineato Scalfari per rendere meno clamorosa la sua presa di posizione? L’europeismo. Di fatto, un tratto che lo pone anni luce lontano dagli esiliatici mediatici Salvini e Meloni. Oltretutto, con un PPE che di colpo ha deciso di anticipare la Corte di Strasburgo, riabilitando Berlusconi in grande stile. E con quale motivazione? E’ l’unico argine credibile contro i populismi.

Ormai la filastrocca è quella, c’è poco da fare: dopo il Brexit e Trump, quando c’è da garantire la cosiddetta governabilità, si gioca la carta del populismo. Vero o presunto, poco cambia. E in tal senso, la gente si fa infinocchiare con poco. Così come i media. Non vi paiono strane tutte queste interviste a Berlusconi, nessuna delle quali mette più in evidenza processi o puttane ma, anzi, lo dipingono come un saggio statista attorniato da una nuvoletta azzurrina di salvifico buon senso? L’Italia ha bisogno di inciucio, ha bisogno di Nazareno 2.0. E, in tal senso, lo strappo consumato in seno ai sindacati sulle proposte del governo in ambito pensionistico, portano acqua al mulino della restaurazione: un bello sciopero a dicembre della CGIL è ciò che ci vuole per agitare fantasmi di instabilità e disordine, oltretutto posti in essere da un bersaglio fra i preferiti sia da Renzi che di Berlusconi: il sindacato. Anzi, la CGIL. Ovvero, il braccio di piazza di MDP e pulviscoli sinistrorsi vari che Renzi non vuole vedere nemmeno con il lanternino e che invece tentano la minoranza PD e Gentiloni. Regalo più grande non si poteva fare al dinamico due della politica italiana.

Perché i due leader si muovono in tandem. Intervistato da Bruno Vespa, Matteo Renzi ieri sera a detto che spera in una sentenza positiva da Strasburgo e, anzi, vorrebbe scontrarsi contro il Cavaliere nel collegio di Milano 1. Ha ricominciato a sparare minchiate e a fare lo spavaldo, significa che è più tranquillo. D’altronde, la narrativa è speculare a quella del centrodestra. Guardate qui la prima pagina de “La Stampa” di oggi:

non vi sembra la sigla di “Goldrake” che invitava il super-eroe a distruggere il male? Attenti a dare per morto il cazzaro di Rignano, perché mentre Gentiloni faceva il lavoro sporco per suo conto con i sindacati e l’UE, guadagnandosi la guerra aperta di Camusso e Landini – pessimi clienti – e la bordate di Katainen, Renzi volava a Parigi per una visita lampo ad Emmanuel Macron, nuovo salvatore delle sorti europee in attesa di capire se la Germania precipiterà nel caos di un ritorno alle urne entro 60 giorni. Apparentemente, il presidente Karl-Walter Steinmeier sarebbe pronto all’estremo azzardo, ovvero utilizzare l’arma dell’indicazione di un suo premier incaricato per cercare di formare un governo e questo qualcuno sarebbe nientemeno che Wolfgang Schaeuble. Ma questo significherebbe chiudere con un taglio netto dieci anni di incontrastato potere – soprattutto in ambito UE – di Angela Merkel: il fallout politico potrebbe essere devastante, a partire dal risultato di Alternative fur Deutschland e Liberali in caso di secondo fallimento e voto anticipato a gennaio-febbraio.

Goldrake – sigla completa

Ora è Parigi a dare le carte, tanto che i giornali e i tg hanno evitato con cura di dare notizia dei violentissimi scontri e delle decine di arresti seguiti alle manifestazioni sindacali anti-governative di lunedì. Ormai in Francia è regime assoluto, nessuno può disturbare in alcun modo il manovratore di casa Rothshield. Il quale, stando alla narrativa, avrebbe insignito Renzi del compito di fido scudiero nella lotta contro i populismi europei: vai e distruggi i grillini, quasi fosse un moderno Lancillotto. E lo stesso vale nel centrodestra, ancorché senza la benedizione dell’Eliseo: se Renzi deve domare Di Maio, Berlusconi deve tenere a bada – e, se possibile, depotenziare del tutto – la Lega e Fratelli d’Italia. In questo caso, su mandato PPE.

Insomma, nel giorno in cui Mugabe dice addio al potere in Zimbabwe dopo 37 anni, l’Italia si ritrova in pieno 1994. Ma con una novità strutturale: il Cavaliere non è più l’alternativa ontologica al pericolo comunista, è l’architrave di realtà e buon senso politico al populismo dei suoi alleati, mentre Matteo Renzi – formalmente i suo competitor – è chiamato al gioco sporco di affondare la nave corsara dei 5 Stelle, non fosse altro per una questione di baldanzosità anagrafica rispetto a Luigi Di Maio. I “comunisti”? Stanno annientandosi da soli nella lotta fratricida interna al PD, non serve nemmeno combatterli.

Dopodiché, se servirà, ci penserà l’Europa – magari minacciando una procedura di infrazione, l’invio di commissari o con uno po’ di shakerata allo spread – a dare una mano. E tutti contenti, compresi Alfano e Verdini che saranno certamente parte integrante del governo inciucista che verrà. Durerà? Poco importa, entrambe i leader avranno chiuso i conti all’interno dei loro recenti e decideranno cosa fare da grandi, una volta che l’instabilità facesse precipitare a Palazzo Chigi un Mario Draghi divenuto per allora ex governatore BCE. Non a caso, Silvio Berlusconi vorrebbe tirare in lungo ancora un po’ l’agonia degli altri partiti, optando per il voto a maggio, scelta contro cui Matteo Renzi non ha nulla a che ridire ma che ha già fatto andare su tutte le furie sia la sinistra PD che Lega e Fratelli d’Italia.

La motivazione ufficiale è risparmiare soldi pubblici, accorpando legislative e regionali ma quella ufficiosa è chiara a tutti: stremare a tal punto gli avversari da tramutare il voto in una passeggiata nel parco a primavera. Mano nella mano con Matteo Renzi. E’ già tutto deciso, votare non servirà a un cazzo: ce lo chiede l’Europa. Toccherà tifare, nel mio caso con i conati di vomito, per la spallata a Cinque Stelle? Temo che l’annuncio dell’amatissimo Alessandro Di Battista di non ricandidarsi, prediligendo la vita da papà e scrittore giramondo, si ripercuoterà pesantemente sulle sorti politiche del Movimento. Davvero pesantemente. E, casualmente, Beppe Grillo è sparito di nuovo dalla circolazione. Il caravanserraglio del web e dell’onestà-onestà ha compiuto il suo compito pro-restaurazione e ora può dissolversi? Scusate ma a me il dubbio comincia a sorgere. Sempre di più.

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