May: “Il 29 marzo 2019 alle 23 usciremo dall’UE”. Balle, l’unica a uscire (da Downing Street) sarà lei

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Quando sei con le spalle al muro, hai due alternative: arrenderti e sperare di essere risparmiato o reagire, rischiando di essere fatto secco. La seconda alternativa è la più estrema e solitamente non è dettata dal coraggio ma dalla disperazione, dal non aver nulla più da perdere, dall’aver capito che la partita è ormai persa al 99,9%. Bene, penso che Theresa May abbia applicato quest’ultima logica alla sua decisione di giocarsi il tutto per tutto sul Brexit. Con mossa inattesa, infatti, la sempre più debole e isolata premier britannica stamattina ha annunciato, in una conversazione con il conservatore ed euroscettico “Daily Telegraph”, che la Gran Bretagna uscirà dall’UE venerdì 29 marzo 2019, alle ore 23 (mezzanotte del 30 marzo in Italia).

E alla data, la May ha fatto seguire la carta bollata, ovvero i fatti nero su bianco: con un emendamento al Repeal Bill, la legge quadro sul divorzio dall’UE. Il primo ministro ha spiegato che “non intende più tollerare alcun tentativo di bloccare l’uscita dall’Unione”. Io cosa vi dico da giorni, la tentazione di “Bregret” sale su volontà e spinta dei poteri forti. Per questo nelle intenzioni della May c’è appunto la necessità di mettere a tacere le voci, in particolare all’interno dei Tories, di quanti si oppongono al divorzio britannico dall’UE, tanto che data e ora saranno inserite “nella prima pagina della proposta di legge”, per mostrare quanto il governo sia determinato nel portare a termine il processo di addio da Bruxelles. “Nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in discussione la nostra risolutezza, la Brexit sta avvenendo”, ha affermato il primo ministro.

La legge quadro dopo il via libera in prima lettura alla Camera dei Comuni è ora in seconda lettura ed in questa fase vengono presentati gli emendamenti. Come ricorda la BBC, è stato minacciato nelle ultime settimane che questi ultimi sarebbero stati centinaia, in particolare quelli proposti dall’opposizione laburista che punta ad una “soft Brexit”, tentando così di modificare la Repeal Bill. Anche su questo punto la premier è stata molto determinata, sostenendo che l’esecutivo è pronto ad ascoltare le idee per migliorare il provvedimento ma non vuole permettere forme di ostruzionismo o tentativi di bloccare il processo democratico iniziato col referendum in favore dell’uscita dall’UE.

Solo schermaglie interne ai Tories? No, questa volta no. Primo, perché l’uscita estemporanea della May è arrivata a stretto giro di posta rispetto alle dichiarazioni abbastanza nette e sconsolate del negoziatore europeo, Michel Barnier, a detta del quale il tempo sta passado senza che alcun progresso si palesi al tavolo delle trattative, con la prima deadline di metà ottobre superata in pieno nulla di fatto. Secondo, perché la May guida ormai un esecutivo che definire zoppo è di poco, dopo aver perso il ministro alla Difesa e quello al Commercio, mentre il partito è dilaniato da guerre intestine e dalla vorace sete di potere del ministro degli Esteri, quel Boris Johnson che giorno dopo giorno sta minando alla fondamenta la leadership della premier. Il tutto senza scordare i numeri, visto che l’esecutivo si basa sui risicati 10 seggi del DUP nordirlandese, il quale potrebbe chiamarsi fuori in caso di malaparata, di eccessiva tensione interna all’Ulster sulla questione delle frontiere con la Repubblica d’Irlanda o di proposta che non si può rifiutare.

Ultima ma non ultima delle criticità, il fatto che qui non stiamo più parlando di calci al barattolo per prendere tempo, visto che già la prossima settimana il testo con data e ora sarà discusso e votato ai Commons e che l’emendamento costringe, di fatto, i deputati pro-europei a dichiarare pubblicamente se si oppongono all’uscita dall’UE nel marzo 2019. Insomma, se sarà ammutinamento contro la May – utilizzando la scusa del Brexit, almeno in prima istanza – lo scopriremo non presto, prestissimo. E fa sensazione il fatto che quasi in contemporanea con l’annuncio dell’inquilina di Dowing Street, John Kerr, l’ex ambasciatore britannico all’UE ma soprattutto uno dei funzionari che hanno scritto l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per regolamentare l’addio di un Paese membro all’Unione, abbia detto quanto segue:

“La Brexit è ancora del tutto reversibile, anche se il Regno Unito, come proposto dalla premier Theresa May, mette nero su bianco in una legge la data e l’ora di uscita dall’Unione. In ogni momento possiamo cambiare idea se vogliamo e se lo facessimo sappiamo che i nostri partner europei sarebbero ben felici”. L’ex diplomatico, inoltre, ha rimarcato come i fautori della Brexit abbiano creato “l’idea in base alla quale attivare l’articolo 50 tramite la lettera inviata dalla May a Bruxelles sia qualcosa di irreversibile ma questo non è vero”.

Ma ci sono anche altre contemporanee che depongono a favore della tesi di una May ormai alle ultime, disperate mosse politiche e al fatto che l’unica persona che lascerà qualcosa sarà proprio la premier, in dirittura d’arrivo per abbandonare il 10 di Downing Street. Primo, a settembre l’output del settore delle costruzioni britannico ha segnato una discesa dell’1,6% rispetto al mese precedente, mentre gli analisti avevano stimato una contrazione decisamente inferiore (-0,6% mensile). Secondo, questo:

le vendite delle grandi catene retail britanniche infatti sono crollate del 5,2% a ottobre, un risultato definito “orribile” dalla BDO High Street Sales Tracker e il peggior dall’aprile 2016, proprio subito prima del referendum sul Brexit. Le vendite legate all’abbigliamento sono calate del 7,9% su base annua ma non sono solo le catene retail a patire, bensì anche ristoranti e pub: il tutto, in una delle capitali mondiali del turismo e a poco più di un mese dalle festività e dallo shopping natalizio. E che dire del real estate? Che la bolla sta cominciando a dilatarsi pericolosamente. Questo grafico del Royal Institute of Chartered Surveyors (RICS)

ci mostra come in ottobre la gran parte dei professionisti che ha risposto al sondaggio ha parlato di un calo dei prezzi degli immobili a Londra su base mensile. E non un calo da poco: il peggiore dal 2009. E la cosa grave e che non esiste tipologia di immobile o area della città che si salvi: addirittura, nell’East End rivitalizzato e divenuto trendy dopo le mega-ristrutturazioni per i Giochi Olimpici del 2012, la differenza tra richiesta e prezzo di vendita tocca ormai il 20%, stando a un sondaggio di Bloomberg. Cosa vi avevo detto la scorsa settimana che i dati macro si possono leggere e manipolare come si vuole? Ma, soprattutto far uscire al momento giusto, come certi sondaggi? Già, perché se fino a ieri nessuno si sentiva in dovere di denunciare la bolla immobiliare londinese, ecco che oggi l’allarme finisce sulle prime pagine. E cosa c’è tra le ragioni principali del trend negativo?

L’incertezza legata al Brexit. Io ve l’ho detto, non vanno da nessuna parte: la City ha fatto i conti e si è messa le mani nei capelli. Quindi, urge fermare tutto. E siccome l’ostacolo principale si chiama Theresa May, l’hanno lavorata ai fianchi, fino a portarla all’esasperazione della decisione da aut aut presa questa mattina. Settimana prossima, la Camera dei Comuni ci dirà se la Gran Bretagna lascerà l’UE o la May lascerà Downing Street. La seconda ipotesi, ovviamente, porterà con sé un nuovo voto anticipato: e vuoi proseguire le trattative a Bruxelles in campagna elettorale e senza governo? No, quindi tutto fermo almeno fino a primavera 2018. Poi si vedrà. Anche perché a quel punto al 10 di Downing Street ci sarà il fotogenico e manovrabile Jeremy Corbyn. Musica per le orecchie dei poteri forti. Britannici ma non solo.

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