Più che l’EMA ad Amsterdam, fa notizia l’EBA che va a Parigi. Chi gioca contro la Merkel? E perché?

Di Mauro Bottarelli , il - 50 commenti


Stando alla ricostruzione del “Corriere della Sera”, la sconfitta di Milano nell’assegnazione della sede per l’Agenzia europea del farmaco sarebbe responsabilità del voltafaccia della Spagna: dopo il no a Barcellona, sarebbe quindi prevalsa la logica del “muoia Sansone con tutti i filistei”, ovvero meglio ad Amsterdam che a un Paese concorrente del Sud Europa? Chissà, quando si arriva ai sorteggi, non si sa mai cosa può succedere. Si finisce nell’ambito del fatalismo. O del cosiddetto “biscotto”, ciò quella logica bizantina dell’accordo preventivo dietro le spalle di cui i Paesi mediterranei sarebbero specialisti ma che, alla prova dei fatti, vedono anche i nordici sufficientemente propensi all’adozione. In ogi caso, qualcuno nel fronte di sostegno all’Italia ha tradito, quando i voti contavano davvero.

Peccato, perché al di là del prestigio e del valore aggiunto a livello industriale, l’EMA avrebbe portato a Milano un indotto di circa 1,5 miliardi di euro. Non proprio noccioline. Colpa dell’Europa cinica e bara, come hanno subito fatto notare i leghisti? Colpa dell’impreparazione e della divisione del nostro Paese, quando si tratta di grandi appuntamenti internazionali? Forse. Colpa del fatto che abbiamo ricevuto da poco il regalo di Expo, quindi occorreva attendersi un “no” finale? Non è da escludersi. Colpa, infine, del fato che in Europa non contiamo un cazzo? Propenderei per questa ultima ipotesi, dovendo scegliere. Ma tant’è, ormai è andata.

E non mi pare che la questione sia poi così tragica, in realtà, visto che stamattina la rassegna stampa era sì tutta incentrata sull’argomento ma i talk-show, invece, si concentravano sull’incontro “make or break” fra governo e sindacati sull’età pensionabile, oltre che sulla proposta di Silvio Berlusconi di un ministero per la terza età. Capite che, al netto di questo, viene abbastanza da ridere nel ripensare ai toni millenaristici utilizzati solo ieri sera dai tg per ragguagliarci sulla vicenda EMA: siamo l’Italia, le prerogative sono sempre le stesse. Le priorità anche. Figuriamoci quando le urne sono all’orizzonte e per una manciata di voti il politico medio venderebbe anche sua madre.

Se devo essere sincero, poi, mi stupisce una cosa: il silenzio sotto cui è passata la trombatura di Francoforte per l’assegnazione dell’altra Agenzia europea in fuga dal Brexit, ovvero l’EBA, l’autorità bancaria. Per mesi non c’è stato dubbio: l’organismo sarebbe finito in Germania, sia per la forza della Bundesbank, sia perché in questo modo Francoforte si sarebbe tramutata nella “Città del credito”, vista la presenza sul Meno anche della BCE. E invece no, anche in questo caso l’assegnazione è stata decisa da un sorteggio ma fra Parigi e Dublino: ha vinto la capitale francese e qualcosa mi dice che non è stata, nemmeno in questo caso, una fatalità. Ora, in punta di merito, Dublino aveva una sola carta a proprio vantaggio, ovvero essere ancora oggi il poster-boy della bontà delle ricette della Troika in fatto di salvataggi sovrani (e bancari): per il resto, la capitale irlandese è nota per le condizioni fiscali che riserva alle multinazionali, più che per la specificità e la tradizione creditizia.

Parigi, invece, aveva dalla sua un asso non da poco nella manica: un uomo della Banca Rothshield all’Eliseo. Oltretutto, in un momento molto particolare della politica europea: l’appannamento della Germania come Paese leader. E, soprattutto, quello di Angela Merkel come condottiera. Il disorientamento di Berlino di fronte alla realtà che gli si sta ponendo di fronte agli occhi è un inedito e la dimostrazione è data dall’irrituale forcing posto in essere dal presidente della Repubblica, Karl-Walter Steinmeier, in queste ore alle prese con le consultazioni: il capo dello Stato si è sbilanciato in maniera pubblica e plateale contro l’ipotesi di un ritorno alle urne, mentre Angela Merkel è stata netta e chiara: meglio il voto anticipato di un governo di minoranza. Le categorie politiche italiane potrebbero decodificare quanto accaduto in base alla logica delle contrapposizioni e degli interessi particolari, essendo Steinmeier un socialdemocratico ma quella è la Germania: c’è altro che agita le massime cariche tedesche.

In punta di accordi, i Liberali hanno operato in maniera chiara: il termine per le negoziazioni per la nascita della cosiddetta “coalizione Giamaica” era alle 18 di domenica, scadenza che è stata rispettata. Ma è altrettanto chiaro che una rottura così netta e plateale, quando sia la CDU che i Verdi parlavano di intesa a portata di mano, sembra voler inviare un segnale più ampio e a lunga gittata, rispetto a quello a corto raggio verso la sola opinione pubblica tedesca. Non fosse altro che per un effetto collaterale, ovvero il ringalluzzimento immediato di Alternative fur Deutschland per l’ipotesi di voto anticipato e il riacutizzarsi contemporaneo dell’allarme populismo, una delle ragioni per cui Steinmeier cerca un’alternativa parlamentarista a tutti i costi.

Insomma, qualcuno vuole una Germania destabilizzata, ovvero un’Europa nel caos, magari per rinsaldare il profilo politico in caduta libera di Emmanuel Macron e per spostare l’asse degli equilibri verso Parigi, alleato atlantico certamente più fedele e affidabile di Berlino in questo momento, non fosse altro per le pressioni politiche e industriali per una revisione dei rapporti con la Russia? E poi, come leggere la prima pagina di oggi dell’autorevole e molto establishment “The Times”: eccola,

un concentrato di cinismo e pragmatismo britannico al suo meglio. Al netto di tutto questo, mi sorge un dubbio: Angela Merkel è stata utilizzata per un decennio come mosca cocchiera di politiche eterodirette per l’Europa e ora può essere liquidata? Anzi, deve essere politicamente liquidata, perché non più strategica alla fase due del progetto? Si vuole forse accelerare verso gli Stati Uniti ‘Europa, la mutualizzazione del debito, l’agenda BCE e quindi il sovranismo di sopravvivenza insito nella società tedesca, di cui la Merkel è espressione massima, ora si pone come un ostacolo e non più la testa d’ariete? Il vademecum economico-finanziario, quasi un testamento, che Wolfgang Schaeuble ha consegnato ai colleghi ministri delle Finanze nella sua ultima presenza all’Eurogruppo prima di assumere la presidenza del Bundestag, era forse un avvertimento, l’estrema messa in guardia? La Germania ha capito che Oltreoceano si spinge per un’agenda Macron?

D’altronde, i soggetti che maggiormente lavorano per un pantano politico – vedi l’ipotesi di governo di minoranza a guida CDU – sono i Liberali e la SPD, i primi da sempre cavallo di Troia atlantista nel Bundestag e i secondi ridotti a tale marginalità politica da dover per forza scegliere l’ipotesi meno dolorosa. Toccherà fare il tifo per quella che appare la stoica resistenza di Angela Merkel, se non vogliamo morire sotto un’agenda dettata da Washington? I segnali ci sono tutti, perché dopo le crisi del biennio 2011-2012, ora per ingenerare instabilità si è puntato dritto al cuore dell’UE: significa che si vuole chiudere la partita,

instradando l’Europa su un binario prefissato e chiaro, magari prima che inizi lo showdown politico negli Stati Uniti che porti a elezioni di medio termini cin Donald Trump ridotto a un’anatra zoppa? Significa che qualcuno vuole accelerare, a mio avviso. Oppure, operare uno stress test di quelli ultimativi, dopo il brodino catalano. Perché il tempo stringe e la nuova crisi finanziaria, che imporrà ricette davvero lacrime e sangue (capaci di tramutare definitivamente l’Europa – Italia in testa – in un Wal-Mart di opportunità per pescecani di ogni risma), avanza.

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