Per Rula Jebreal, gratta gratta, la responsabilità per Manhattan è di Putin. Ma c’è poco da ridere

Di Mauro Bottarelli , il - 171 commenti


Importanti novità all’orizzonte delle indagini sull’attacco a Manhattan: il lupo solitario uzbeko ha cantato. Trasportato in carrozzella in un’aula di tribunale, ha vuotato il sacco: “Avrei voluto uccidere più persone”. Nulla, da ora, sarà più come prima, è scoperchiato il vaso di Pandora dell’ISIS in America: vogliono ammazzare. Di più, in attesa di essere deportato a Guantanamo come da volontà di Donald Trump, l’uzbeko ha reso noto di aver seguito pedissequamente le indicazioni contenute nei manuali dello Stato Islamico per compiere il suo gesto: bravo, come chi aspetta due ore dopo mangiato per fare il bagno.

D’altronde, chi non avrebbe bisogno di dritte per prendere un furgone e investire dei passanti? Ma c’è di più: il lupo solitario non sarebbe così solitario. Avrebbe almeno un amichetto, già fermato dalla polizia. Addirittura si azzarda l’esistenza di una rete terroristica uzbeka a Manhattan: insomma, roba grossa. Talmente grossa e pericolosa che, a cadaveri ancora caldi, il sindaco di New York, Bill De Blasio, invitava tutti a festeggiare Halloween come nulla fosse accaduto, tanto per non darla vinta ai terroristi. Ma se c’è il sospetto di una rete, forse non è proprio un’intuizione geniale quella di far cadere ogni minimo principio di prevenzione, che dite?

Io non lo so. Non sono un analista, né uno studioso di questi fenomeni. Occorre affidarsi a dei professionisti, gente che sa quel che dice. Come lei, ad esempio,


la quale per essere certa che le sue troiate sesquipedali raggiungano ogni anfratto del globo terracqueo, decide di esprimerle nella lingua franca globale. Anzi, no, nella sua lingua di ogni giorno, perché lei è visiting professor alla University of Miami, almeno così dice il suo profilo Twitter. E poi “giornalista, scrittrice e analista di politica estera”. Sti cazzi, la donna che fa al caso nostro. E, infatti, ecco che finalmente emerge una teoria nuova, fresca, chiarificante della guerra strisciante in atto: i pazzoidi che reclamano vite in nome del Califfato sono il frutto marcio delle dittature stile putiniano, le quali fomentano il radicalismo. Eppure la Russia è disseminata di moschee e piena di musulmani, nonostante questo mi pare non ci sia un attentato al giorno: o no? Che poi il Caucaso sia una fucina di estremismo eterodotto lo sappiamo da tempo ma la logica che sottende quel fenomeno è ampiamente in linea con quella balcanica: frutto di destabilizzazione esterna, leggi NATO e non di repressione moscovita.

Visto che in Cecenia, proprio Vladimir Putin ha dato vita a una guerra senza tanti fronzoli e oggi non mi pre vi siano sommovimenti così devastanti (tanto più che le anime belle nostrane hanno dovuto inventarsi la persecuzione dei gay, tanto per avere un argomento cui attaccarsi per sfondare i coglioni al Cremlino). E poi, chi lo dice alla simpatica Rula che l’uzbeko si sarebbe radicalizzato in New Jersey, come conferma l’FBI, Stato che non mi pare faccia parte della Russia, a meno che nottetempo Putin non lo abbia annesso stile Crimea? Poverina, dopo gli stupri di massa in Siria a causa del ritorno delle truppe di Assad e dei russi ad Aleppo denunciati a “Piazza Pulita”, a proposito di fake news, ecco che ora la nostra eroina tenta la carta di Putin, forse ringalluzzita dalla svolta nel Russiagate. Io la butto lì: paghiamole noi lo Xanax con una colletta, ne ha bisogno. E in fretta.

Ma non è la sola. Anzi, la compagnia di giro sta aumentando vorticosamente nelle ultime ore. E volete che potesse mancare lei all’appello?


No, non poteva. Il suo impegno a tutto tondo contro le fake news le imponeva di dire una parola di verità sull’inaccettabile intromissione russa nelle presidenziali USA del 2016. Peccato la sua sperata sia stata quasi contemporanea con l’ammissione odierna da parte di Twitter dell’aver nascosto il 48% dei tweets recanti l’hashtag #DNCLeaks e il 25% di quelli con PodestaEmails nel corso della campagna elettorale statunitense, un qualcosa che avrebbe di fatto aiutato la Hillary Clinton. Ma non importa, una dimenticanza si perdona a tutti. Peccato che la Boldrini di dimenticanze ne stia palesando parecchie. La più grave delle quali è con la coerenza. Come si fa, infatti, a usare come argomento il lavaggio del cervello compiuto dai russi tramite Facebook nei confronti di una platea potenziale di 120 milioni di americani, quando lo stesso social network ci ha messo un anno a scoprirlo?

Mi spiego: parliamo del medesimo Facebook che se scrivi qualcosa di fuori linea sulla Boldrini, ti banna e ti sospende in tempo reale ma che non si è reso conto di un’operazione russa di intelligence di questo livello? Ma che, di colpo, ritrova lucidità in contemporanea con le continue figure di merda collezionate dalla Commissione guidata Robert Mueller e scopre di essere stato l’inconsapevole cavallo d Troia della destabilizzazione del Cremlino? Il tutto, a colpi di campagne pubblicitarie per la fantasmagorica cifra di 4.700 dollari? Basta così poco per irretire 120 milioni di americani? Avvisate CIA e FBI, hanno speso un capitale più del necessario in questi anni.
Ma attenzione, perché se fin qui abbiamo trattato temi e personaggi da farsa, gente che paradossalmente è utilissima alla causa della verità, visto che ogni volta che apre bocca conferma la bontà delle tesi opposte a quelle che propugna, queste due prime pagine fresche fresche


ci dicono altro: ovvero che si stanno muovendo anche i grossi calibri. Come vi avevo detto un paio di settimane fa, Raqqa sarebbe diventata la Hollywood della narrativa USA in Siria, ovvero il tentativo mediatico degli USA di riaccreditarsi come soggetto attivo e positivo nel conflitto, dopo aver addestrato, armato, coperto e foraggiato l’ISIS e i suoi satelliti più o meno “moderati” fino al giorno prima, Deir ez-Zor insegna. E se proprio quest’ultimo fronte di guerra, un assedio infinito, non è stato degnato di un solo rigo dalla stampa mainstream visti i soggetti in causa – e chissà come mai -, ecco che il dinamico due USA-curdi diventa la nuova coppia d’oro dell’informazione autorevole, gente che l’ISIS l’ha combattuta davvero, altro che Vladimir Putin e i lupi solitari uzbeki che ha fatto radicalizzare. Insomma, in attesa che ogni ubriacone al mondo incolpi il Cremlino per il suo mal di testa da vodka del giorno dopo, prepariamoci all’offensiva.

Come vedete, infatti, è sceso in campo in tal senso nientemeno che Giuliano Ferrara, da mesi in oblio. Ecco il catenaccio del suo articolo di apertura su “Il Foglio” di oggi: “Garanzie e procedure sono importanti. Ma nella decomposizione demagogica americana un fatto non si può più negare: Trump ha fatto una campagna elettorale con l’aiuto di Putin. In attesa dei processi, le prove politiche esistono e sono queste”. E quali sono? Le solite stronzate uscite nelle ultime ore dalla Commissione guidata da Mueller e benedette dalla denuncia scrupolosa della Boldrini. Strano come a volte gli opposti di attraggano, visto che Ferrara e il suo foglietto abbiano per anni cavalcato l’onda della lotta contro il politicamente corretto e ora ne siano diventati gli alfieri e gli utili idioti, in ottima e istituzionale compagnia. Sono davvero disperati se arrivano a scomodare i Giuliano Ferrara del caso, perché significa che ormai sono alla guerra dei simboli e della testimonianza: se infatti la CNN, per quanto screditata la guardano ancora in milioni, “Il Foglio” continuano a leggerlo in 27, magari 34 nel weekend.

Il problema sta tutto qui:

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ovvero, occorre screditare la Russia come agente di disinformazione prima che qualcuno cominci davvero a prendere anche RT o Sputnik come fonte credibile di notizie – da verificare e controllare, certo ma non da bollare come fake news a prescindere come vorrebbe Washington – e vedere sgretolarsi la propaganda delle varie Jebreal o dei vari Ferrara di fronte al muro di un qualcosa a loro oscuro: i fatti. E occorre farlo in fretta, perché la china che ha preso per la più grande democrazia del mondo appare pericolosa. E autodistruttiva.

Fatevi una sola domanda al riguardo, legata proprio all’attualità: a 36 ore dall’attacco a Manhattan, sappiamo tutto dell’attentatore, della dinamica, del complice e della possibile esistenza di una rete. Avete avuto più notizie della ben più grave, anche solo a livello di numero di vittime, strage di Las Vegas e del suo autore, Stephen Paddock? La difesa degli ammerigani nostrani è farsesca, roba da Alberto Sordi ma attenti, perché dietro c’è un disegno ben preciso. Che rischia di passare. A tal proposito, vi siete chiesti perché da due giorni la pagina Facebook di RischioCalcolato non carica più aggiornamenti dei post?

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