E’ tutto solo un gioco come nel film con Michael Douglas? Oppure ci sveglieremo dentro l’incubo?

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


Non so se avete visto il film “The game” con Michael Douglas e Sean Penn. Niente di che, nonostante il blasone dei due protagonisti ma interessante per l’argomento. Douglas è il solito finanziere miliardario e cinico, mentre Penn il fratello sbandato e sempre nei guai. Il giorno del suo compleanno, Douglas riceve un invito presso un’azienda che si occupa di organizzazione eventi per clienti facoltosi, dove compila un dettagliato questionario personale per poter usufruire del regalo che qualcuno ha scelto per lui. Uscito dall’ufficio, Douglas si ritrova invischiato in trame di ogni genere, salvo scoprire alla fine del film che si trattava solo di un gioco che il fratello aveva deciso di regalargli per il compleanno, tanto per fargli capire quale vita avesse vissuto. Ora, non vi pare di essere dentro un enorme gioco? Pericolosissimo, potenzialmente. Basta scorrere con un attimo di lucidità quanto la cronaca ci propina e impone come notizie e quanto è sparito dai radar.

Notizie dell’indipendenza catalana? Sporadiche, di fatto. E lontane anni luce dell’evento epocale che ci hanno venduto per settimane. Ormai il caso riemerge solo per i vari ricorsi che Carlos Puigdemont sta presentando contro lo Stato spagnolo ma lo stesso Belgio che gli ha concesso di permanere nei suoi confini ha detto chiaro e tondo che la disputa con Madrid è un qualcosa di giudiziario e non di politico, di fatto scaricandolo se parliamo della pretesa di status da rifugiato. Motivo? Forzando sul dato politico, non solo si aprirebbe un contenzioso fra due Stati membri dell’UE ma verrebbe messo in discussione lo stesso mandato di arresto europeo. Insomma, piaccia o meno, la Catalogna non più l’ombelico d’Europa. Lo è stata, però. Per giorni. Pur sapendo tutti quanti, se vogliamo essere onesti, che l’epilogo finale non poteva essere che questo, almeno in punta di diritto. Nel frattempo, però, sempre in sede europea è in atto uno scontro senza precedenti fra Italia e BCE, con il presidente dell’europarlamento, Antonio Tajani, irritualmente schierato al fianco di Pier Carlo Padoan contro la nuova regolamentazioni sugli NPL. Peccato che n sede di ministri delle Finanze UE, Padoan sia risultato isolato: solo lui si è lamentato, gli altri tutti con Draghi. Cazzi pesanti all’orizzonte signori miei, tocca solo attendere la nascita del nuovo esecutivo tedesco.

Vogliamo andare nel Regno Unito? Dopo giorni in cui la questione Brexit continuava a costellare le cronache dell’UE, di colpo Londra è finita nel mirino solo per questioni meramente interne. Tutte a discapito del governo May. Dopo l’addio del ministro della Difesa, Michale Fallon e lo scandalo molestie che ha investito mezzo Parlamento, ieri è stato il turno della ministra per lo Sviluppo internazionale, Priti Patel, la quale si è dimessa a seguito delle rivelazioni su incontri da lei avuti con politici israeliani, fra cui il premier Benjamin Netanyahu, dei quali non aveva riferito all’esecutivo, in violazione del protocollo diplomatico. In una lettera indirizzata alla premier Theresa May, Patel ammette che il suo comportamento è stato “al di sotto degli alti standard richiesti a un segretario di Stato”: d’altronde, se non si fosse dimessa, sarebbe stata di certo allontanata dall’esecutivo. Patel era finita inizialmente nel tritacarne a seguito della rivelazione degli almeno 12 incontri avuti con Netanyahu e altre autorità di Tel Aviv durante le vacanze dello scorso agosto, trascorse in Israele, di cui non aveva detto nulla alla premier e ai colleghi del governo.

La Patel aveva fatto pubblica ammenda ma la sua posizione è diventata insostenibile nel momento in cui sono emersi dettagli di ulteriori due incontri israeliani, con il ministro per Pubblica sicurezza, Gilad Erdan e con l’esponente del ministero degli Esteri di Tel Aviv, Yuval Rotem, avvenuti a settembre e su cui aveva continuato a mantenere il riserbo. A quel punto, Theresa May si è attivata per arrivare alla più naturale conclusione della vicenda. Insomma, pensate quello che volete ma la mia convinzione che qualcuno voglia far cadere il governo Tory per andare a nuove elezioni in primavera e spalancare le porte del 10 di Downing Street a Jeremy Corbyn cresce di giorno in giorno. Così come la certezza che questa mossa sia propedeutica a una rimessa in discussione dell’intero processo di Brexit, ora che i numeri dell’impatto finanziario sono saltati fuori nella loro reale entità. Guarda caso, ecco cosa comincia a circolare nei media:

studi dickensiani in base ai quali la Gran Bretagna attuale assomiglia sempre di più a quella che la narrativa laburista associava alle politiche conservatrici della Thatcher, la quale – ricorderete – prima ancora di diventare premier veniva additata di ogni nefandezza, prima delle quali proprio il taglio del latte nelle mense scolastiche ai bambini meno abbienti. Corsi e ricorsi storici.

C’è poi una questione strettamente connessa a quanto appare raccontato sul Regno Unito: ovvero, l’onnipresenza di Israele nelle mosse più politicamente segnanti di questi giorni. Che dire, ad esempio, della rivelazione in base alla quale il produttore maialone di Hollywood, Harvey Weinstein, utilizzasse i servigi di alcune ex spie del Mossad per impaurire le sue presunte vittime ed evitare che denunciassero le molestie? Una brutta ombra sul curriculum del servizio segreto israeliano, visto che suoi ex membri, tornati a vita civile, si prestavano di fatto ad atti di intimidazione, forti del loro passato nell’intelligence. Vuoi dire che sia un segnale interno agli apparati di Israele e alla lotta di potere fra Netanyahu e la Knesset? Oppure, senza valicare l’Oceano, siamo alle prese con una resa dei conti all’interno della lobby ebraica USA, costretta a un redde rationem dopo la debacle del Partito democratico alle presidenziali e gli scandali da essa emersi?

E ci sarebbe la mano di Israele anche dietro la “Mani Pulite” saudita scatenata dal principe Salman, visto che non solo si parla di una sua visita nello Stato ebraico a settembre, durante la quale avrebbe incontrato funzionari senior del governo ma anche il diretto intervento di Jared Kushner, genero di Donald Trump, cui il presidente affidò proprio la delega ai rapporti con Israele e il Medio Oriente. Casualmente, si cercò di affondarne i destini politici con un coinvolgimento nel Russiagate, poi naufragato: qualcuno aveva capito in anticipo la sua intenzione di muoversi con mani libere in un campo minato come quello mediorientale? Magari al Pentagono? Comunque sia, gli indizi sono molti. Non ultima la contemporanea tensione innescatasi fra Arabia Saudita e Iran per la questione dello Yemen, tanto che Ryad l’altro giorno è arrivata a definire “un atto di guerra di Iran e Libano” il lancio del missile da parte dei ribelli Houthi verso l’aeroporto della capitale saudita. Teheran ha negato, parlando di provocazione ma Nikki Haley, l’ambasciatrice neo-con degli USA all’ONU, ha subito colto la palla al balzo. Per la gioia di John McCain e soci.

Siamo di fronte all’armageddon finale dell’infinita guerra proxy fra Arabia e Iran? D più, anche la guerra per procura fra Israele ed Hezbollah troverà finalmente un epilogo in questo casus belli? Se così fosse, saremmo di fronte a un evento epocale. Eppure, Donald Trump appare serafico. Nel corso della sua visita in Corea del Sud ha di fatto rasserenato tutti sulla possibilità di una soluzione diplomatica nella crisi nucleare con PyongYang, mentre appena arrivato in Cina ha dato vita a una delle sue proverbiali performance da piazzista. Da prima ha attaccato frontalmente Pechino per la sua concorrenza sleale in fatto di commercio, dopodiché si è seduto al tavolo con Xi Jinping è ha firmato contratti per un controvalore di 250 miliardi di dollari. Insomma, l’ennesima pantomima. D’altronde, con Pechino strapiena di Treasuries e Xi Jinping incoronato dal Congresso del PCC come uomo più potente del pianeta, la Casa Bianca può solo abbaiare. Ma niente più. La questione saudita-iraniana? Nemmeno menzionata, manco si trattasse di una lite da ballatoio. O, magari, lo è davvero. Guardate questi grafici,



i quali ci mostrano come il credit default swap di Ryad sia schizzato alle stelle ma, contemporaneamente, l’indice azionario l’altro giorno abbia festeggiato l’acuirsi della crsi con Teheran, trascinato dai titoli bancari. E sapete cosa ha messo il turbo a quelle azioni? Il congelamento di oltre 1.200 conti riconducibili ad altrettanti miliardari sauditi – principi, dignitari e uomini d0affari – vittime delle purghe di Salman in nome della lotta alla corruzione! Questo grafico di Bloomberg

ci mostra il controvalore die beni congelati soltanto a quattro dei principali arrestati. E sapete, stando a calcoli pubblicati l’altro giorno dal “Wall Street Journal” a quanto ammonta il controvalore totale in denaro dei conti e degli assets detenuti da personaggi passibili di finire sotto la tagliola del regime? Circa 800 miliardi di dollari. Questa è la situazione delle riserve estere saudite,
passate dai massimi di 730 miliardi del 2014 ai 487,6 dello scorso agosto (ultimo dato disponibile), un calo di 250 miliardi in tre anni dovuto al deficit di budget e al crollo del prezzo del petrolio. Non vi viene in mente qualche correlazione meramente legata ai conti pubblici sauditi, i quali hanno bisogno di cash per dar vita all’ambizioso piano “Vision 2030” lanciato proprio da Salman, in vista del suo approdo al trono saud?

Certo, quella cifra enorme è appunto potenziale, non fosse altro perché gran parte dei fondi è detenuta all’estero sotto forma di investimenti e fondi scudati ma appare molto sospetto l’appello lanciato l’altro giorno dal ministro del Commercio saudita, Majid al Qasabi, il quale ha rassicurato gli investitori internazionali sul fatto che “l’indagine sulla corruzione non interferirà con le normali operazioni di business nel Regno”. Insomma, dietro alla grande rivoluzione legalitaria saudita – benedetta da USA e Israele – ci sarebbe di fatto soltanto la volontà di congelare e sequestrare denaro utile alle casse pubbliche? Ryad come nemmeno Mosca negli anni Sessanta? E poi, da quando Israele è così sguaiata e poco “diplomatica” nelle sue operazioni sotterranee estere?

Sarà anche tutto vero ma, col passare dei giorni, sembra davvero di essere dentro un enorme gioco geopolitico e finanziario globale dove tutti abbaiano contro tutti ma nessuno morde, un’enorme Yalta 2.0 dove l’unica regola è non farsi troppo male. Ci sveglieremo come Michael Douglas nel film, con la fronte imperlata di sudore freddo ma sollevati dal rendersi conto che è stato solo un gioco oppure davvero dentro l’incubo di un armageddon potenziale che potrebbe sfuggire di mano? L’incontro previsto domani in Vietnam fra Donald Trump e Vladimir Putin potrebbe dirci qualcosa di più. Ma il luogo scelto e il suo simbolismo, puzzano già di photo opportunity.

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