Torna ISIS, torna Rita Katz, torna la paura: occorre deprimere ancora un po’ la democrazia negli USA

Di Mauro Bottarelli , il - 64 commenti


I dati di fatto sono quattro. Primo, torna ad essere colpita Manhattan, dopo l’11 settembre. Secondo, gli analisti già parlano di un salto di qualità, definendo l’attacco di ieri su “modello europeo”, ovvero un pazzo o radicalizzato che si lancia sulla folla con un mezzo di trasporto in un giorno di festa e non più un uomo che si mette a sparare con armi pesanti, di fatto una risposta diretta all’appello dell’ISIS a colpire i civili, utilizzando armi non ortodosse. Terzo, il sindaco Bill De Blasio ha voluto mostrare la faccia dura, quasi obbligando la città a festeggiare Halloween come nulla fosse accaduto, imponendo una normalità quasi forzata. Ma, soprattutto, quarto: se decidi di colpire il cuore del mondo proprio ad Halloween, quasi simbolicamente, perché lo fai alle 3 del pomeriggio, quando c’è poca gente, visto che i festeggiamenti saranno in serata? E perché una pista ciclabile, quando a Lower Manhattan ci sono ben altre location da attaccare, se il tuo scopo è fare morti?

Per arrivare al punto dell’attacco, il nostro uzbeko di 29 anni ha guidato il suo furgone per 20 isolati e non in condizioni normali: nel giorno di Halloween, dove comunque la vigilanza è più alta e a cinque giorni dalla Maratona di New York, con quell’area della città già cordonata e piena di dissuasori del traffico. Al netto di essere un ex autista di UBER, lo era in un sobborgo di Tampa, in Florida, gli è bastato un tom-tom per muoversi così agevolmente nella capitale USA del traffico impossibile e con restrizioni già in atto? Chissà. Di certo c’è il simbolismo: colpita Manhattan in un giorno particolarmente sensibile, uccidendo gente che correva a piedi o in bicicletta. Molti gli stranieri uccisi, cinque argentini e una belga: quindi, turisti che non possono più sentirsi tranquilli.

E sappiamo quanto il turismo conti per New York. Un atto, poi, a pochi giorni dal grande appuntamento della Maratona, quindi destinato ad alimentare non solo i controlli ma, soprattutto, le fobie. E poi il fatto stesso che l’attentatore fosse un ex autista di Uber, qualcosa che ti porta inconsciamente e non fidarti più di nessuno, nemmeno di ciò che fino a ieri vedevi come uan comodità, un servizio, un qualcosa di positivo. E di sicuro per tornare a casa dai tuoi cari in un mondo così bestiale. E poi, il fatto che l’attentatore sia uno straniero, arrivato dall’Uzbekistan nel 2010 con regolare carta verde. In regola, sì. Integrato, certo, tanto da aver alcune aziende registrate a suo nome in Ohio. Ma comunque straniero nella città dove, di fatto, nessuno è straniero. Perché nessuno è veramente americano fino in fondo.

Per chi lo conosceva a Tampa, è un bravo ragazzo, gran lavoratore, un pezzo di pane. La solita trama dell’insospettabile, del lupo solitario, del radicalizzato. Il quale, infatti, lascia nel furgone usato per la strage un biglietto di affiliazione e fedeltà all’ISIS. E poi, ecco il grande ritorno di Rita Katz dopo qualche mese di annebbiamento e oblio: per prima ha avanzato il collegamento con lo Stato islamico, ritrovando le sue facoltà divinatorie. Ma, soprattutto c’è questo:


ovvero, l’alibi perfetto che Donald Trump aspettava per un giro di vite sull’immigrazione, dopo le bocciature incassate da Congresso e Procure rispetto ai suoi piani restrittivi. Ma c’è dell’altro. Ad esempio, il timing. Questa tabella

relativa all’ultimo sondaggio di Statista ci mostra come la campagna martellante dei media sulla minaccia nucleare della Corea del Nord abbia attecchito, mentre ISIS e Russia avevano un po’perso di mordente nella classifica delle fobie indotte degli statunitensi. Et voilà, ora che al temibile Kim Jong-un ci pensa il Vaticano (sigh!), in due giorni ecco riesplodere in grande spolvero il caso Russiagate e arrivare un bel attentato di un lupo solitario dello Stato islamico. Il grande accerchiamento della paura, quello che di fa perdere lucidità e razionalità è servito, con tutti i suoi riferimenti simbolici, da Halloween a Manhattan allo straniero. Direte voi, nel male del terrorismo, questo atto potrebbe portare il bene di misure più restrittive in fatto di immigrazione, un qualcosa che si declina in maggiori controlli e maggiore sicurezza. Io temo che ci sia dell’altro, perché solo un obiettivo sociale più grande può giustificare una tale concentrazione di paura. Questo,

ovvero la necessità di abbassare, a causa proprio della paura, ancora un po’ il tasso di soddisfazione degli statunitensi verso il concetto stesso di democrazia. La quale, nella loro testa, deve diventare paradossalmente sinonimo di lassismo e inefficienza. Ma, soprattutto, di incertezza e insicurezza. L’idea è quella di andare verso una nazione che chiede e quasi benedice leggi speciali? Attenzione, perché l’America profonda, già le invoca. Non a caso, si è colpita la liberal New York, la città che ha visto Donald Trump far crescere le sue fortune ma che ha votato in massa per Hillary Clinton, snobbando quel ricco ignorate e razzista. A cui adesso, magari, chiederà invece di difenderla. Con ogni mezzo. Così, tanto per non vedere Times Square deserta o percorsa dalla paura durante le prossime festività natalizie o di Capodanno, così tanto per continuare ad essere sicura e senza timori.

E già siamo sulla buona strada. Lo scorso 31 ottobre, in un video di saluto al Pentagono, il capo della missione USA in Afghanstan, generale James Jarrard, è caduto in una gaffe enorme: parlando del numero di soldati USA presenti nel Paese ha detto 4mila, salvo poi subito correggersi con un meno eclatante 503. Gaffe o scivolata sulla classica buccia di banana? Il generale ci ha detto qualcosa che non sapevamo, salvo poi rendersene conto e cercare di rimediare? Poco male, perché il risultato dell’attacco di Manhattan è anche questo


e nessuno, sull’onda dell’emozione, si permetterà di dare del guerrafondaio a Trump, visto che sta solo difendendo la sicurezza nazionale. E, magari, ecco trovare spiegazione anche la sparata a freddo dell’altro giorno di Rex Tillerson, il ministro degli Esteri USA che ha ben pensato di annunciare al mondo che non c’è posto per la famiglia Assad nel futuro della Siria. E i continui attacchi del Pentagono al governo iracheno, affinché espella dal suo territorio le milizie filo-iraniane, visto che la guerra all’ISIS ormai è vinta? Manhattan dimostra il contrario, quindi se restano gli sciiti, qualcun’altro dovrà stare in Iraq. A presidio degli interessi USA: fossi in voi, mi aspetterei movimento da quelle parti. E che dire poi degli altri fronti in via di apertura, ad esempio quello che fa capo a questa cartina

relativa a ISIS e suoi affiliati in Africa. Sapete quale è stata l’evoluzione numerica dei militari USA dispiegati in Africa sul totale di quelli di stanza all’estero? Nel 2006, solo l’1%. Salito poi al 3% nel 2010. E l’anno scorso? Oltre il 17%. Scommettiamo che crescerà ancora, ora che l’ISIS ha dimostrato di essere viva e lo ha fatto nel cuore di Manhattan, con il Natale ormai alle porte? La somma di tutte le paure si è concentrata rapidamente, monopolizzando media e opinione pubblica lungo una pista ciclabile. Gli USA non mollano, meglio mettersi l’animo in pace. E amministrazione Trump e Deep State giungessero a una tregua temporanea in nome del bene supremo e superiore del moltiplicatore del PIL chiamato warfare, prepariamoci a una vera e propria escalation. Non più solo mediatica e psicologica.

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