Trump è stata la false flag per screditare le teorie alternative una volta per tutte? Qualche sospetto

Di Mauro Bottarelli , il - Replica


C’è davvero il rischio di una guerra? Dobbiamo avere paura della guerra? Una domanda apparentemente banale ma che, con il passare dei giorni, assume una valenza ontologica rispetto agli sviluppi dei nostri tempi. Davvero Trump ha paura di Putin e allora abbozza i suoi giudizi sul Russiagate, come ha fatto notare l’ex capo della CIA, sottolineando come gli Stati Uniti per questo siano in pericolo? Davvero la resa dei conti fra Hezbollah e Arabia Saudita è alle porte, con Israele spettatore interessato? E la Corea del Nord? E l’Afghanistan? E la Siria, davvero la stretta di mano di Hanoi ha chiuso una volta e per sempre la questione dell’integrità territoriale e della sovranità? Chissà.

Una cosa è certa: la guerra non serve, quando è sufficiente la sua percezione per ottenere i risultati necessari al mantenimento dello status quo e allo sviluppo di quello che possiamo definire un embrionale “Stato di sorveglianza globale”, di fatto il “Mondo Nuovo” in cui precipitiamo già oggi giorno dopo giorno, restrizione dopo restrizione, bando dopo bando. E poi, quale guerra attendiamo, se già viviamo in uno stato di guerra permanente? Gli ultimi dati del Dipartimento della Difesa USA, contenuti nel report periodico “Cost of war” pubblicato la scorsa settimana, parlano chiaro: dall’11 settembre 2001 ad oggi, il governo statunitense ha speso 1,46 trilioni di dollari per conflitti all’estero, qualcosa che si sostanzia in 250 milioni di dollari al giorno per 16 anni consecutivi. Come vedete dalla tabella,

la parte del leone l’hanno fatta l’Operation Iraqi Freedom (2003-2011) e l’Operation Enduring Freedom (2001-2014), un costo combinato di oltre 1,3 trilioni di dollari. E siamo a stime molto conservative, perché un report del Congresso del 2014 parlava già di 1,6 trilioni di spesa, qualcosa cme 337 milioni di dollari al giorno per 13 anni di conflitti. Di più, lo studio presentato lo scorso anno da Net Crawford, docente di scienze politiche alla Brown University, calcolava la spesa di Dipartimento della Difesa, Stato federale, Homeland Security e Veteran Affairs dal 2001 ad oggi in quasi 5 trilioni di dollari. Tutto per la lotta contro il terrore. Un colossale affare bellico-industriale che regge il suo equilibrio su 800 basi militari USA in oltre 70 nazioni al mondo: un Impero, appunto. I cui costi sono architrave anche del PIL: per mantenere questa forza globale, il Senato USA ha infatti approvato un budget della difesa quest’anno che ammonta a 700 miliardi di dollari, nuovo record dopo i 549 miliardi del Budget Control Act del 2011.

Insomma, di fatto una rete di guerra globale è già in atto – e senza soluzione di continuità – dal 2001 ad oggi. Adesso, però, sembra che non basti più. Siamo al parossismo del warfare, inteso come sistema di autoperpetuazione economica oppure davvero siamo al redde rationem fra nazioni per il nuovo, grande equilibrio globale? Un po’ tutte e due le cose, a mio modo di vedere. C’è però una terza sintesi in cui si sostanzia il caos controllato che stiamo vivendo: la paura come deterrente alla guerra. Esattamente come le bombe atomiche e il Muro di Berlino hanno paradossalmente garantito al mondo decenni di pace armata, al netto di minacce e tensioni, così il timore permanente dell’instabilità – terrorismo, guerra nucleare, manipolazione della vita pubblica e privata – stanno permettendo allo status quo globale di perpetrare nuove e più sofisticate forme di controllo sociale che gli permettano di bypassare il rischio più grande per la sua sopravvivenza: le dinamiche di dissenso interno in tempi di diseguaglianza economiche da abuso finanziario. Guardate i risultati di questo ultimo sondaggio di Statista,

il quale fa i conti con le preoccupazioni principali degli americani: come potete osservare, il mantra ISIS/terrorismo è molto calato ma guardate cosa troviamo ai primi due posti. Il figlio legittimo del veleno psicologico inoculato nelle vene dell’opinione pubblica USA dal martellamento mediatico sul Russiagate: è il cyber-crime, anche nelle sue forme più elementari e paradossalmente innocue, ad albergare nelle preoccupazioni dei cittadini. E questo a cosa porta? All’accettazione di qualsiasi “passo avanti” nella prevenzione di questa moderna criminalità da parte di NSA o qualsiasi altra agenzia di intelligence federale: ovvero, controllatemi da mattina a sera, in ogni aspetto della mia vita ma proteggetemi. Il sogno della Stasi di è fatto realtà. Ancora più interessante in tal senso è questo grafico,

il quale ci mostra come dall’elezione di Donald Trump la paga media oraria dei lavoratori USA del comparto sicurezza e veicoli blindati sia salita del 24% su base annua, passando da 14-15 dollari l’ora a oltre 18 dollari. Cosa ci dice questo? Che i ricchi americani, il famoso 1%,ha paura e investe in sicurezza privata. E politicamente cosa ci dice? Da un lato verrebbe da dar ragione a chi vede in Donald Trump un elemento destabilizzante per l’establishment, un ribelle populista e nazionalista alla Casa Bianca che scatena i timori delle elites.

Dall’altro, però, dovrebbe portarci a riflettere: cosa ha fatto finora, fattivamente, il presidente USA da giustificare i timori di Wall Street o delle corporations o dei grandi investitori? Nulla. Però c’è paura, c’è corsa alla sicurezza privata, c’è boom di contractors: ovvero, c’è ciò di cui vi parlo da mesi. Essendo le guerre pro-warfare all’estero sempre più costose e, in un arco temporale medio, destinate a sparire per mancanza di nuovi Paesi in cui esportare la democrazia, la nuova frontiera per il comparto bellico-industriale è la privatizzazione della sicurezza interna. La paura come fonte di business permanente. E, numeri alla mano, fino ad ora Donald Trump si è rivelato in tal senso un moltiplicatore da rendere orgoglioso Keynes.

Guardate questa foto,

ci mostra cosa sia già oggi la frontiera fra USA e Messico in alcuni punti di particolare criticità sul fronte del contrasto a immigrazione clandestina e narcotraffico. Bene, lo scorso novembre è emerso qualcosa di più: telefoni, circuito chiuso, telecamere, Internet e droni non bastano più. Serve altro e la Homeland Security sa cosa: sistemi di riconoscimento facciale per intercettare in tempo reale gli automobilisti all’interno delle loro macchine. Il meccanismo si basa su un database creato con fotografie prese all’insaputa dei cittadini mentre guidano da robot-camera spia: non serve che chi è in auto scenda dal veicolo e nemmeno che tolga occhiali da sole o cappello, la tecnologia è sufficientemente avanzata da bypassare questi ostacoli. A ogni passaggio del confine, un click. E un controllo che finisce nel database in mano alla Homeland Security. E sapete gli USA con chi stanno collaborando, relativamente a questi strumenti di controllo?

Con il grande nemico di sempre, la Cina, la stessa con cui si minaccia guerra commerciale e guerreggiata ma con cui si stipulano contratti per 250 miliardi di dollari. Nello Xinjiang, infatti, esiste il primo prototipo mondiale di panopticon, un edificio di sorveglianza di Stato che utilizza tutte le più moderne tecnologie e le politiche di controllo sociale per porre in essere la più grande censura su Internet del mondo, una rete di controllo che tocca milioni di persone. Con la scusa della presenza della minoranza etnica islamica degli Uguri, dalla scorsa primavera il governo di Pechino ha dato vita ai cosiddetti “political education centers”, di fatto centri di detenzione per chi si macchia del crimine di utilizzo dei social media per scopi anti-governativi e destabilizzatori. Vi ricorda qualcosa, certamente in maniera meno drastica (almeno per ora)?

Non sono servite guerre reali per arrivare a questo, solo la paura delle stesse innescata da “attentati” quantomeno dubbi e, soprattutto, da un’operazione di propaganda martellante. E quando, come accaduto solo ieri, il senatore Al Franken, arriva a chiedere – di fatto – al governo USA la censura della discussione politica sui social network, poiché “le aziende del ramo hanno fallito nel prendere contromisure di buon senso per prevenire la diffusione di propaganda, disinformazione e linguaggio dell’odio”, capite che siamo a un punto di quasi non ritorno orwelliano. In nome del nemico, della guerra e e della minaccia costante. Anche se, paradossalmente, immaginarie.

E anche perché, sempre ieri, il Dipartimento di Stato – attraverso il suo ufficio per le “Rivoluzioni colorate”, il Bureau of Democracy, Human Rights and Labor (DNL) – ha annunciato lo stanziamento di iniziali 750mila dollari per alcuni media ungheresi selezionati, “al fine che i cittadini di quel Paese possano avere accesso a un’informazione obiettiva rispetto a quanto accade nella loro nazione e portare a riforme democratiche”. Il tutto, sotto l’amministrazione del grande ribelle, dell’uomo anti-establishment, del distruttore del politicamente corretto. Ora, mi chiedo: Donald Trump non è, di fatto, la più grande false flag della storia? Non è, ontologicamente di suo e per il solo fatto di essere diventato presidente, l’arma di distruzione di massa di ogni narrativa alternativa a quelle delle elites? Insomma, non sarà forse il più grande burattino del potere travestito da vittoria del popolo, la somma sintesi del concetto di cavallo di Troia?

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