Il vero problema è sentirsi umiliati dalla Svezia e non da Katainen. Ma avremo tempo per piangere

Di Mauro Bottarelli , il - 192 commenti


Per carità di patria, ho atteso un giorno prima di toccare l’argomento. Dopo l’eliminazione dai Mondiale ero pronto a tutto, sapevo che nei media come sui social network si sarebbe riversato il solito bestiario italiano legato all’unica ragione per cui questo Paese è pronto a mobilitarsi. In effetti, è andata così. Ne abbiamo sentite di ogni ma due mantra ci hanno deliziato: la solita rottura di coglioni para-sociologica in base alla quale il calcio è metafora della vita, del Paese e dell’attuale incertezza politica e il calcolo del cazzo in base al quale con questo addio a Russia 2018 sarà il nostro PIL a patire, come se quattro offerte speciali di Unieuro per i televisori fossero l’anello mancante delle teorie keynesiane. Ah no, il danno sarebbe riconducibile a livello di valorizzazione in negativo del brand Italia. Ora, a parte che a smenarci sarà la Russia, al limite, vista la quantità di sponsor e tifosi che muove l’Italia rispetto ad altre nazionali minori qualificatesi, pensate davvero che emiri arabi e oligarchi russi non compreranno più Ferrari per colpa dei cross non efficaci di Candreva?

Davvero siete certi che a causa di Belotti e Parolo, il buon compagno Oscar Farinetti non riuscirà più a vendere a peso d’oro il Parmigiano Reggiano 194 mesi o il Barolo o il salame di Varzi gender-compatibile ai facoltosi, progressisti e multietnici professionisti della chattering society newyorchese? Ma fatemi il piacere. Dunque, tutto come da copione, come le pippe sul Paese dove non si dimette mai nessuno e nessuno si prende le proprie responsabilità: cosa io pensi di Tavecchio l’ho reso noto con il caso delle magliette di Anna Frank ma che la morale sulla meritocrazia venga a farla uno come Malagò, sommo esponente dell’intrallazzo da Circolo Canottieri, appare decisamente troppo anche per un dibattito degenerato in partenza come questo (vi faccio solo notare che sulla Rete l’argomento più trattato da ieri è la possibilità di ripescaggio dell’Italia, stando ad astruse regole FIFA, tanto per capire la mentalità generale).

Non ero però pronto a questo,

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davvero no. Perché per quanto il calcio possa essere la tua ragione di vita e la delusione di lunedì sera ti abbia fatto piangere un Mar Nero d lacrime, quale cervello in decomposizione può andare a prendersela con l’IKEA? Cosa cazzo c’entrano un mobiletto o un abat-jour con l’eliminazione dell’Italia? Giocavano commessi del reparto casalinga nell’undici che ha spento il sogno russo? Arbitrava il direttore del punto vendita di Carugate, per caso? Un solo consiglio: fatevi vedere. In fretta. E da uno bravo. Peccato, però. Perché ieri mattina, quasi un Dio sconosciuto volesse con la sua magnanimità lenire il dolore inconsolabile di una nazione, ecco che l’ISTAT ci diceva come il nostro PIL crescesse al passo consolidato dell’1,8% l’anno.

Faremo cagare a calcio, però la crisi pare davvero dietro le spalle. Anzi, non proprio. Perché con tempismo pre-elettorale straordinario, la Commissione UE non solo smentisce l’entusiasmo ma preannuncia un richiamo formale. E a dirlo chiaro è tondo è il numero due dell’istituzione, il falco Jyrki Katainen, a detta del quale “i conti dell’Italia non stanno migliorando”. Poi, la legnata quasi senza precedenti: “La situazione in Italia non sta migliorando, la sola cosa che posso dire e’ che tutti gli italiani sanno qual è la situazione, quanto alle nostre decisioni ne saprete di più la prossima settimana. Dobbiamo essere onesti, dobbiamo far si’ che i cittadini conoscano qual è la situazione attuale, però dobbiamo essere onesti specialmente in situazione di paesi che vanno alle elezioni, la gente merita di conoscere la situazione per poi decidere liberamente ciò che vuole decidere”.

Traduzione dal falchese: avete rotto il cazzo con manovre a deficit che, oltretutto, non riuscite nemmeno a rispettare nei numeri che presentate. Tanto più che usate quello sforamento non per mettere in ordine i conti ma per misure una tantum o, peggio, mancette elettorali per comprarvi consensi. Possiamo dargli torto, forse? E attenzione, perché la mossa dell’UE ha triplice valore, tutto politico. Primo, la lettera che Bruxelles si appresta a inviare a Roma riguarda la legge di bilancio del 2018: la Commissione chiederà maggiori impegni formali sul miglioramento dei conti pubblici e ulteriori chiarimenti ma una decisione sulla manovra italiana verrà presa nel maggio dell’anno prossimo sulla base di tutti i dati consuntivi del 2017, anziché alla fine di questo mese. Insomma, Bruxelles ha già preso per i coglioni e commissariato chiunque vinca le elezioni la prossima primavera. Auguroni.

Secondo. all’Italia era stato chiesto un aggiustamento strutturale pari allo 0,6% del PIL nel 2018. Il governo, da parte sua, ha preso un impegno solo per lo 0,3% quando ha presentato la legge di bilancio a metà ottobre, quindi la Commissione ha stimato però che l’attuale sforzo strutturale sia solo dello 0,2% e ritiene a rischio anche la correzione 2017 dal punto di vista strutturale. Insomma, c’è il rischio di una manovra correttiva da circa 3,5 miliardi di euro a primavera, ovvero potenzialmente in piena campagna elettorale. Auguroni bis. Terzo, c’è forte odore di messaggio di Mario Draghi a Renzi e al PD: se intendete rompermi i coglioni e tirarmi in mezzo con la vostra Commissione d’inchiesta sulla banche per finalità elettorali, attenti a cosa vi aspetta. Mai come ieri, immagino, la Bundesbank ha amato il numero uno dell’Eurotower, dato che il siluro di Bruxelles appare anche un segnale chiaro in vista della nascita del nuovo governo tedesco e, soprattutto, della successione proprio di Draghi alla guida della BCE.

Insomma, a freddo non solo Bruxelles mette in discussione i nostri conti e preannuncia grane da sforamento per il nuovo governo ma, di fatto, dice chiaro e tondo che i politici italiani raccontano balle ai loro cittadini riguardo lo stato dell’economia. Reazioni? Dopo aver ribattuto sdegnato che il governo dice la verità, ecco Pier Carlo Padoan poco fa intervistato da CNBC: “Ci aspettiamo un calo deciso del debito in un prossimo futuro, grazie alla più alta crescita del PIL nominale”. Ed ecco cosa ha battuto l’agenzia ANSA pochi minuti dopo: “(ANSA) – ROMA, 15 NOV – Risale, a settembre, il debito pubblico italiano. Secondo quanto comunica la Banca d’Italia è stato pari a 2.283,7 miliardi, in aumento di 4,4 miliardi rispetto al mese precedente quando aveva registrato un ribasso di 21,3 miliardi. L’incremento, spiega Via Nazionale, ha riflesso il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (16,5 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro (per 11,3 miliardi) e dall’effetto degli scarti e dei premi all’emissione. E a settembre le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 28,2 miliardi (3,8 miliardi in meno rispetto a quelle rilevate nello stesso mese del 2016)”.

Ma non basta, ecco cosa rendeva noto l’ISTAT: “Negli ultimi due decenni, tra il 1995 e il 2016, la crescita media annua della produttività del lavoro in Italia (+0,3%) è risultata decisamente inferiore alla media Ue (1,6%). Lo rileva l’ISTAT nel report sulla contabilità della crescita. Invece, fa notare l’Istituto di statistica, tassi di crescita in linea con la media europea sono stati registrati dalla Germania (1,5%), dalla Francia (1,4%) e dal Regno Unito (1,5%). La Spagna ha registrato un tasso di crescita più basso (0,5%) rispetto alla media europea ma più alto di quello dell’Italia”. Che stronzi questi falchi del rigore del Nord, come non riconoscere gli enormi sforzi dell’Italia e i grandi risultati che sta portando in dote? C’è poco da fare, la Scandinavia porta male in questo periodo. E a primavera ci sarà da piangere davvero, altro che Buffon.

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