In attesa del complotto prussiano dietro il crac di Banca Etruria, godiamoci il pragmatismo comasco

Di Mauro Bottarelli , il - 63 commenti


C’è poco da fare, il 4 dicembre non porta bene a Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Nel giorno che sanciva il primo anniversario dalla clamorosa sconfitta nel referendum istituzionale, quella che avrebbe dovuto sancire la fine della carriera politica dei due esponenti PD, un nuovo scandalo legato al caso Banca Etruria arriva a turbare la rinnovata serenità che si era instaurata sull’argomento nel partito di maggioranza relativa del Paese. Dopo l’audizione in Commissione d’inchiesta sul sistema bancario del procuratore di Arezzo, Roberto Rossi, infatti, il segretario PD era ringiovanito di vent’anni e dimagrito di dieci chili: a detta dell’ex consulente di Palazzo Chigi, alla faccia del conflitto d’interessi, la colpa dell’accaduto nella picoola banca toscana erano pressoché interamente di Bankitalia.

Evvai! Renzi, con l’aplomb britannico che lo contraddistingue, aveva cominciato una serie di sketch celebrativi, di fatto augurando incubi a go-go a Ignazio Visco, gridando che il problema di Etruria non era il PD e accennando il tipico festeggiamento dell’elicottero con il pisello, antica pratica rituale di Rignano sull’Arno: la vendetta su Bankitalia era servita, ora erano tutti cazzi di Visco a gestire la patata bollente. Nemmeno una settimana e tutto è finito: non solo il procuratore di Arezzo si vede costretto a scrivere la letterina di chiarimento a Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione d’inchiesta, rispetto lo status di indagato – per la seconda volta – del padre della Boschi, rivelato da uno scoop del quotidiano “La verità” ma la stessa Maria Elena Boschi, a sfregio del ridicolo, dopo 7 mesi annuncia querela contro Ferruccio De Bortoli per aver svelato – per ora, ancora presunto – famoso incontro fra l’allora sottosegretaria e Federico Ghizzoni, presidente di Unicredit. Querela civile, visto che i tempi per quella penale, la Boschi li aveva fatti magicamente scadere, senza intentare la causa. Insomma, navigano a vista. Nella merda.

Ma tranquilli, alla fine ci penserà il tempo a mettere più o meno a posto le cose. Già, perché casualmente la Commissione d’inchiesta ha stilato il suo crono-programma per gli ultimi dieci giorni di lavoro – che riprenderanno oggi, ieri si sono riposati, alla faccia della corsa contro il tempo – e, casualmente, l’audizione di Ghizzoni non è prevista. Verrà sentito Ignazio Visco, verrà sentito Vegas, verrà sentito Padoan: ma non Ghizzoni. E come ci mostra il titolo nel boxino riquadrato sotto il titolo di apertura de “La Stampa” di oggi,

è proprio il vice-presidente della Commissione, il piddino Mauro Maria Marino, a esortare l’universo mondo a non rompere più i coglioni sull’argomento: basta audizioni su Etruria. Insomma, quello che sembrava un incubo scampato, è uscito dalla finestra per rientrare trionfalmente dalla porta. Portando con sè, però, un piacevole effetto collaterale: da qualche ore, Pinotti permettendo, l’allarme fascista è sparito dalle prime pagine. La Prussia nonè più una priorità. Nessun tweet sdegnato. Nessuna chiamata alla resistenza. Anzi sì, una c’è: la manifestazione prevista sabato a Como, su proposta di Walter Veltroni, come reazione al blitz skinheads nella sede dell’associazione pro-migranti. Le sirene romane parlano di adesioni di massa, stile sfilata di Martin Luther King per i diritti civili in Alabama ma la verità è un’altra, debitamente nascosta da tutti i grandi media, fatta eccezione per “L’Espresso”. Eccola,

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in tutto il suo plastico pragmatismo lariana. Ovvero, andate cagare voi e la vostra manifestazione, il prossimo weekend è il primo di vero shopping natalizio e se sfilate per la città ci rompete soltanto i coglioni. Parola di Confesercenti di Como, nota associazione neo-nazista, uscita finalmente allo scoperto riguardo le proprie finalità statutarie: riportare il fascismo sul Lario, attraverso vili atti di boicottaggio del rito laico veltroniano. Viene da ridere ma ci sarebbero da piangere. Non tanto per l’allarmismo in atto, ormai talmente ridicolo e parossistico da essersi ridimensionato da solo ma per il fatto che se nella ricca Lombardia e nella ancora più ricca Como, più Svizzera che Italia, gli esercenti sono terrorizzati dal perdere un singolo giorno di vendite, fossero anche quelle natalizie, vuol dire che non è la narrativa dell’allarme neofascista ad andare a puttane ma quella, ben più seria (anche a livello elettorale) della famosa “ripresa economica” spacciata a piene mani dallo stesso governo che chiede l’intervento dell’ONU per due teste rasate e un volantino dal testo scombiccherato.

Certo, le anime belle e impegnate, tacceranno immediatamente gli esercenti comaschi di insensibilità, citeranno Bertolt Brecht e la parabola dell’indifferenza di fronte all’ascesa nazista, scomoderanno gli anatemi d’antan contro la borghesia cieca e ottusa che garantì l’ascesa di Mussolini in nome del quieto vivere, manderanno inviati fuori dalle chiese e dai caffè per cogliere la natura intimamente e ontologicamente ottusa, razzista e retrograda della provincia del Nord, tanto opulenta quanto umanamente e culturalmente deteriore. Faranno di tutto per nascondere la realtà. Ma il tappeto, ormai, non ce la fa più a nascondere la merda che è stata ramazzata sotto per mesi. Il Re è nudo, piaccia o meno.

Perché è facile prendersela con l’indifferenza piccolo borghese del bottegaio comasco, piuttosto che fare i conti con i propri fallimenti politici. In economia, nel campo della gestione dell’immigrazione, in quello strettamente correlato dell’insicurezza sociale. Vedrete se mi sbaglio: già mi sto pregustando la scomunica urbi et orbi di Corrado Formigli a “Piazza Pulita” giovedì sera, già sto leggendo gli strali via Twitter di Enrico Mentana, già sento nelle orecchie Gad Lerner e il suo odio di classe in cachemire e tweed. Ma tranquilli, sono solo rantoli. Di fronte alla realtà onesta e pragmatica di chi tutti i giorni deve fare i conti con la saracinesca da alzare e abbassare, con le tasse da pagare, con i fornitori, gli stipendi dei dipendenti e le tasche vuote dei clienti potenziali, l’armamentario ideologico dell’intellighentzia di sinistra può poco. Possono scomodare tutti gli ideali del mondo, la gente ha bisogno di andare a fare la spesa per mangiare e di pagare affitto e bollette per vivere.

E ho la quasi certezza che, dopo aver presentato alla cassiera la Fidaty Card, non si sufficiente citare Nelson Mandela per poter uscire con il carrello pieno senza pagare. Chissà, magari nei prossimi giorni salterà fuori su “La Repubblica” un demoniaco complotto prussiano su Banca Etruria o un piano destabilizzante di skinheads della Val di Non per taroccare i dati dl PIL, sfruttando tecnologia hacker russa messa a disposizione da un intermediario neonazista di Codroipo con simpatie leghiste. Quasi certamente, la manifestazione di sabato a Como verrà dipinta come la marcia dei quarantamila della FIAT, un evento spartiacque nella storia contemporanea del Paese e Walter Veltroni verrà incoronato leader della nuova resistenza, con tanto di intitolazione di una piazza e battesimo laico con nome di battaglia, tipo “Fulmine del VHS”. Ma la realtà è un’altra ed è testarda. E sta tutta nel pragmatismo del comunicato della Confesercenti di Como: lasciateci lavorare in pace, che qui c’è gente che deve mantenere la famiglia. Altro che fascismo. E poi si chiedono perché a ogni tornata elettorale prendono gli schiaffi.

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