Il CNEL come Stalingrado, bombette “anarchiche” e fascismi prét-à-porter: tira proprio brutta aria

Di Mauro Bottarelli , il - 35 commenti


E’ proprio vero che l’Italia resta un Paese tradizionalista. Per quanto evolvano i costumi, certi canoni rimangono immutati, ad esempio quello di indossare il vestito buono nel giorno di festa. Come oggi. E, infatti, ecco che “La Stampa” sfodera per l’Immacolata una delle sue prime pagine d’annata, quale destinate a finire incorniciate e appese al muro dell’ideale cesso delle stronzate sesquipedali da cui trarre ispirazione e, soprattutto, stimolo:

non vi pare un capolavoro assoluto di leccaggio del culo alla narrativa del Dipartimento di Stato e del Russiagate? Oltretutto, in totale spregio del ridicolo, vista la fonte pubblica di questa castroneria, sicuramente destinata a diventare l’apertura del tg di La7 di questa sera (a proposito, che basso profilo sul neofascismo che ha tenuto ieri Formigli: papà Cairo avrà richiamato tutti all’ordine, dopo il bagno di sangue degli ascolti?). La minchiata, infatti, è frutto nientemeno che di una mente eccelsa come quella dell’ex presidente USA, Joe Biden, inviato speciale per la crisi in Ucraina ed è espressa in tutta la sua profondità di analisi . praticamente un tema di Pierino nei film di Alvaro Vitali – su Foreign Affairs, rivista notoriamente indipendente e niente affatto allineata alle tesi di Pentagono e Deep State. E cosa ci dice il quotidiano sabaudo, penso con la buona intenzione di metterci in guardia dal pericolo rosso, ora che Vladimir Putin ha rotto gli indugi e comunicato che si presenterà alle presidenziali dell’anno prossimo?

Che il Cremlino è intervenuto nel voto del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, quello che ha sancito l’inizio della parabola discendente per Matteo Renzi e che la sua azione di destabilizzazione degli scenari politici internazionali non è finita, perché dopo Olanda e voto catalano, ora la Russia sta sostenendo Lega e Movimento 5 Stelle, di fatto in vista del voto politico di primavera. Quindi, signori, prendetene atto: Putin ha fatto della sopravvivenza del CNEL la sua nuova Stalingrado, puntando tutto sul fronte del “no”. Di più, la sopravvivenza del Senato e del bicameralismo sarà il cavallo di Troia con cui verremmo conquistati dai bolscevichi del Terzo millennio. E pensare che tutti fossero convinti che quel risultato elettorale fosse una bocciatura del premierato renziano, ovvero della constatazione che il cazzaro di Rignano fosse tale e che quindi si sperasse nella sua dipartita politica, stante anche la promessa di addio in caso di sconfitta. Invece no, teste di cazzo che non siamo altro: dietro c’era un piano tipo Spectre del Cremlino, probabilmente con Putin travestito da Gustavo Zagrebelsky durante i dibattiti televisivi.

Ora, al netto di tutto, proviamo a prendere seriamente la tesi avanzata da “La Stampa” – vi assicuro che non è compito facile, nemmeno dopo il secondo caffè – e vediamo il risultato ottenuto, in concreto. Matteo Renzi si è ritirato dalla politica? No. Certo, ora è più isolato e debole ma per la vocazione della sinistra alla scissione dell’atomo, non certo per il referendum, visto che subito dopo ha rivinto le primarie (forse il Cremlino, in quel caso, non è riuscito a mandare ai gazebo abbastanza hackers infiltrati per votare Michele Emilianosky) e si è rireso il partito. Per il resto, cosa è cambiato? Mantenere in vita il Senato per arrivare al Rosatellum-bis? Cazzo che piano diabolico, magari ci verranno a dire che il tutto è stato organizzato per riportare in vita la salma politica di Berlusconi, sodale di Putin in quanto amanti della figa. Se così fosse, però, come si spiega l’appoggio a M5S e Lega? Pompi Salvini in chiave anti-Cav e populista per farlo diventare premier?

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Magari, spingendo per un’alleanza Lega-M5S sopo il voto? Se così fosse, chapeau al Cremlino, capace di trasformare la fantascienza in realtà. E il viaggio di Di Maio negli USA con annessa promessa di fedeltà a Washington cos’era, una diabolica cortina fumogena? E ancora, travalicando i nostri provinciali confini, che cazzo ci avrebbe guadagnato Putin dall’interferenza in quella pagliacciata del referendum catalano? Voleva garantirsi l’esilio di Puigdemont in Belgio a mangiare praline? Voleva spingere Rajoy all’intervento armato in Catalogna per garantirsi il casus belli e dar via a una campagna spagnola stile Siria e trasformare Barcellona liberata nella nuova Damasco? Tutte domande lecite, a cui voglio aggiungerne una: sarei io, poi, il complottista e quello che vede retroscena oscuri ovunque? Sarebbero i blog i propagatori di fake news e post-verità?

Ma è meglio che ci prepariamo, cari amici. Perché da qui al voto, ne sentiremo e vedremo di tutti i colori. Sulla stampa e nei palazzi del potere. In attesa della manifestazione di domani a Como in risposta al blitz dei naziskin in un centro pro-migranti, c’è infatti da registrare un Marco Minniti in grande spolvero, un misto fra la mitezza ferma dei commissari anni Sessanta – ricorda un po’ il commissario Ambrosio interpretato dall’indimenticabile Ugo Tognazzi – e Clint Eastwood nell’ispettore Callaghan: “Se i fascisti pensano di sfruttare il momento di incertezza politica, la risposta dello Stato sarà che non c’è aria al riguardo”, ha tuonato, dopo il raid di Forza Nuova alla redazione di Repubblica-L’Espresso.

E sorge, anche in questo caso, un interrogativo: perché mai lo Stato dovrebbe attrezzarsi a misure emergenziali come quelle evocate proprio dal quotidiano di De Benedetti, ovvero lo scioglimento d’imperio di quei gruppi estremistici, se, come hanno dimostrato le perquisizioni di ieri, tutti i militanti coinvolti nell’iniziativa erano stranoti alla DIGOS e sono stati identificati in quattro e quattr’otto? Cosa si pensa di ottenere, mettendo fuori legge una Forza Nuova sempre più mediatica e telegenica? Un bell’effetto Trump sulla Cisgiordania? Oppure il pesce piccolo serve ad arrivare a quello più grande e che spaventa davvero, cioé CasaPound? Sarà ma questa fascisteria prét-à-porter che si fa leone proprio quando allo Stato fa più comodo mi lascia sempre un po’ interdetto, esattamente come le tesi di Joe Biden su Putin che va a braccetto con Brunetta contro il “Sì” al referendum costituzionale.

E poi, che dire della bombetta anarchica scoppiata l’altra notte davanti a una caserma dei carabinieri nel quartiere San Giovanni a Roma? Ieri pomeriggio è arrivata la rivendicazione degli anarchici del FAI, sigla che aveva colpito in maniera simile – sempre a Roma – lo scorso maggio: com’è che quando sale la tensione, gli anarchici saltano sempre fuori dagli archivi della storia dinamitarda di questo Paese? Oltretutto, con modalità che permettono versioni multiple: piazzare un petardone alle 5 del mattino davanti a una caserma, a volto coperto e scappar via, non richiede la capacità militare dell’ETA, può farlo pressoché chiunque abbia un minimo di “educazione eversiva” di base. Guarda caso, si va a colpire i Carabinieri, proprio a pochi giorni dallo scandalo della bandiera prussiana, lo stesso che ha messo non poco in imbarazzo il ministero della Difesa e la sua titolare. Sarà ma questa storia dell’Arma santa e martire a poche ore dal processo sommario per neonazismo, fa pensare.

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Magari la bomba l’ha messa Putin, chissà. O, forse, trattasi di coincidenze temporali e di omaggio alla ricorrenza: si avvicina il 12 dicembre, madre di tutte le strategie per mantenere calmo e spaventato il Paese. E squadra che vince, non si cambia. Anche a livello globale, se vogliamo ampliare il quadro del giochino:


quale miglior applicazione del principio di “due piccioni con una fava”, se non quella di saldare idealmente nella percezione pubblica e mediatica la complessa – e politica – battaglia dei palestinesi per il riconoscimento di Gerusalemme Est come loro capitale, dopo lo strappo della Casa Bianca, con quella dell’Iran che si è unito alla condanna e all’appello di Hamas alla terza Intifada e il generico appello mutilante dell’Isis, stranamente tornato a far parlare di sè attraverso l’altrettanto rediviva Rita Katz. “Tira proprio un’ariaccia qui”, come disse Er Teribbile al Sardo in “Romanzo criminale”. E quel “qui” pare non aver confini geografici bel delimitati, è un campo minato globale. Con un’unica certezza, buona per tutte le stagioni: è colpa della Russia.

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