Dei bimbi yemeniti non frega un cazzo a nessuno, tantomeno al New York Times. Dell’Iran, invece…

Di Mauro Bottarelli , il - 30 commenti


Miracoli di fine anno: per una volta, dopo aver seguito la rassegna stampa, non mi ritrovo a riproporvi giocoforza la prima pagina di “La Repubblica” o “La Stampa” con qualche allarme neofascista o per le ingerenze russe nelle elezioni di tutto il mondo. Che sia di di buon auspicio per l’anno che sta per cominciare? Speriamo, anche se ci credo poco, visto cosa ci attende il 4 di marzo. In compenso e in ossequio all’appuntamento elettorale, ecco invece che mi sembra interessante il titolo di apertura scelto da “Libero”:

si tratta di una delle conclusione cui è giunto il report di fine anno dell’ISTAT reso noto l’altro giorno, un qualcosa che non giunge esattamente come un fulmine a ciel sereno ma che presenta percentuali davvero deprimenti. E subito si apre il tipico dibattito da cane che si morde la coda: i cittadini schifano la politica perché questa è pessima o viceversa? Questione annosa che mi pare inutile e fuorviante dibattere in questa sede, visto che ognuno ha la sua idea al riguardo e dubito saranno le mie poche riflessioni di fine anno a farla cambiare. Più interessante è invece analizzare un’altra cosa. Una delle più vecchie e sacre leggi del giornalismo recita che “non esiste nulla di più inedito dell’edito”, ovvero che l’opinione pubblica tende a dimenticare pressoché tutto ciò che le viene comunicato, salvo i messaggi emozionali. Puoi dare dieci volte la stessa notizia in ambito economico e sembrerà sempre fresca di bucato, vista la pressoché nulla attenzione con cui l’ha seguita la gente ma tocca la corda del cuore, del sentimento, della lacrimuccia e sei sicuro che farai quasi sempre centro. Le armi migliori? Vecchi, animali domestici e, soprattutto, bambini. Se poi, il tutto, viene contestualizzato in un ambiente di guerra, fame o miseria, il bingo è garantito.

Ed ecco che, in ossequio a questo sacro principio, tutti i tg di oggi stanno parlando di questo:

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il presunto scoop del “New York Times” sulla vendita di armi italiane all’Arabia Saudite, le quali vengono poi utilizzate da Ryad per compiere anche stragi di civili in Yemen. Ora, partiamo da quattro presupposti. Uno, non è uno scoop ma una notizia già nota riguardo un’attività assolutamente conosciuta (non si tratta di una fabbrica clandestina dentro un nuraghe) e legale. Due, prima di fare le pulci a soggetti esteri riguardo vendita di armi, guerre e warfare, un giornale statunitense ha mediamente materiale per 1267 anni di inchieste rispetto al proprio Paese.

Tre, del conflitto in Yemen non è fregato un beato cazzo a nessuno per due anni, visto che nessuno ha battuto ciglio né per le stragi perpetrate finora, né per la decisione statunitense di fiancheggiare l’Arabia nei raid, né per la peggior epidemia di colera che abbia mai colpito il Paese, diretta conseguenza dei bombardamenti delle infrastrutture idriche e fognarie. Terzo, epidemia che sì sta facendo una silenziosa strage di bambini ma, siccome questo avviene a causa di bombe USA o britanniche, meglio stare zitti. Quarto, dei bambini e dei civili yemeniti in genere non frega un cazzo a nessuno, diciamolo chiaramente. E per dimostrarlo vi ripropongo lo straordinario monologo finale di Alberto Sordi in “Finché c’è guerra, c’è speranza”:
Finche c'è Guerra c'è Speranza, (Alberto Sordi 1975) [engl subtitles]

o si cambia il modello d sviluppo globale o, chiusa o riconvertita la fabbrica sarda, ce ne sarà subito un’altra pronta a prenderne il suo posto. Facendo piangere altri bambini, ovvero i figli degli operai rimasti senza lavoro. Il warfare è business troppo fruttuoso per finire con la firma di un accordo in un meeting internazionale o lo sdegno da spot televisivo di un articolo di giornale che ci fa sentire delle merde per mezza giornata, complice il clima di festa.

Perché allora il New York Times ha voluto riproporre il tema, così in grande stile? E con questo timing, poi, ovvero a Camere sciolte ma con il governo ancora in carica per gli affari generali e il Paese ufficialmente in campagna elettorale? L’ondata emotiva dell’articolo è un segnale chiaro. A Gentiloni affinché mantenga barra dritta, al suo governo affinché freni gli entusiasmi sull’interscambio con Teheran, a gonfie vele negli ultimi mesi e, magari, all’italiana Federica Mogherini, affinché capisca che a breve potrebbe essere salutare rivedere la sua posizione relativa all’accordo sul nucleare iraniano, da ieri posta al centro dell’azione di politica estera di Donald Trump per il 2018 e al centro di un memorandum di intesa fra USA e Israele, relativamente proprio al contenimento di Teheran e della sua azione espansionistica e firmato senza tanti clamori nella giornata di ieri.

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Perché per quanto l’articolo metta in evidenza il commercio fra Roma e Ryad, il contesto che attualizza e rende prioritario è quello yemenita, ovvero il proxy più proxy fra Arabia e Iran a causa del sostegno diretto di Teheran ai ribelli Houthi. E cosa è successo in Iran, in perfetta contemporanea con la bizzarra scelta editoriale del New York Times e l’accordo fra USA e Israele? Gruppi di manifestanti hanno inscenato proteste contro il caro vita ed i problemi economici del Paese a Teheran e in alcune città iraniane come Qom, Isfahan, Isfahan, Mashhad e Kermanshah e alcuni dimostranti sono stati arrestati. Il vice presidente, Ishaq Jahangiri, ha fatto appello ai cittadini a non dare retta a sospetti inviti a manifestare: “Con il pretesto dei problemi economici, vogliono solo danneggiare il governo”. Non vi ricorda le mitiche proteste per il pane che diedero a stura alla altrettanto mitologica “guerra civile” siriana?


Qualcuno vuole un effetto Tienanmen in Iran per legittimare un più duro regime di sanzioni e, magari, qualcosa di peggio? “Il governo iraniano dovrebbe rispettare i diritti del suo popolo, compreso quello di potersi esprimere. Il mondo sta guardando”, ha twittato poco fa la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders, subito seguita dal presidente in persona con un tweet pressoché identico. Mi pare inutile aggiungere altro: state attenti a cosa si nasconde dietro l’indignazione a orologeria per i civili yemeniti. Magari, potreste trovaci questo


come motivazione accessoria di un’accelerazione della crisi con l’Iran. E, state certi, he quando il bubbone starà per esplodere, temo che oltre al regime iraniano – di cui a breve salteranno certamente fuori le prove di coinvolgimento diretto in Yemen e di atrocità i Siria – servirà dell’altro per evitare che il 99% del mondo chieda la ghirba dell’1% per l’ennesima crisi: sono quasi certo che Bitcoin si presterà a meraviglia all’ennesima operazione di distrazione di massa. Ormai penso che manchi davvero poco.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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