Fallacie mercantiliste: accordi commerciali migliori e assunzione di personale estero

Di Francesco Simoncelli , il - 12 commenti

di Gary North

Un cliché comune sul protezionismo è il seguente: il governo degli Stati Uniti deve negoziare accordi migliori per le società americane.

È giunto il momento di dire pane al pane e vino al vino. Questo è fascismo. Il fascismo è un’alleanza stato-imprese. Non dovrebbe esserci un’alleanza stato-imprese. Lo stato non dovrebbe essere coinvolto nel mondo imprenditoriale. Ogni volta che lo stato s’inserisce nel mondo degli affari, lo fa sempre per favorire determinate imprese a scapito di tutte le altre. C’è sempre una repressione del processo decisionale da parte dei singoli acquirenti e venditori. Non ci sono eccezioni. Ci saranno sempre alcuni vincitori e molti perdenti. Ma non vediamo i perdenti. Questo è ciò che nel 1850 Frederic Bastiat definì “la fallacia di ciò che non si vede”.

Se dicessi queste cose ad un conservatore standard, annuirebbe con decisione. È convinto che lo stato non faccia alcun bene quando interviene nel libero mercato. Poi, qualche minuto dopo, mi direbbe che lo stato dovrebbe negoziare attivamente accordi commerciali migliori per le imprese americane. In altre parole, la sua impostazione predefinita sul commercio è il fascismo, ma non lo capisce. Non comprende la logica economica e non comprende il significato della cosiddetta alleanza stato-imprese.

Esiste solo una giustificazione legittima nei confronti dei dazi: fonti di entrate. In origine, secondo la Costituzione degli Stati Uniti, il governo USA non era autorizzato ad imporre direttamente le imposte sugli individui. Questo venne fatto per limitare il potere del governo federale. Quest’ultimo era autorizzato a tassare i liquori, e lo faceva. L’altra fonte principale di entrate proveniva dai dazi. Un dazio è un’imposta discriminatoria sulle importazioni, ma la sua giustificazione costituzionale nel 1787 era quella di limitare il potere del governo federale di tassare direttamente le persone attraverso imposizioni fiscali sui redditi.

Una volta che è stato approvato il 16° emendamento, è scomparsa la giustificazione dei dazi. Da quel momento in poi, il dazio sarebbe diventato l’ennesima tassa discriminatoria contro le importazioni e le esportazioni.

Sì, è un’imposta discriminatoria sulle esportazioni. Poiché gli stranieri non possono vendere tutto quello che altrimenti avrebbero potuto vendere agli americani, non possono mettere le mani sui dollari statunitensi. Quando non riescono a mettere le mani sui dollari statunitensi, non ordinano beni americani né investono in società americane. Quindi le restrizioni all’importazione sono sempre restrizioni all’esportazione e viceversa. Mi rendo conto che quasi nessun americano, o persona di qualsiasi altra nazionalità, lo capisce, perché coinvolge un ragionamento economico e le persone non sono abili nel ragionamento economico.

NEGOZIARE CONTRO LA LIBERTÀ

Questo mi porta a discutere dell’idea che gli stati dovrebbero imporre dazi e altre quote contro le nazioni straniere.

Perché una qualsiasi agenzia governativa dovrebbe favorire una qualsiasi impresa americana? Qual è la logica economica sottostante? Questo è un altro esempio di interferenza statale nelle operazioni del libero mercato. Ciononostante gli americani che sostengono di non volere l’intervento statale nel mercato, insistono che un negoziatore americano abbia l’obbligo di staccare un accordo migliore per l’America.

Per l’America? Per un collettivo? Per tutta l’America? Come? Lo stato non può farlo in nessun altro campo economico. È sempre discriminatorio. Ci sono sempre vincitori e perdenti. Com’è possibile che i negoziatori ottengano un accordo migliore per tutti gli americani? Non possono. È un mito.

Il mercato libero non significa ottenere un accordo migliore per l’America, o per lo stato della California, o per la contea di Los Angeles, o per qualche comune. Il libero mercato è un’estensione istituzionale della libertà personale. È un’estensione dell’idea della proprietà privata. L’idea della proprietà rimanda inevitabilmente all’idea di rinunciare a tale proprietà. Se non posso vendere legalmente qualcosa, non ne ho la piena proprietà. Quindi il compito dello stato dovrebbe essere chiaro: difendere il mio diritto ad acquistare o vendere indipendentemente dall’opinione di chiunque altro. Se questo porterà ad un cosiddetto deficit commerciale nazionale, non deve importare allo stato. Se condurrà ad una eccedenza commerciale nazionale, neanche questo deve importare allo stato.

La maggior parte delle persone non ci crede. Non credono che il libero mercato sia un risultato istituzionale del diritto della proprietà privata. Credono che il mercato e il commercio internazionale non siano un libero mercato, ma piuttosto un’estensione del governo federale.

Il compito del governo federale, come definito dai suoi agenti, è quello d’interferire con il processo di mercato. La maggior parte degli elettori accetta questa giustificazione intellettuale del potere federale nel caso delle imposte discriminatorie sulle vendite chiamate dazi. Amano i negoziatori burocratici che vanno davanti ai negoziatori burocratici di altre nazioni e cercano di ottenere un accordo migliore.

Un accordo economico migliore è promosso dal libero mercato. Un accordo economico migliore non viene mai promosso dal governo federale.

L’unico modo affinché gli stati possano negoziare con un altro governo, è quello di minacciare sanzioni negative. La minaccia è questa: “Alzeremo i dazi se non riducete i vostri dazi”. Questo significa minacciare d’imporre un’imposta discriminatoria sui consumatori americani.

In passato, questa minaccia ha portato a guerre commerciali. Queste sono guerre tariffarie. Sono guerre per espropriare la ricchezza dei cittadini da entrambi i lati del confine. I negoziatori statali minacciano di rubare dagli importatori e gli esportatori di beni nelle loro nazioni.

Se volete capire la minaccia di un negoziatore tariffario, guardate questo video.

GUERRA DEI DAZI, LO STILE LIBERTARIO

Nel 1969 ho scritto un articolo: “Guerra dei dazi, lo stile libertario“. È stato pubblicato sul The Freeman. Lo conclusi così:

La guerra statalista dei dazi è irrazionale. Essa sostiene che, poiché i propri cittadini sono feriti da una restrizione sul commercio estero, possono essere aiutati da ulteriori restrizioni sul commercio estero. Si tratta di una manifestazione contemporanea del vecchio cliché, “Si è tagliato il naso per far dispetto al suo volto.” È tempo che noi accettiamo le implicazioni delle tesi di 260 anni fa di David Hume. Il modo migliore per superare le restrizioni al commercio, a quanto pare, è quello di stabilire politiche che incoraggino le persone a commerciare di più.

Non riesco a far capire questa idea ai cosiddetti libertari che favoriscono le agenzie governative come negoziatori per le imprese, così come non riesco a convincere Pat Buchanan che le imposizioni fiscali discriminatorie sugli americani sono una cattiva idea. Questa mentalità è semplice: “Lo stato è qui per aiutarci e dobbiamo renderlo più forte”.

Chiunque sostiene i dazi, e chiunque sostiene la negoziazione tariffaria da parte delle agenzie governative, è afflitto da questa mentalità schizofrenica.

Se siete afflitti da questo tipo di pensiero, sedetevi e ripetete più e più volte: “Il governo federale non è qui per aiutarci, è qui per aiutare gruppi con interessi speciali che agiscono contro i miei di interessi”.

La migliore risposta ad una nazione straniera che aumenta i dazi contro le importazioni statunitensi è quella di ridurre i dazi contro le esportazioni di tale nazione. I venditori di beni in quella nazione avranno quindi un sacco di dollari da spendere e dovranno spenderli da qualche parte in America. Il commercio, dopo tutto, è una via a due sensi. Più commercio c’è, più è ampia la gamma di scelte per gli americani. Questa è la tesi alla base del libero scambio. Il libero scambio non ha mai aiutato determinati gruppi con interessi speciali a scapito degli americani che vogliono scambiare.

L’approccio migliore per negoziare accordi migliori sul commercio è quello di consentire agli acquirenti ed ai venditori su entrambi i lati di un confine di negoziare essi stessi. Tenete il governo degli Stati Uniti fuori da questa storia.

“LE IMPRESE CHE ASSUMONO PERSONALE ESTERO SONO IRRESPONSABILI”

I critici di quelle imprese che assumono lavoratori stranieri, sostengono che questi dirigenti aziendali agiscono in modo irresponsabile. Parafrasando la madre di Forrest Gump: “Irresponsabilità è, chi irresponsabilità fa”.

Nei confronti di chi i dirigenti aziendali sono responsabili? Fino a quando i critici non chiariscono questo punto nella loro mente, dovrebbero mantenere la bocca chiusa. Si intromettono in cose che non capiscono.

Innanzitutto, i dirigenti hanno un obbligo economico nei confronti dei clienti. Questo non è un obbligo legale, supponendo che non commettano frodi, ma è un obbligo economico. Se violano gli standard morali dei clienti che servono, perderanno una certa percentuale di questi clienti. I clienti decideranno che i dirigenti non stanno facendo la cosa giusta e quindi andranno a comprare da aziende i cui gestori fanno la cosa giusta, almeno secondo suddetti clienti. I clienti decidono se acquistare o meno da una determinata azienda. Questa decisione ha un impatto economico sullo stato finanziario delle imprese e quindi anche sulla capacità dei manager di trarre profitto dalla loro posizione di manager.

Se i clienti decidono che il prezzo è giusto e la qualità è giusta, allora acquisteranno da una determinata azienda. Se pensano che l’impresa stia violando gli standard morali nazionali assumendo lavoratori stranieri, cesseranno di comprare presso questa particolare azienda. Andranno altrove. Decideranno dove spendere i propri soldi. Hanno il controllo legale sui loro soldi, e quindi hanno un diritto legale di prendere la decisione riguardo cosa comprare, quando comprare e quanto pagare. Se a loro non piace come i manager gestiscono l’azienda, la scarteranno dalle loro scelte d’acquisto. Penso che questo sia un principio semplice da capire, ma a quanto pare i critici del libero mercato non lo capiscono.

Questo principio è talvolta chiamato sovranità del consumatore, ma preferisco chiamarlo autorità del consumatore. I consumatori hanno denaro e il denaro è la merce più commerciata. I proprietari di imprese vogliono convincere i consumatori a cedere un po’ dei loro soldi in cambio della produzione delle loro imprese. I consumatori hanno l’autorità; i critici che non acquistano dall’impresa di cui non possiedono azioni, non hanno alcuna voce in capitolo nelle decisioni dei dirigenti aziendali. Se non amano ciò che stanno facendo i manager, non devono acquistare i prodotti fabbricati da quelle aziende.

Se i dirigenti aziendali decidono di perseguire un modo particolare per rendere redditizia la loro azienda, questa sarà una loro decisione. I consumatori possono decidere se le decisioni prese dai dirigenti aziendali sono sbagliate, economicamente o moralmente. In termini di analisi economica, i dirigenti aziendali agiscono come agenti economici dei consumatori. Non devono nulla ai non clienti, a meno che questi non clienti siano titolari di azioni dell’impresa. In una società libera, il resto della popolazione non gioca alcun ruolo nel risultato.

In altre parole, i dirigenti aziendali prendono le decisioni in veste di agenti. Prendono le decisioni in veste di agenti economici per conto dei clienti. Prendono decisioni in veste di agenti legali per conto degli azionisti. Ma a parte i clienti e gli azionisti, nessun altro dovrebbe avere voce in capitolo. Questa è la logica del libero mercato. Si chiama laissez-faire.

Ci sono milioni di persone che pretendono di essere difensori del libero mercato, ma che in realtà sono interventisti economici. Credono di avere il diritto di criticare come gli altri debbano gestire la loro proprietà. Credono che se altre persone non gestiscono la loro proprietà nel modo in cui dicono loro, allora essi hanno il diritto legale di rivolgersi ai politici affinché cambino l’assetto commerciale predominante. Questo è statalismo ed è diffuso in nazioni i cui cittadini si considerano difensori della libertà, difensori della libertà economica e difensori del sistema capitalista. In realtà sono difensori del mercantilismo, dello stato sociale e della regolamentazione economica.

Queste persone sono come dei bambini e credono nel cosiddetto stato bambinaia. Credono di avere il diritto di far approvare determinate leggi ai politici affinché burocrati senza volto nelle agenzie esecutive possano imporle. Credono che questi amministratori, che non possono essere licenziati, abbiano il diritto di mandare persone con pistole e distintivi per dire ad altre persone cosa fare. Le persone con pistole e distintivi dicono alle aziende che non hanno il diritto di assumere lavoratori in base alla loro scelte e a prezzi che lavoratori e datori di lavoro accettano volontariamente.

Ciò dimostra una mancanza di fede nel principio fondamentale della proprietà privata. Mostra che gli elettori non si fidano dei clienti. In altre parole, non si fidano di sé stessi. Invitano lo stato ad intervenire e poi gridano: “Fermati, prima di spendere di nuovo!” Sanno bene di acquistare beni e servizi da aziende che assumono lavoratori stranieri e sanno di non poter smettere di farlo. Credono che altri clienti abbiano torto dal punto di vista morale, proprio come loro stessi hanno torto dal punto di vista morale, e credono che lo stato debba intervenire per impedire a chiunque di acquistare beni e servizi prodotti da imprese che assumono lavoratori stranieri.

Tutte queste chiacchiere scompariranno non appena gli algoritmi inizieranno ad espandere la loro influenza nella nostra vita. È politicamente impossibile organizzare gli elettori per interrompere l’uso degli algoritmi. Se questi algoritmi operano al di fuori dei confini geografici di una nazione in particolare, i dirigenti aziendali possono decidere di utilizzarli per gestire le aziende all’interno di una frontiera di una nazione in particolare. Non c’è niente che gli elettori possono fare a questo proposito, ed è una cosa buona.

Possiamo acquistare beni e servizi digitali attraverso le frontiere. Questa è una buona cosa. Impedisce ai bambini capricciosi di interferire nella nostra vita.

Se si vuole incolpare qualcuno per il fatto che una impresa particolare ha assunto lavoratori stranieri, incolpate i clienti, non i dirigenti. I dirigenti agiscono per conto dei clienti. Se i clienti non amano le politiche di una particolare impresa, possono acquistare da un’impresa rivale. Analiticamente dovrebbe essere facile da capire, ma non lo è.

Ecco la morale della storia: se i clienti non sono disposti a pagare più soldi per acquistare la produzione di un’impresa che non impiega lavoratori stranieri, non è affar nostro.

A meno che non possediamo azioni di quella impresa, non dovremmo dire niente. Nella misura in cui tentiamo di avere voce in capitolo, chiedendo allo stato di limitare l’impiego dei lavoratori stranieri, diventiamo avversari della libertà. Non ci piacerebbe il libero mercato. Non penseremmo che i clienti ed i venditori abbiano un diritto giuridico, o morale, di elaborare una qualunque disposizione che ritengono sia migliore per sé stessi. In definitiva, non crederemmo in noi stessi come clienti. Quindi non crederemmo nemmeno nella libertà economica. È un commento triste sul modo in cui viviamo, in quanto non ci fideremmo del nostro giudizio come clienti ed insisteremmo che politici e burocrati intervengano per dirci cosa fare e cosa non fare con i nostri soldi.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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