Su Israele, l’ONU garantisce al Deep State l’ultimo alibi di unilateralismo. E l’Est Europa l’ha capito

Di Mauro Bottarelli , il - 73 commenti


Non so voi ma io noto un po’ troppo entusiasmo degno di miglior causa dietro il voto al Consiglio di sicurezza dell’ONU relativo alla volontà statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele. Certo, il dato numerico del voto può fare impressione, 128 a 9 sembra una di quelle partite di pallacanestro fra ragazzini dotati e schiappe senza redenzione ma al di là del valore simbolico, Washington ha paradossalmente tutto da guadagnare da quanto accaduto. Primo, la risoluzione è stata presentata da Turchia e Yemen ma era di fatto nulla più che la riproposizione di quella originale egiziana, bocciata il giorno prima in seduta ordinaria proprio dal veto USA. Si è passati così alla votazione allargata, quella sostanziatasi nella bocciatura plebiscitaria che ha riempito le prime pagine dei giornali di oggi.

Se l’attivismo turco in chiave filo-palestinese è riconducibile alla strategia di Erdogan di prendere la leadership di una parte di mondo musulmano, parallela a una pericolosa volontà egemonica nella Siria post-ritiro russo, quale motivo avrebbe lo Yemen di dar vita a uno sgarbo simile verso la nazione che potrebbe decidere dalla sera alla mattina di imprimere un’escalation militare al fianco dei sauditi, oltretutto con la scusa dell’interventismo iraniano al fianco dei ribelli Houthi, tesi ribadita non più tardi di due giorni fa dallo stesso Trump dopo l’ennesimo lancio di missili verso Ryad? Sicuri, poi, che Ankara abbia le spalle così coperte da poter arrivare allo scontro faccia a faccia con Washington, oltretutto essendo già ai ferri corti con la NATO per l’acquisto di batterie anti-aeree dalla Russia? E se fosse l’ennesimo gioco delle parti di Ankara?

Prendiamo pure per buono e senza doppi fini l’accaduto: cosa cambia, nei fatti, per Washington? Nulla, visto che subito dopo l’annuncio di Trump su Israele, le reazioni dei vari Paesi avevano sancito un risultato pressoché identico e che il voto dell’ONU non è vincolante. Mero atto di testimonianza. Il quale, però, spiana la strada a un paio di opzioni che gli USA non disdegnano. Primo, fin dal suo insediamento, Donald Trump ha tuonato in ogni sede contro l’ONU, dipinta come un’entità ormai superata, ideologica, lenta nell’intervenire e, soprattutto, costosissima. L’ambasciatrice USA al Palazzo di Vetro, Nikki Haley, ha dichiarato che Washington non dimenticherà questo voto, di fatto minacciando tutti i Paesi che hanno votato contro la decisione americana e che al contempo godono di aiuti economici USA: insomma, due fonti di uscita potrebbero essere tagliate, il voto di ieri potrebbe essere la voce principale di una spending review unilateralista che Trump persegue populisticamente dall’inizio e che non sarebbe male come testa d’alce da inchiodare al muro di una rinnovata luna di miele con l’opinione pubblica interna.

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Ma, sempre parlando di unilateralismo, quanto accaduto potrebbe tramutarsi in un alibi impagabile per il Deep State, il quale gioverebbe di un precedente formale per by-passare bellamente l’ONU di fronte a qualsiasi emergenza bellica gli si ponga di fronte. Nord Corea in testa, se davvero si dovesse arrivare a un clima di necessità tale da giustificare il passo oltre il precipizio. L’ONU, di fatto bellamente ignorata in più occasioni in passato, vedi l’attacco alla Serbia, resta però uno dei bastioni di difesa di un certo mondo arabo e del veto di Russia e Cina di fronte all’attivismo del Pentagono, oltretutto godendo ancora a livello internazionale del grado di grande mediatore di pace. Ora, pur forzando la mano e passando “da bullo”, come denunciato dal delegato turco, Trump potrebbe farsi forte di quanto accaduto per dire che non solo taglia i finanziamenti ma che disconosce di fatto l’autorità delle Nazioni Unite, quantomeno di fronte a situazioni che gli USA ritengono prioritarie per la sicurezza nazionale e internazionale.
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E attenzione, perché proprio l’altro giorno, il “Washington Post” rendeva noto che, con mossa inaspettata, Donald Trump aveva dato via libera al Dipartimento di Stato per la vendita all’Ucraina di sistemi Sniper M107A1, compresi di munizionamento, parti associate e accessori, il tipo di arma necessaria all’esercito di Kiev contro le milizie filo-russe. Armamento leggero rispetto ai missili anti-carro Javelin richiesti dal governo di Kiev e negati da Washington ma un qualcosa che il quotidiano della capitale definisce “l’apertura ufficiale della diga alla vendita multinazionale di armi all’Ucraina, tanto che non appare affatto un caso la decisione contemporanea del Canada di dare anch’esso via libera all’export di armamenti verso Kiev. Una atto simile non sarebbe mai stato compiuto da Trudeau se non avesse avuto la certezza che Washington sarebbe stata della partita”.

Inoltre, il “Post” sottolinea come sia stato Donald Trump in persona a dare l’ok all’operazione, ancorché dopo aver letto un memo in tal senso da parte di Rex Tillerson e James Mattis. Non a caso, la prima dichiarazione di commento alla decisione è stata quella del senatore Bob Corker, co-estensore della legge originaria sul tema e notoriamente falco anti-russo: “Sono felice che l’amministrazione abbia approvato la vendita di armi difensive letali all’Ucraina. Questa decisione è stata supportata dal Congresso in una proposta divenuta legge tre anni fa e che riflette l’impegno di lungo termine del nostro Paese al fianco di Kiev contro l’aggressione in atto da parte della Russia”. Alla luce di tutto questo, vi pare una coincidenza che, in totale dissenso dal Paesi occidentali dell’UE, il blocco di nazioni dell’Est europeo si sia astenuto al voto di ieri all’ONU?

Tutta colpa della russofobia polacca, proprio nel momento di massima tensione fra il Gruppo di Visegrad e Bruxelles e dopo la decisione di quest’ultima di attivare l’articolo 7 pre-sanzionatorio contro Varsavia per le sue “violazioni” dei valori UE? Certamente in parte sì, c’è un contemperarsi e un intrecciarsi di interessi e finalità ma qualcosa in quel chiamarsi fuori da un palese attacco a Washington fa pensare.

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