L’ossessione antica di borghesucci che flirtavano con l’utopia ma scelsero il vestaglione di flanella

Di Mauro Bottarelli , il - 58 commenti


Non sperate che dedichi più di cinque righe alla manifestazione anti-fascista tenutasi questa mattina a Como: prendo per buona la cifra resa nota dal ministro Maurizio Martina, a detta del quale i partecipanti erano più di 10mila. Un successone. Anzi, vi dirò di più: trattasi di stime al ribasso, frutto dell’ontologica umiltà del PD. Erano almeno 100mila, tanto che le guardie cantonali svizzere erano in allarme al valico di Brogeda per la calca anti-fascista che premeva sui confini della Confederazione, intenzionata a raggiungere Lugano per una jam-session di canti anarchici e resistenziali.

Como nuova Stalingrado, evviva! Vi basti sapere che l’ultimo intervento sul palco è stato di Daniele Piervincenzi, il giornalista che si è beccato la testata da Roberto Spada, il quale ha letto un testo di Sandro Pertini. L’inviata di SkyTg24, tale Gaia Mombelli che nelle mie preferenze è salita subito di parecchi gradini dopo la diretta di stamattina, ha così motivato questa scelta: “Anche lui, in un certo modo, è stato vittime di un’aggressione neonazista”. Dunque, gli Spada sono anche neonazisti. Ora, io capisco confondere Otto von Bismarck con Adolf Hitler, visto che la bandiera prussiana nella caserma dei CC era troppo ghiotta come scoop ma accomunare Roberto Spada a Hermann Göring appare materia da anti-doping. O analista con una certa esperienza. Forza Gaia Mombelli, se ti applichi il premio “Lucia Goracci per la puttanata del mese” potrebbe essere tuo prima dell’Epifania. Chiuso con Como, ho perso anche troppo tempo.

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In compenso, siamo di fronte a un combinato congiunto di quelli da paura. Allarme neofascista e quello delle fake news russe in supporto di Lega Nord e Movimento 5 Stelle in vista delle politiche. Ed ecco che oggi “La Repubblica” e “La Stampa” attaccano a testa bassa sul tema:


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due prime pagine così valgono la giornata, roba da scendere in edicola in pigiama, tale la frenesia di poter leggere, sporcandosi come un tempo le mani di inchiostra, la sequela di puttanate che riescono a mettere in fila, quasi senza sforzo (e, comunque, stando al quotidiano di De Benedetti, i fascisti sarebbero al 54% in Italia, quasi meglio che ai tempi del referendum fra monarchia e Repubblica). Siamo assolutamente accerchiati: fascisti e russi ovunque, a perdita d’occhio, una moltitudine. Sembra di essere tornati indietro nel tempo, anche per certe parole d’ordine e certi slogan: come questo,

apparso sui muri di Bergamo, forse in vista della trasferta comasca di qualche pacifista dei centri sociali. Ok, ammazzare un fascista non è reato. Ma massacrare i dettami base della lingua italiana, sì. Dai, che con un po’ di sforzo riuscite a raggiungere la ministro Fedeli e almeno le elementari le finite. Chi invece è davvero avanti, un luminare della diplomazia politica è il deputato del PD, Michele Anzaldi, il quale su Facebook ha scritto quanto segue rispetto alla puttanata rilanciata ieri da “La Stampa”, ovvero la denuncia di quel noto alcolizzato – negli USA lo sanno anche i tombini – di Joe Biden: “Le pesantissime e circostanziate accuse lanciate dall’ex vice-presidente degli USA, Joe Biden, sull’ingerenza della Russia sulle elezioni italiane sono veramente inquietanti e lasciano allibiti. Il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, dovrebbe convocare immediatamente gli ambasciatori di USA e Russia per avere chiarimenti urgenti”.

Giusto, cazzo! D’altronde, vuoi che a tre settimane dalla fine della legislatura e con Angelino Alfano che ha già reso noto che non si ricandiderà, gli ambasciatori caghino di pezza l’eventuale convocazione alla Farnesina? A far che, a parlare di qualità dello Zibibbo? Ma Anzaldi ha ragione, trattasi di atto dovuto: non come quando due criminali in divisa tranciano il cavo di una funivia al Cermis, facendo una strage o un altro ammazza un dirigente del Sisde in Iraq, mentre rimpatria un ostaggio. Quelle sono bazzecole, mica vorrai rompere il cazzo a Villa Taverna per cose simili. Diverso, invece, quando “La Stampa” rilancia le troiate di una rivista notoriamente equidistante come “Foreign Affairs”. Ci fosse “L’eco del Deep State”, uno come Maurizio Molinari lo infilerebbe come allegato, insieme a una bandiera a stelle strisce e un buono per un hot-dog.

Anche qui, poco da dire, se non un misto di tenerezza e pietà. Perché sono ossessionati, la loro è una malattia, avrebbero bisogno di cure amorevoli e tante pilloline colorate: vedono Mussolini e Hitler ovunque, come altri vedono gli elefanti a pois o i serpenti che salgono dal wc. La foto che ho scelto come copertina, parla da sola: quel numero de “L’Espresso” è del 1966. Già allora, avevano bisogno di cure sul lettino e di uno junghiano rigido al loro capezzale ideologico. Ovviamente, il pericolo era il nazismo risorgente. Guarda caso, le parole d’ordine che due anni dopo infiammarono le piazze di tutta Europa, il mitico 1968 e la sua apoteosi, il Maggio francese con i suoi Cohn-Bendit e boulevard St-Michel che divenne in quei giorni “rue du Vietnam héroique”. Oppure proprio la Germania di Rudi Dutschke, capo degli studenti di sinistra, gli stessi che embrionalmente stavano già pensando all’opzione armata della RAF, la quale definiva la NATO e la Germania Ovest capitalista proprio come “nuovo nazismo”.

E poi, Berkley e le manifestazioni contro il Vietnam, nel 1973 Allende e il golpe di Pinochet e poi tutta la narrativa romantico-guerrigliera del Sud America, Nicaragua sandinista in testa. La progenie de “L’Espresso” ci sguazzava in quel brodo di cultura che univa canne, idealismo da quattro soldi, citazioni da Wikipedia della rivolta e piombo, ne era il cantore colto e istituzionale, l’alleato borderline che ogni tanto – quando si eccedeva in gambizzazioni o peggio – doveva bacchettare per dovere di tenuta democratica e istituzionale, essendo voce borghese della stessa società borghese, elitaria e ipocrita che garantiva gestazione ai rivoluzionari che poi le promettevano la morte in piazza. Un gioco delle parti che in Italia ha visto tanto notai, deputati e avvocati fare il diavolo a quattro per coprire le gesta di figli e nipoti, soprattutto a Bologna. Erano e sono rimasti così, oggi soltanto un po’ più snob e millantatori, se non apertamente mitomani, come nel caso della campagna ossessiva contro la presunta “onda nera”.

All’epoca, almeno, gli opposti estremismi esistevano davvero, oggi abbiamo da un lato centro scoiali che lottano primariamente contro gli apostrofi e, dall’altra, gente che lancia quattro torce da stadio contro una finestra, brandendo cartelli ed essendo così pericolosamente clandestini da essere blindati il giorno dopo. Patetici. Prima che infidi. Quelli che oggi agitano fantasmi e spaventapasseri sono i nipotini sbiaditi e fighetti di quella generazione che flirtava con l’utopia, l’ideale, l’assalto al cielo ma scelse di farlo indossando il fantozziano vestaglione di flanella, non solo delle parlamentarismo e delle istituzioni ma del gioco di sponda del collaborazionismo.

Oltretutto declinato in modo e tempo di “compagni che sbagliano”, “sedicenti Brigate Rosse”, “album di famiglia della sinistra” e altre ipocrite formule per evitare di dire che lo stesso comunismo di cui si millantavano fieri propugnatori e sostenitori nelle loro belle case borghesi, chiedeva per le strade d’Europa il suo tributo di sangue in nome della lotta all’imperialismo, allo Stato borghese e al società delle multinazionali. Le stesse di cui erano dirigenti padri e zii, le stesse di cui sono entrati a fare parte per via editoriale, le stesse di cui oggi si tessono le lodi – Apple, il miracolo Silicon Valley e altri campioni del mondo di sfruttamento globale -, mentre si grida al pericolo fascista per quattro naziskin, due volantini e 50 pacchi di pasta di CasaPound. Il problema è che sono talmente nella merda, come dimostra questo,

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che ormai sono allo spregio del ridicolo vissuto come disciplina olimpica e puntano tutto su queste due immani troiate di emergenze immaginarie, alla faccia delle fake news: non a caso, Mosca non si è nemmeno degnata di rispondere alle idiozie di Biden. Volete sapere con chi abbiamo a che fare, in realtà? Con questo:
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medesimo profilo Facebook del medesimo quotidiano nella medesima giornata: anti-fascismo militante in piazza a Como che condivide spazio e cervelli all’ammasso con la grande rivoluzione dell’avocado senza nocciolo, “la rivoluzione che gli hipster aspettavano per il loro frullato”. Fatevi curare, perché state davvero male. Esattamente come il computo delle vostre vendite in edicola, al netto delle copie omaggio inviate a tutti gli studi professionali d’Italia conteggiate come venduto o abbonamento. Ormai la gente ha imparato a conoscervi. E, di conseguenza, a evitarvi. Che banda di fascisti, vil razza dannata che non capisce l’importanza dell’avocado denocciolato…

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