“Snack dolce o salato?”: arriva la profugo-airlines, mentre Gentiloni ci manda in Niger. Forza Austria!

Di Mauro Bottarelli , il - 146 commenti


Mangiato bene? Belli satolli? A casa tutto bene? Ok, perché qui non c’è tempo da perdere. Non c’è un attimo di respiro. Costretti all’ennesima figura di merda con relativo arrampicamento sugli specchi per i 29 senatori assenti in aula per l’ultimo, tentato blitz sullo ius soli, quelli del PD devono aver pensato che l’unica via d’uscita era schierare l’artiglieria pesante. Ed ecco che, l’altro giorno, il ministro degli Interni, Marco Minniti, utilizzava le colonne di “La Repubblica” per annunciare la trasformazione dei cosiddetti corridoi umanitari da soluzione una tantum a strategia mirata per il contrasto all’immigrazione clandestina. Facendosi forte dell’arrivo a Roma di 162 profughi libici giunti via aerea grazie a un’iniziativa coordinata con la Croce Rossa, l’uomo forte del PD ha annunciato che nel 2018 saranno 10mila gli uomini e le donne che arriveranno in Europa con queste modalità legali e sicure, a fronte di 30mila respingimenti programmati e un ormai consolidata collaborazione con la Libia.

Insomma, per contrastare quello che fino a sei mesi fa era un fenomeno epocale, non contrastabile ma solo gestibile, diamo vita alla “profugo-airlines”, la quale andrà a prendere nuclei famigliari presso i campi libici, sottraendoli – a loro dire – a torture e abiezioni di ogni genere. Ma che cazzo di contrasto è? Si fa, di fatto, ciò che si è imputato alla Merkel, il cherry picking fra disperati, i quali come in un fantomatico gioco a premi si ritroveranno su un aereo con la hostess che gli chiederà se preferiscono noccioline o biscotto e, una volta giunti a Roma, godranno di condizioni di accoglienza assolutamente non replicabili in massa, quindi non strutturali. E le migliaia che con la primavera inoltrata tenteranno il varco del Mediterraneo? Tranquilli, ci penseranno i libici. La quale Guardia costiera, non più tardi di una settimana fa, ci ha mandato a fare in culo, di fatto scaricando il peso dei pattugliamenti sulle nostre spalle (Malta nemmeno ci pensa). E poi, un dubbio: se facciamo venire qui in aereo dei libici, chiamandoli profughi, vuol dire che già oggi la Libia è instabile: chi ci garantisce, allora, la collaborazione anti-sbarchi in primavera?

Ma lui, SuperGentiloni! Il quale, tanto per sperare in un colpo di disperazione collettiva che lo mantenga a Palazzo Chigi ancora per un po’ con un accordo bipartisan dopo il voto, ha lanciato l’operazione Niger: ovvero, dalla prossima primavera, parte dei nostri 1400 soldati dispiegati in Iraq verrà spostata nell’area attualmente pattugliata (si fa per dire) dalle truppe francesi, il tutto per “contrastare il terrorismo e il traffico di uomini”. Nobile intento ma, al netto del numero di uomini che si metterà a disposizione della missione, anche qui sorge un dubbio: perché tanta fretta? Gentiloni ha infatti detto a chiare lettere che proporrà la missione alle Camere, prospettando anche tempistiche: primi dispiegamenti in primavera e missione in piena operatività dall’estate. Eppure, domani lo stesso premier è atteso alla conferenza stampa di fine anno che dovrebbe porre fine alla legislatura, visto che l’ammissione formale di esaurimento dell’azione politica dell’esecutivo in carica dovrebbe portare il giorno dopo, 28 dicembre, allo scioglimento delle Camere da parte del presidente della Repubblica. Dopodiché, solo disbrigo formale degli affari generali.

Ma una missione militare estera non è tale, anzi, tanto più che – stando a Gentiloni – la sua definizione richiederà il coinvolgimento delle stesse Camere appena sciolte: perché tanta urgenza? Dove deve piazzare il buon Macron i suoi uomini, per chiederci tale solerzia d’intervento di rincalzo? Verso giacimenti petroliferi più profittevoli? O magari proprio in Libia, in attesa di un secondo 2011?

Ma attenzione, perché se nei giorni del Natale il Papa ha forzato non poco la mano sul tema migranti nei suoi interventi pubblici, rendendo palese la spinta vaticana in tal senso – basti vedere il breve ma puntuto editoriale de “L’Avvenire” del 24 dicembre -, ecco che un sedicente gruppo di “Italiani senza cittadinanza” oggi tira per la giacchetta nientemeno che il presidente della Repubblica, di fatto chiedendogli tempi supplementari per la legislatura, al fine di forzare l’ennesimo tentativo sullo ius soli. Insomma, Mattarella non sciolga le Camere prima della ripresa dei lavori d’Aula – prevista il 9 gennaio – e, di fatto, si faccia garante di questo provvedimento che, ogni giorno di più, sembra dover divenire legge per sfinimento, più che per reale convinzione della maggioranza che lo propone.

Si arriverà all’ennesima blitz? Ne dubito fortemente, non fosse altro per il precedente di strappo istituzionale cui si andrebbe incontro, al netto dei numeri parlamentari. Resta il fatto che la contrapposizione sul tema migranti sta divenendo sempre più netta e aspra, perchè prima della due giorni buonista in salsa italica sul tema, era stato il neo-cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, a dare a la sua versione, intervistato dalla “Bild” a tutto campo: “Costringere i Paesi ad accogliere i rifugiati non aiuterà l’Europa. Se continuiamo così divideremo l’Unione europea e gli Stati membri decideranno ognuno per conto proprio quante persone accogliere: le discussioni sulle quote sono in larga parte prive di senso, perché i migranti che intendono venire in Europa non vogliono andare in Bulgaria o Ungheria, bensì in Germania, Austria o Svezia…

Invece di investire su una politica fallita, l’Ue dovrebbe sostenere anche militarmente ulteriori sforzi per aiutare i migranti nel loro Paese d’origine o negli Stati vicini. Il confine che separa asilo e migrazione economica è attualmente del tutto labile. Se ciò non è possibile, allora dovrebbero essere aiutati in aree sicure del proprio continente. L’UE dovrebbe sostenere questo, forse anche organizzarlo e appoggiarlo militarmente”. E se dall’accogliente e aperta Svezia arrivano notizie e segnali come questi,

vuole proprio dire che siamo di fonte allo scontro fra due paradigmi, prima che fra due soluzioni possibili a un problema reale. La battaglia è tutt’altro che chiusa. Anzi, comincia solo ora. Il Gruppo di Visegrad pare aver deciso da quale parte stare e ora aspettiamoci le reazioni, più o meno palesi dell’Unione Europea, mentre l’Italia appare ogni giorno di più il baricentro e l’ombelico di una visione miope e suicida, ancorché con chiari risvolti socio-elettoralistici. Non è che la politica di doppio passaporto austriaca possa essere estesa anche agli orfani del Regno Lombardo-Veneto, per caso? Non so perché ma a meno di una settimana dal suo svolgimento, sento che nei commenti RAI al concerto di Capodanno da Vienna, ci saranno nemmeno troppo velati riferimenti a quest’Austria senza più anima, né cuore…

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