Stanno perdendo, non è il momento di avere pietà: se bramano il loro cupio dissolvi, accontentiamoli

Di Mauro Bottarelli , il - 95 commenti


Negli ultimi giorni è stato il mal di schiena il mio compagno di viaggio, una dolorosa pausa forzata che mi è servita a disintossicarmi dalla frenesia spesso inutile e destabilizzante della cronaca. Certo, ho seguito con entusiasmo da finale dei mondiali la questione della salma di Vittorio Emanuele III, così come fra un’iniezione e l’altra di Voltaren e Muscoril ho capito che il mondo gravita attorno a Maria Elena Boschi e al suo vagabondare da piazzista di pentole a pressione per cercare di salvare la banchetta di papà. Ma, tendenzialmente, ho riflettuto sulla situazione generale, cercando di trarre un minimo di conclusione in questo enorme rincorrersi e affastellarsi di miserie, quasi fossimo in un libro di Céline. Metterò in fila, senza ossessioni cronologiche, alcuni avvenimenti e lo farò partendo dall’appello rivolto ieri alle più alte cariche dello Stato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante il rituale discorso che precede gli auguri e il brindisi di fine anno. Estrapolo quello che per me è stato il concetto chiave: di fronte a noi abbiamo il momento più alto di una democrazia, le elezioni, quindi affrontiamole con serenità ma, soprattutto, per battere l’astensione, i partiti offrano proposte concrete. Vediamole, a partire dalla situazione in Sicilia.

Già, perché passata la tornata elettorale, sul destino della Trinacria è calato il silenzio. La vittoria del centrodestra sembrava aver aperto una nuova stagione, piena di promesse e prospettive anche in chiave nazionale. Matteo Salvini si era speso non poco, paradossalmente più che per i referendum di Veneto e Lombardia, sperando che proprio dalla Sicilia prendesse impulso la sua iniziativa a livello nazionale, sostanziatosi prima nella nascita della lista “Noi co Salvini” e poi con l’addio al “Nord” nel nome del partito. Bene, non ci sarà nessun esponente salvianiano nella giunta siciliana di Nello Musumeci, si sono già chiamati fuori, di fatto per la mancanza di serietà emersa prima ancora dell’insediamento. Ciò che era nei programmi, non è nei fatti.

Tre giorni fa, poi, la riprova del gattopardismo in atto: con 4 voti di esponenti PD e in nome del vero rinnovamento, chi è stato eletto a presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana? Gianfrancò Micciché, ras di Forza Italia e fiero oppositore a qualsiasi ipotesi di taglio di vitalizi, privilegi e prebende. Ora, capisco che Giorgia Meloni – vera vincitrice della tornata siciliana in seno al centrodestra – sia troppo occupata con i suoi post-tutorial su come fare il presepe per salvare le tradizioni dall’invasione islamica ma non ha nulla da dire al riguardo, nemmeno due minutini di intervento? E la questione è più ampia, perché per quanto le baruffe chiozzotte fra Berlusconi e Salvini siano cosa nota e per la maggior parte dei casi strumentali,

Giorgia Meloni – APPELLO AGLI ITALIANI: FACCIAMO INSIEME LA RIVOLUZIONE DEL PRESEPE

ieri è nata la “quarta gamba” del centrodestra, ovvero un’accozzaglia di democristiani fuoriusciti da Alternativa Popolare o scongelati per l’occasione, pronti a sculettare a comando in quel di Arcore pur di poter poi poggiare le medesime terga su un comodo e ben remunerato scranno parlamentare. Salvini ha messo il veto, il Cavaliere non gli ha nemmeno risposto. Salvini è tornato a chiedere un patto scritto, il Cavaliere non ha fatto un plissè. Uno dei due perderà la partita, quantomeno a livello di credibilità: ed essendo Berlusconi esente per natura ormai da anni da quella dote, immaginate un po’ chi si farà del male.

Anche perché basta vedere l’atteggiamento di Forza Italia in seno alla Commissione d’inchiesta sul sistema bancario per capire che l’inciucio post-voto ci sarà e avrà molto probabilmente il volto di un Gentiloni-bis bipartisan, già evocato da Berlusconi e non totalmente avversato da un Renzi che, stante i sondaggi, avrà bisogno di tempo per zavorrarsi almeno alla sedia di segretario. In compenso, ha cominciato a mandare segnali, il primo in sede di DEF durante i lavori di queste ore in Commissione: il bonus bebé tanto caro ad Alternativa Popolare? Ridimensionato e ridotto a mancia solo per i nati nel 2018, almeno imparate ad andare con il Cavaliere e lasciarmi solo la Lorenzin in dote.

Gli interventi per mitigare il regime di rinnovo dei contratti a termine previsti dal Jobs Act, tanto cari a sinistra PD e fuoriusciti bersaniani? Cassati, nonostante i pareri favorevoli alla modifiche: della serie, ora andate dai vostri elettori a spiegargli il perché, dimostrando di fatto che non contate un cazzo. E un cazzo conterete dopo il voto, perché se da un lato l’ipotesi inciucio permetterà a Renzi di operare l’epurazione finale, dall’altro non sarà certo Pietro Grasso a tramutare il partito residuale di Speranza in un soggetto capace di muovere gli equilibri.

I Cinque Stelle, se non ve ne foste accorti, stanno liquefacendosi, il tutto mascherato dalla famosa regola dei due mandati. Roberto Fico è sparito letteralmente dalla circolazione e con lui l’anima movimentista, Alessandro Di Battista girerà il mondo, scriverà e farà il papà, Virginia Raggi sta contando i giorni che mancano alla fine del mandato da sindaco e poi col cazzo che resterà nell’agone grillino. Certo, c’è Luigi Di Maio, il candidato premier, il quale però sta inanellando una serie di figure di merda che potrebbero riuscire nel miracolo di resuscitare gli impresentabili: se infatti l’M5S da solo, oggi vale più di tutto l’arco della sinistra messo assieme, è il centrodestra a essere in vantaggio a livello di coalizione, ammesso che regga. Più che la questione euro, di fatto niente più che un totem da tirare fuori ogni tot per agitare le acque, sono le uscite sulle eventuali alleanza post-voto a far capire che in casa Casaleggio-Grillo non si sa più da quale parte voltarsi, mano a mano che si avvicina l’ipotesi reale di dover governare:

prima si apre, poi si chiude, poi si riapre condizionando. In tre giorni, Di Maio ha cambiato dieci posizioni diverse al riguardo, ottenendo soltanto una tiepidissima apertura da Pierluigi Bersani, un altro talmente disperato da accettare persino il conforto del guaito di un cane randagio di passaggio. Doveva essere una macchina da guerra, è rimasto un giovane in grisaglia da ottantenne che cerca di barcamenarsi: alla prova dei fatti, però, nel momento del bisogno reale, Beppe Grillo si è dato alla macchia. I meet-up? Le manifestazioni? I cortei? I Vaffa-day? Un ricordo. L’entusiasmo si sta spegnendo, vivono (per ora bene) di rendita, perché la puzza di marcio che si alza altrove tiene ancora la gente vicino a quello con meno rogna addosso. Ma non dura per sempre.

Anche fake news e antifascismo stanno perdendo di appeal, se ci fate caso. La Boldrini tace ormai da tempo immemore, “Repubblica” e “Stampa” lanciano richiami come quelli vaccinali per non buttare del tutto alle ortiche mesi di lavoro ma lo smalto nel raccontare realtà parallele sta sfumando, lo stesso report quindicinale del PD al riguardo annunciato da Matteo Renzi ha vissuto una sola prima edizione, per poi sparire. Più che altro perché, alla prova dei fatti, era un house-organ. Ora tocca sopravvivere, ora la campagna elettorale inizia davvero, ora si parla di sangue e merda, ovvero seggi elettorali, collegi, candidature, programmi da modellare come il Pongo per farli andare bene un po’ a tutti e poi si vedrà.

Anche lo ius soli, sparito. Mentre il biotestamento è passato unicamente per sancire ufficialmente l’ingresso in politica di Grasso, un’assicurazione sulla vita per il PD: da quel momento, il capo della sinistra-sinistra è diventato parte in causa schierata, quindi attaccabile. Quando si è alla frutta, ogni proiettile trovato per terra, diventa un’arma atomica. Sono agonizzanti, tutti. Fanno quasi pietà, sono dei rabdomanti attorno a Palazzo San Macuto, sperando che Banca Etruria gli garantisca la sparata del giorno contro l’avversario. Altrimenti, c’è il referendum sull’euro. O i cantieri TAP da militarizzare. Miserie. E macerie.

E proprio quando ci sono solo macerie, è il momento di stare in piedi. A testa alta. Se sta accadendo questo, ci crediate o meno, è anche grazie a noi, intesi come comunità di persone che ha deciso di smettere di credere a ciò che ci veniva imboccato con voi pindarici come l’aeroplanino con la banana a rondelle di quando eravamo piccoli e hanno cominciato a porsi domande, cercare altre fonti, informarsi sui fatti, mettere in discussione lo status quo, sfidare i bandi, le sospensioni dai social, la stessa espulsione dal genere umano in quanto complottisti e propagatori di fake news. Ognuno sia libero di fare ciò che vuole il 4 marzo prossimo, votare chi vuole, non votare, annullare la scheda, scoreggiare nel seggio. Una cosa sola non va fatta: arrendersi adesso come cittadini liberi, indipendenti, sovrani nel proprio essere e informati.

Se vogliono, più o meno inconsciamente suicidarsi, se il loro comportamento di questi ultimi giorni di legislatura è un pietoso cupio dissolvi, non è certo questo il momento della pietà: accontentiamoli e mandiamoli per sempre nel dimenticatoio. Non importa se la maggioranza di chi andrà alle urne, li riconfermerà: se la marea montante di chi li disconosce nei fatti, attraverso i comportamenti attivi quotidiani, saprà tenere barra dritta e testa alta, il loro aver riconquistato uno scranno, sarà soltanto atto formale di ectoplasmi. Le vendite dei giornali “autorevoli” vanno a picco, l’audience delle grandi emittenti televisive crolla, l’informazione sul web cresce, al netto delle distorsioni ontologiche che porta con sé e che vanno risolte o, almeno, limitate. E’ solo una battaglia. Piccola. Simbolica. Ma va vinta. E se non ora, mai più.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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