Visegrad blocca il nodo delle quote e in Austria nasce il governo OVP-FPO. E’ una buona giornata

Di Mauro Bottarelli , il - 64 commenti


La rassegna stampa d stamattina è stata indolore: ovunque, una diarchia di notizie. La cattura di Igor il russo e il caso Boschi-Etruria, con qua e là qualche caso locale o qualche approfondimento tipico del weekend, giorni in cui la gente ha più tempo per leggere. Mancavano due notizie dalle prime pagine, quantomeno dai titoli che contano: il flop dell’ultimo vertice europeo dell’anno sulla questione migranti e la nascita del governo austriaco. Al loro posto, il più classico rovescio della medaglia politico: ovvero, l’avvio formale della fase due del Brexit scaturito proprio dall’assise di Bruxelles e l’ormai certa nascita di una nuova Grosse Koalition in Germania fra SPD e CDU. Insomma, la parte rassicurante della realtà può avere riflesso pubblico, quella che per le elites invece non lo è, deve sparire.

O, quantomeno, starsene nell’ombra. Per un motivo semplice: perché mostrano come un’alternativa sia possibile. Se la si vuole perseguire. Chi ha vinto, infatti, al vertice europeo sulla questione relativa alla quota di ripartizione dei migranti e alla revisione del Trattato di Dublino, quello che obbliga alla gestione dei flussi il Paese di arrivo dei clandestini? Il Gruppo di Visegrad, quattro Paesi dell’Europa dell’Est non certamente in possesso di enorme massa critica ma in grado di creare uno stallo pericoloso: non tanto per la conseguenze pratiche, visto che con l’inverno il Mediterraneo non appare più fronte caldissimo e la tenuta dell’accordo con la Turchia garantisce un argine alla rotta balcanica ma per il messaggio politico. L’UE con le sue norme farraginose e la sua burocrazia elefantiaca, a volte viene bloccata dal più classico e brechtiano granello di sabbia.

Certo, l’atteggiamento ambivalente di Donald Tusk sul tema ha giocato un ruolo, basti vedere la scomposta reazione in tal senso di Jean-Claude Juncker (non si sa a quale quota di cognac) ma la contrapposizione netta è fra due modi di porsi: l’Europa occidentale che vede la questione immigrazione come un qualcosa di ineludibile, quindi alla perenne ricerca di quella che nei fatti è una soluzione tampone al problema e quella dell’Est che pone sul tavolo un approccio diverso, ovvero bloccare i flussi. La differenza è quindi fra gestione e contrasto. Per ora, almeno per i prossimi sei mesi che saranno spesi in sterili negoziati, ha vinto la seconda opzione. Ovviamente, il blocco storico e di potere dell’UE ha immediatamente giocato la carta dell’accusa di egoismo, Paolo Gentiloni in testa e la cosa non deve stupire: chi ha aperto il vaso di Pandora con la politica dell’avanti tutti e delle false promesse non vuole prendersi in capo le responsabilità ma rilanciarle nel campo altrui, sperando forse in una reazione dell’opinione pubblica che invece non c’è.

Il problema, infatti, non è legato ai vertici, alle regole o ai veti, è di distacco dalla realtà: Italia, Germania e Francia stanno infatti forzando la mano su un tema che vede le loro opinioni pubbliche in gran parte contrarie, per questo non riescono ad andare al di là della mera propaganda ideologica. Per quale ragione Alternative fur Deutschland avrebbe raggiunto quel risultato? E il Front National? E la Lega, passata dal 3% dell’ultima era Bossi al 14% attuale? Le elites non vogliono capire che dopo la fase uno, quella che h avuto successo perché “schermata” ed emergenzializzata dalla questione siriana, ora la misura è colma: basta ascoltare la gente, girare per le città. E, soprattutto, dare un’occhiata ai sondaggi. Cosa che il PD dello stesso Gentiloni che strepita contro Visegrad pare aver fatto, altrimenti non si spiegherebbe l’archiviazione dello ius soli e l’entusiastica approvazione a tempo di record del meno pericoloso (elettoralmente parlando) provvedimento sul biotestamento.

Oggi, poi, ha giurato nelle mani del presidente della Repubblica, Alexander Van der Bellen, il nuovo governo austriaco presieduto dal popolare Sebastian Kurz in coalizione con la destra dell’FPO, un accordo già definito “turchese-blu”. Per Kurz, “alle elezioni del 15 ottobre si è deciso per il cambiamento e insieme vogliamo mettere al sicuro questo cambiamento, anche instaurando un nuovo stile. La nuova coalizione si impegna per una politica che risparmia nel sistema e non a carico della gente”. A soli 31 anni, Kurz sarà il cancelliere più giovane della storia del suo Paese e il capo di governo più giovane d’Europa. Ma è stata la scelta relativa ai ruoli da assegnare alla FPO nel nuovo governo a spaventare molti osservatori.

Il leader della destra, HC Strache sarà infatti vice-cancelliere, cioè braccio destro di Kurz, mentre agli Interni dovrebbe essere chiamato Herbert Kickl, 49 anni, uomo dal pugno di ferro: auguri al futuro titolare del Viminale che dovrà gestire le relazioni bilaterali sul Brennero. Alle Infrastrutture dovrebbe andare Norbert Hofer, il fantasma nero che alle presidenziali dello scorso anno fu sconfitto da Alexander van Der Bellen; eh sì, gli austriaci sono così poco estrosi da mettere un ingegnere alla Infrastrutture, non come noi che nominiamo ministro dell’Istruzione una con la terza media. Ma si sa, Hofer è neonazista, la Fedeli invece una sincera democratica antifascista, l’unico titolo di studio che oggigiorno conti davvero in Italia.

Li lasceranno governare oppure, miracolosamente, in Austria salteranno fuori “lupi solitari” dell’Isis a ricordare alla gente come scegliere l’estremismo porti come unico risultato l’innalzamento dello scontro? Salterà magari fuori qualche scandalo sessuale, tanto in voga in questo periodo? O magari freni dell’automobile poco affidabili, opzione però già utilizzata? Speriamo di no, oggi è giornata di speranza. Anche perché i rapporti fra Kurz e il leader de facto del gruppo di Visegrad, Viktor Orban, sono ottimi e potrebbero garantire un benefico contagio di sano realismo: l’UE lo permetterà? Tutto dipende dalla Polonia. Se Varsavia sceglierà di restare con Bruxelles, l’opzione austro-ungarica 2.0 è destinata a rimanere residuale e di mera testimonianza. Se invece lo scollamento diverrà sempre più simile a un prodromo di addio, qualcosa potrebbe cambiare.

Non fosse altro perché, a quel punto, la NATO muoverebbe la carta balcanica per richiamare all’ordine i ribelli, attivando in pieno l’opzione “rivoluzione colorata” in Ungheria. La quale può però godere, almeno per ora, dei buoni uffici di Israele. Vedremo come andrà, per ora godiamoci la giornata. Perché è buona e non possiamo vantarne tante simili in questo periodo. Ma è il prezzo che si paga a essere cattivi in un mondo di buoni e giusti, è il prezzo che si paga a invocare muri e filo spinato, quando servono e non a nascondersi dietro la retorica dei ponti. Che, nella maggior parte dei casi, sono levatoi. Perché le anime belle amano i migranti. Ma non sotto casa.

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