O è bipolare o paraculo, in ogni caso Bannon è solo un pupazzo che fa gossip. Diamoci un taglio

Di Mauro Bottarelli , il - 44 commenti


Prima di tutto, un doveroso aggiornamento su un argomento cui tengo molto e riguardo il quale mi sono ritrovato più volte vittima di critiche e sarcasmo nella sezione dei commenti ai miei articoli: il Brexit. Lo faccio lasciando parlare gli altri,




tra cui un “altro” decisamente autorevole e che in tempi non sospetti vi avevo segnalato come gran cerimoniere dell’operazione “Bregret”. Lo faccio non per autocelebrazione – dato che di fatto non c’è nulla da celebrare, se non un clima molto agitato sotto il Big Ben – ma perché i tempi di Westminster stanno rivelandosi biblici pari a quelli di Montecitorio per quanto riguarda l’esame e il voto delle migliaia di emendamenti posti in calce alla legge che rende operativo l’addio del Regno Unito all’UE ma che, al tempo stesso, vincola questo epilogo al voto proprio del Parlamento britannico. Tanto vi dovevo, per puri amore e dovere di cronaca: resto pronto all’atto di penitenza in caso contrario, cenere sul capo e pubblico ludibrio su questi schermi. Lo ripeto: il Brexit non ci sarà. Almeno, non nella forma drastica che stanno prospettando.

Ma veniamo all’argomento vero, all’ultima stronzata che il circo mediatico ha lanciato nello stagno per far girare la testa al parco buoi dell’opinione pubblica: l’affaire Bannon. Ex eminenza grigia dell’amministrazione Trump, consigliere strategico del presidente, guru della Alt-Right, l’estrema destra americana, attraverso il sito Breitbart, per alcuni leninista rigido, per altri infaticabile e onnivoro lettore di Julius Evola. Insomma, uno che il martedì assalta il Palazzo d’inverno e il giovedì cavalca la tigre. Apoteosi del rossobrunesimo, ovvero punto di contatto fra massimalismo marxista-bolscevico e anti-mondialismo neofascista, Bannon fu accompagnato alla porta di Pennsylvania Avenue lo scorso 19 agosto, un atto che per molti rappresentava la resa di Trump all’establishment che, piano piano, stava prendendo il potere alla Casa Bianca, con mezzo gabinetto economico composto da ex dirigenti di Goldman Sachs.

Il licenziamento sembrava comunque non aver avuto conseguenze sul rapporto personale tra i due, almeno fino a due giorni fa, quando in tutto il mondo sono deflagrate le considerazioni di Bannon sulla questione Russiagate contenute nel libro “Fire and fury – Inside the Trump White House” del giornalista in aria di mitomania e spregiudicatezza nell’uso di fonti e virgolettati, Michael Wolff, il quale ha dipinto a tinte forti il primo anno di amministrazione Trump attraverso decine e decine di interviste a testimoni più o meno oculari e attendibili. I contenuti del libro, che trovate riassunti qui,



sono degni della sala d’aspetto di una manicure di Cantù, almeno a livello politologico: scopriamo come Ivanka Trump sogni di diventare la prima donna presidente e, nel frattempo, sveli come riescano ogni giorno a dare vita a quella voliera per uccelli che è la capigliatura del padre. Scopriamo che l’entourage di Trump rimase sconvolto e incredulo dalla notizia della vittoria e, addirittura, come la moglie Melania proruppe in un pianto disperato, poiché non voleva che il marito diventasse presidente. Oppure che lo stesso tycoon abbia l’ossessione di essere avvelenato e, per questo, si nutra spesso e volentieri con cibo comprato da McDonald’s. Insomma, poco più che un libro di Alfonso Signorini.

Ma, attenzione, ecco che la parte relativa a Steve Bannon pare sconvolgere il mondo. Cosa ha detto a Wolff, l’ex consigliere strategico? Che l’incontro tenutosi nel giugno 2016, in piena campagna per le presidenziali, alla Trump Tower fra il figlio maggiore del miliardario newyorchese, suo genero, il capo del team elettorale e l’avvocatessa russa, Natalia Veselnitskaya, fu “sovversivo e antipatriottico”, oltre che meritevole dell’intervento dell’FBI. Di più, per Bannon è praticamente impossibile che a quell’incontro non abbia partecipato anche Donald Trump, quel giorno presente nel suo ufficio al 26mo piano del medesimo palazzo. E quindi, che cazzo di scoop sarebbe? Quale acqua tumultuosa porterebbe al mulino del Russiagate e dei rapporti compromettenti fra entourage del tycoon ed emissari del Cremlino per ottenere materiale che screditasse Hillary Clinton?

Di fatto, Bannon offre un giudizio su quell’incontro di cui si sapeva già pressoché tutto, innanzitutto il fatto che non solo Natalia Veselnitskaya fosse a New York per partecipare a un processo legato alla permanenza negli USA di un dissidente anti-Putin ma, soprattutto, che la stessa beneficiasse per quel soggiorno di un visto particolare del ministero della Giustizia, all’epoca guidato dalla clintoniana Loretta Lynch, non certo tacciabile di simpatie per Trump. Perché tanto clamore? Cosa, nei fatti, ci ha rivelato Bannon? Niente, in compenso questo tweet


di ieri di Michale Wolff spiega tante cose: il suo libro avrebbe dovuto arrivare nelle librerie americane lunedì prossimo, invece l’uscita è stata anticipata ad oggi a causa proprio del clamore mediatico suscitato e che ha garantito dei dati di pre-ordinazioni da capogiro. Insomma, di cosa stiamo parlando, se non di mero gossip da poche righe su un libro di centinaia di pagine? Sembra la questione Boschi-Ghizzoni contenuta nell’ultima fatica editoriale di Ferruccio De Bortoli, 68 righe a fronte di altre decine e decine di pagine di cui non è fregato un cazzo a nessuno. Almeno, però, in quelle righe era contenuta una notizia, qui siamo al Bannon-pensiero su un qualcosa di stranoto e contro cui la potentissima commissione guidata da Robert Mueller non ha potuto muovere un dito, visto che non vi siano prove di alcunché. Eppure, il mondo è parso sconvolto.

Forse perché l’episodio tocca direttamente il genero di Trump, Jared Kuschner, responsabile dei rapporti con il Medio Oriente e anch’esso mitomane di prima categoria, stando almeno alla realtà dei fatti. Davvero è lui a tramare nell’ombra le mosse più ardite di politica estera del presidente? C’è lui dietro la geniale intuizione di Gerusalemme capitale d’Israele? Lo avevano promesso nell’ordine Clinton, Bush e Obama: quindi, siamo a un livello di originalità pari a quella del libro di Wolff. C’è ancora lui dietro la pantomima sulle rivolte in Iran? Complimenti, operazione e gestione da capolavoro diplomatico. C’è forse lui dietro il possibile colpo di coda statunitense in Iraq e Siria, da più parti temuto e ventilato?

E a vostro modo di vedere uno come il generale Mattis si fa dettare l’agenda da un fighetta trentenne di Wall Street, solo perché ebreo e ben ammanicato con la lobby newyorchese? Ma fatemi il piacere, per quanto si vogliano vedere complotti del Sinedrio ovunque, anche il senso del ridicolo dovrebbe avere un limite. Non sarà che l’intera faccenda sia molto più semplice, ovvero che i Trump siano il Circo Barnum che Deep State e complesso bellico-industriale necessitavano per compiere atti – vedi la riforma fiscale – che i mercati avrebbero bocciato a chiunque altro? Non sarà che siamo alle prese con il corrispettivo politico della Famiglia Addams, buona per catturare l’attenzione dell’opinione pubblica con i Bannon in stile cameriere-mostro o i Kuschner misteriosi come la mano che esce dalla scatola e si muove da sola?

Che a muovere certi fili sia ormai da mesi il vice-presidente, Mike Pence, ce lo hanno detto la sua visita nei Balcani di agosto e lo strano radicamento a tempo di record dell’ISIS in Afghanistan, dove da settimane si susseguono attentati sempre più cruenti nel silenzio pressoché generale. E che dire del Pakistan, Paese i cui servizi segreti (ISI) sono da sempre stati lo scendiletto della CIA nell’area e che da ieri ha visto sospesi gli aiuti per la sicurezza degli USA, perché tacciato di poco sforzo contro il terrorismo? Casualmente proprio nel giorno in cui Islamabad firmava un accordo con la Cina per il pagamento in yuan dei contratti bilaterali. Donald Trump ha fatto il suo dovere di utile idiota e va scaricato?


E si pensa di farlo con il complotto del 26mo piano di Bannon? Ma, soprattutto, chi tira i fili è così coglione da scatenare una tempesta politica proprio ora che i media stanno vendendo alla grande proprio l’effetto Trump come ragione per i record generalizzati degli indici azionari che stanno permettendo a Wall Street di scaricare merda dai portafogli senza che la gente se ne accorga, soprattutto se regali al cane di Pavlov l’osso di Intel? Oltretutto, con la garanzia di un dollaro debolissimo che favorisce export e guerra commerciale, evitando inoltre il tantrum stile Bernanke sugli emergenti troppo esposti al debito in biglietti verdi? Che sia un mitomane, un bipolare o un paraculo, Bannon non conta un cazzo, tanto quanto le sue rivelazioni da pettegolezzo parrocchiale. Soprattutto, al netto delle sue dichiarazioni di ieri, nelle quali rinnova la stima personale verso Trump, definendolo “un ottimo presidente”. Diamoci un taglio, c’è ben altro di cui preoccuparsi Oltreoceano che della recita a soggetto in atto alla Casa Bianca.

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