Caro Spielberg, a quando un bel film sulle bugie degli “eroici” giornali USA su Siria e Russiagate?

Di Mauro Bottarelli , il - 53 commenti


Nella Milano già moralmente e visivamente devastata dalla moda uomo (passatemi l’eufemismo, visto ciò che sfila), l’altra sera è andata in scena anche una Hollywood in sedicesimi con tanto di red carpet per l’anteprima di “The Post”, l’ultimo film di Steven Spielberg che racconta dei cosiddetti “Pentagon Papers”, i documenti che nel 1971 svelarono i retroscena della guerra del Vietnam e il ruolo cruciale dell’editrice, Kay Graham, nel renderli pubblici. Una sorta di “Tutti gli uomini del presidente” 2.0 ma molto più furbetto e paraculo, come si addice al buon Spielberg: “La stampa è al servizio dei governati, non dei governanti”, la frase-culto del film, tanto per capirci.

La pellicola, poi, è stranamente in linea con l’attualità più stringente: racconta infatti la storia di una delle più importanti battaglie per la libertà di stampa della storia, quando l’amministrazione Nixon tentò di bloccare la pubblicazione del rapporto sulla guerra del Vietnam commissionato dal ministero della Difesa Usa, in cui si evidenziava la responsabilità di ben quattro presidenti (Truman, Eisenhower, Kennedy e Johnson) più quella del quinto (Richard Nixon) intento a censurare la stampa. Non vi ricorda il Russiagate, in qualche modo? E c’è di più: “The Post” racconta la tenacia dello storico direttore del Washington Post, Ben Bradlee (Tom Hanks) ma soprattutto il coraggio della proprietaria del giornale, Katharine Graham (Meryl Streep), che pur di difendere la libertà di stampa mettono a rischio tutto, dall’azienda alla carriera fino alla libertà personale.

“La stampa è guardiana della democrazia, questo mi hanno insegnato. Ora la libertà di stampa è nuovamente minacciata. Da parte della stampa USA abbiamo avuto sostegno e supporto anche perché deve combattere quotidianamente contro le accuse di fare disinformazione e si sente spesso etichettata come fabbrica di fake news, se pubblica notizie che non piacciono a Trump. I giornalisti sono eroi, sono i nuovi Indiana Jones”, ha dichiarato Spielberg. E, guarda caso, in tempi di molestie e diritti delle donne come faro di civiltà, il film celebra appunto il coraggio di una figura femminile, interpretata da quella Meryl Streep in prima fila nella battaglia scaturita dal caso Weinstein e da sempre clintoniana fervente e convinta.

Insomma, Hollywood torna pesantemente in campo a livello politico. E se nell’era Bush, padre e poi figlio, furono film parossisticamente anti-russi come “Top gun” o “Rambo 3” o “Al vertice della tensione” a tirare la volata al sentimento da nuovo maccartismo che le amministrazioni intendevano spargere a piene mani per garantirsi un ambiente adatto a certe politiche, oggi è la guerra contro Trump il leit-motiv. E non sono solo i grandi calibri a muoversi, bensì anche film di cassetta e basso livello ma grandi incassi come questo,

capace di far indignare una larga parte di chi era andato a vederlo, sperando in un’ora e mezzo di svago e musica: niente di tutto questo, solo strategia della paura e retorica del Pentagono. Negli USA bolle in pentola qualcosa. Anche perché questo


ci conferma che lo statunitense medio non la pensa esattamente come Steven Spielberg riguardo gli “eroici” giornalisti mainstream e nemmeno verso i fustigatori di costumi stile Michael Wolff, beneficiario con il suo libro della pubblicità garantitagli dal bipolare Steven Bannon ma ritenuto giustamente un cialtrone da larga parte dell’opinione pubblica. Sarà perché la stampa USA, “Washington Post” in testa, più che doversi difendere dalle accuse della Casa Bianca ha speso il suo tempo a inventare scoop sulle presunte ingerenze russe nel voto del 2016, vedendosi smentita sistematicamente dai fatti?

O vogliamo parlare della copertura imparziale e indipendente che hanno dato e continuano in parte a dare del conflitto siriano? O, in generale, di quel franchising della destabilizzazione chiamato Daesh? O della contabilità fantasiosa, stile Fausto Tonna, della Clinton Foundation? E dei mille scandali che vedono implicato il clan Clinton e il Comitato elettorale Democratico? O delle armi passate dall’ambasciata USA di Bengasi e destinate ad Al-Nusra e altri ribelli “moderati”, costate la vita all’ambasciatore Christopher Stevens l’11 settembre 2012? E potrei andare avanti ancora per parecchio tempo. Ma pare che Steven Spielberg non sia interessato all’argomento.

Chi invece sembra voler fare sul serio in fatto di fake news,

non avendo evidentemente di meglio con cui arrovellarsi le sinapsi, è l’UE, la quale ha creato una sorta di commissione di saggi – una quarantina di presunti esperti di web e comunicazione – che entro maggio darà vita a una relazione riguardo le modalità di contrasto della disinformazione on line, “non una censura ma uno strumento di difesa per i cittadini. Con un occhio di attenzione alle eventuali ingerenze estere nei processi democratici nell’Unione”. E se Hollywood e Pentagono sono in fermento propagandistico e l’UE non vede l’ora di accodarsi, ecco che anche nel nostro Paese il panico generalizzato sembra prendere piede,

tanto per testare il terreno di un’eventuale psicosi a bassa intensità ansiogena, quasi un gas destabilizzante azzurrino e intontente, da mettere in atto: e se ci si mette anche Lui,

allora vuol dire che davvero qualcosa sta cominciando a muoversi. Magari sottotraccia ma in maniera chiara. Certo, notizie come queste


non faranno certo piacere Oltreoceano e occorre muoversi, visto che entro fine mese la Cina intende lanciare i futures petroliferi denominati in yuan e, casualmente, proprio oggi l’ambasciatore USA a Mosca ha confermato che le nuove sanzioni contro la Russia entreranno in vigore il 29 gennaio prossimo, con tanto di lista degli oligarchi vicini a Vladimir Putin di cui beni verranno congelati. C’è voglia di alzare la tensione? Sì e io sono convinto che il detonatore proxy sarà questo,

quasi un deja vu del lavoro lasciato a metà nella primavera del 1999. Chissà come gli eroici giornalisti statunitensi incensati da Steven Spielberg nella sua visita milanese ci racconteranno questa messe di eventi sotterranei ma grandemente pericolosi e prodromici. Anzi, la domanda è un’altra: ce la racconteranno?

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