Come cazzo vi permettete di non aver abbastanza paura? Firmato: chi tira i fili nel vero Paese-cesso

Di Mauro Bottarelli , il - 25 commenti


Avrei voluto scrivere qualcosa di intelligente rispetto alla campagna elettorale, vista la messe di notizie emersa dai vari appuntamenti politici di ieri e oggi ma quando mi sono imbattuto in questo,


ho dovuto dedicare tutto il mio tempo a rincorrere e cercare dove fossero finiti i miei coglioni, caduti a terra come foglie in autunno. Perché quando sei il partito di riferimento del premier e di maggioranza relativa dell’ultimo governo, quando parli di grandi obiettivi e di scelte epocali che riguardano non solo l’Italia ma l’Europa e il mondo e fai un esposto all’AgCom per violazione della par condicio contro Orietta Berti (ORIETTA BERTI!!!) perché ha avuto l’ardire di dichiarare che le piace Luigi Di Maio, siamo oltre la necessità di commissariamento del Paese. Siamo al nulla assoluto che diviene classe dirigente, siamo all’impossibilità di critica per manifesta inferiorità intellettuale: non sparo sulla Croce Rossa, per nessun motivo al mondo, nemmeno se fosse stato Bono Vox degli U2 a schierarsi in favore del Movimento 5 Stelle. Di fronte all’eroina di “Finché la barca va”, accanirsi sarebbe quasi faustiano.

Ma attenzione, perché tutto il mondo è Paese. Proprio tutto, tutto. Cosa ha infatti infiammato il weekend che stiamo vivendo e che volge al termine? Trump e la sua sobria definizione di Paesi come Haiti ed El Salvador, i cosiddetti “Paesi-cesso”, descrizione proferita oltretutto in un contesto ufficiale alla Casa Bianca. Non entro nel merito, mi limito a segnalare l’ennesima arma di distrazione di massa, non so quanto patita o cogestita dal Presidente USA, ormai una sfinge per le mie limitate capacità interpretative. A svelare il linguaggio da trivio utilizzato da Trump è stato il solito, ineffabile “New York Times”, il quale questa volta ha raggiunto lo scopo: indignazione globale a livello massimo. Tutti hanno pressoché chiesto la radiazione di Trump dal genere umano per quelle parole, nessuno però ha contestualizzato l’ambito politico in cui sono state proferite. E, soprattutto, il risultato che hanno sortito. Nel suo tweet,


Trump le nega nella crudezza in cui sono state riferite ma parla chiaramente di un suo “no” alla proposta dei Democratici relativa a status e diritti dei cosiddetti “dreamers”, i figli di immigrati clandestini cui Obama garantì la permanenza negli USA e che ora Trump vorrebbe rivedere, contestualmente all’espulsione di migliaia di haitiani e salvadoregni rifugiatisi negli Stati Uniti e che ora non necessiterebbero più dell’aiuto e della permanenza in America. Il tutto, all’interno di quella corsa contro il tempo a livello parlamentare che esige un accordo per evitare che venerdì negli USA scatti lo shutdown di spesa governativo, un qualcosa già successo 17 volte in passato ma che cozzerebbe contro la retorica dell’America che viaggia spedita come una locomotiva, trainando il mondo. E cosa ha sortito l’enorme casino dei “Paesi cesso”, unito a un paio di troie casualmente saltate fuori dal passato e che Trump avrebbe pagato per stare zitto rispetto a relazioni avute quando era già sposato con Melania? Questo,

fresco fresco: i “dreamers” possono stare tranquilli, così come i profughi haitiani e salvadoregni, il governo per ora non metterà mano al loro status. E Trump, visto il casino scoppiato, meno che mai. Trappolone o abile messinscena? Chi lo sa, l’obiettivo è stato raggiunto.

E che dire quanto accaduto alle Hawaii? Questa tabella di Statista

ci dice che solo il 47% degli americani tema che la tensione con la Corea del Nord possa sfociare in guerra, un po’ pochini per le necessità di stato di paura permanente del Deep State. Soprattutto ora che Seul e PyongYang passano le loro giornate a fare lingua in bocca in vista del Giochi invernali. Ed ecco che, guarda caso, lo Stato degli USA più esposto a un possibile attacco con missili balistici nordcoreani precipita letteralmente nel panico per 38 lunghissimi, eterni minuti a causa di un allarme ufficiale in tal senso giunto sui telefonini direttamente dall’EMA, l’Emergency Management Agency. Con tanto di scritta: “Non è un’esercitazione”. Falso allarme, dirà la polizia, dovuto a un errore a fine turno: un po’ come un “fat finger” che fa scattare un flash crash in Borsa, un addetto avrebbe schiacciato il tasto sbagliato. Ecco però il risultato:



qualcosa come 38 minuti di panico, ovviamente rilanciati in ogni loro forma e immagine a livello globale e in tempo reale. E con un membro del Parlamento che attacca direttamente il governo e la Casa Bianca per non prendere abbastanza sul serio la minaccia nordcoreana: e non un membro a caso, poiché si tratta non solo della referente di quel territorio ma anche di una ex militare e di chi, in splendida solitudine, ha denunciato in tempi non sospetti come le armi USA dirette ai ribelli moderati siriani finissero in realtà nelle mani di Al-Nusra e altri gruppi terroristici. Quindi, non un bieco rappresentante del Deep State ma qualcuno di credibile: anche in questo caso, siamo di fronte a un allarme genuino o a una condivisone di interessi? O, magari, altro ancora.

Chissà. Certo, imbattersi in questo


non depone a favore di un giudizio che propenda per la casualità dell’accaduto ma di un qualcosa che sta bollendo in pentola nelle viscere politiche e sociali degli USA che non finiscono sui giornali e, anzi, godono di silenziose corsie privilegiate proprio grazie alle grancasse mediatiche offerte dalle varie Hawaii e dai vari “Stati-cesso” che riempiono i media mainstream per ore e giorni con il loro inutile ed emergenziale starnazzare. E non pensiate che la questione valga soltanto per gli USA, perché questo


ci mostra come da un lato la NATO stia preparandosi a un’offensiva politico-mediatica in grande stile per la primavera, con Jens Stoltenberg in prima fila a confermare come Zapat 2017 sia stata per entità e professionalità in campo molto più che una mera esercitazione e dall’altro come l’attenzione USA verso le possibili “ingerenze” russe sul nostro voto, rilanciate non più tardi di tre giorni fa da “La Stampa”, potrebbero, magari, condirsi di un aspetto d false flag, anche solo come minaccia potenziale, per instillare un “effetto Hawaii” e anti-Mosca nella nostra opinione pubblica, se questo si rendesse proprio necessario. Paranoia? Può essere, ammetto che il dubbio abbia sfiorato anche me ultimamente. Quando arriverò a denunciare Orietta Berti all’AgCom, mi farò vedere da uno bravo. Promesso.

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