Perché gli economisti non possono prevedere una recessione

Di Francesco Simoncelli , il - 8 commenti

di Alasdair Macleod

Lo scopo di questo articolo è quello di attirare la più ampia attenzione sull’incapacità cronica dell’establishment economico di prevedere le recessioni. La prossima volta che sentirete un economista fare una previsione sui media mainstream, dovreste subito concludere che ha torto.

Perché? Un economista del FMI, Prakash Loungani, ha compiuto alcune interessanti ricerche nel 2000 circa l’accuratezza delle previsioni degli economisti. Utilizzando dati tratti da una pubblicazione chiamata Consensus Forecasts (pubblicata dal Consensus Economics), ampiamente utilizzata come fonte di stime indipendenti sulla crescita economica dei vari governi, Loungani ha scoperto che delle 60 recessioni registrate sin dal 1989 nei 63 Paesi campionati, solo due sono state previste nell’aprile dell’anno precedente e due terzi sono rimaste inosservate nell’aprile dell’anno in cui si sono verificate. Inoltre le previsioni degli economisti nel settore privato e pubblico erano poco differenti e la più forte preoccupazione si concentrava sull’ottimismo.[1]

Loungani è stato intervistato di recente in un programma della BBC. In quell’intervista ha affermato che per oltre tre decenni tra le 150 recessioni registrate solo due sono state previste, implicando che fin dal primo decennio non si riusciva a prevedere alcuna recessione.[2] Il tasso di fallimento è aumentato al 100%, non diminuito, come si potrebbe credere pensando ai modelli economici che vengono continuamente aggiornati. Non sorprende che Loungani ammetta di essere impopolare tra i suoi coetanei.

Non è un caso se, ad esempio, alla fine del 2008 la regina d’Inghilterra si domandasse come mai gli economisti avessero fallito nel compito di prevedere la grande crisi finanziaria. Un consenso di macroeocnomisti, i quali consigliano l’establishment economico, si presero la briga di rispondere alla regina un anno dopo il suo quesito. In una lettera di tre pagine si lamentavano del fatto che non fosse loro la colpa e, soprattutto, del loro metodo.[3]

In altre parole, comprendere il rischio è una funzione finanziaria condotta nei mercati, non una funzione di previsione economica. Tuttavia, nonostante il fallimento della comunità accademica nell’aggiungere un valore predittivo alle nostre vite, sono ancora assunti dai governi per gestire l’economia e per prevedere le entrate fiscali. A meno che non si possa prevedere o misurarne l’esito, la politica economica non ha alcuna giustificazione e non dovrebbe essere intrapresa. Il continuo fallimento dell’establishment macroeconomico nel voler quantificare gli effetti delle politiche che essi raccomandano, non sarebbe consentito in un mondo razionale. La loro scienza non offre alcun beneficio all’umanità.

FMI e Brexit

Nonostante le prove di un economista del FMI riguardo l’incompetenza degli economisti mainstream, il FMI non ha riconosciuto la futilità di prevedere i risultati economici. Inoltre sbagliano anche quando cercano di prevedere una recessione. Avevano avvertito, insieme alla Banca d’Inghilterra e al Tesoro inglese, che un voto per la Brexit sarebbe stato un disastro economico per il Regno Unito. Invece l’economia ha prosperato, con la disoccupazione al tasso più basso in quarant’anni. Avevano avvertito che gli investimenti industriali sarebbero crollati. Invece hanno sfoggiato un ritmo accelerato, una volta che l’incertezza causata dal negativismo dell’establishment era finita dopo il referendum. Avevano avvertito che la City ne avrebbe sofferto, congelata dai mercati dell’UE. La City continua a prosperare. L’unica volta che l’establishment, tra cui il FMI, il Tesoro britannico e la Banca d’Inghilterra, hanno deciso di prevedere una recessione in contrapposizione alla crescita economica, hanno avuto torto.

Solo la scorsa settimana l’FMI ha deciso di riprovarci, con un aggiornamento del suo World Economic Outlook pubblicato il 19 luglio. Ecco un esempio delle supposizioni del FMI:

Il risultato del voto inglese, che ha sorpreso i mercati finanziari globali, implica un importante rischio di ribasso per l’economia mondiale. Di conseguenza le prospettive globali per il 2016-17 sono peggiorate, nonostante le prestazioni migliori all’inizio del 2016.[4]

Quindi, dopo aver ammesso di aver sbagliato la previsione per il Regno Unito, ora la Brexit è una scusa per la revisione al ribasso delle precedenti aspettative troppo ottimistiche. Sembra che la Brexit sia risultata tanto contraria al copione dell’establishment da non poterla lasciarla perdere. Tuttavia è difficile resistere alla tentazione di concludere che, come indicatore contrario, il WEO è una notizia positiva per le economie britanniche e globali.

C’è una spiegazione semplice per questo fallimento, trascurato dai pianificatori. Mentre le distorsioni e le conseguenze non intenzionali degli interventi monetari ed economici si accumulano e occasionalmente innescano una crisi, il resto del tempo le persone non fanno altro che vivere la loro vita. Non si siedono con le mani in mano ad attendere istruzioni dagli economisti su come dovrebbero comportarsi. Di conseguenza gli interventi statali hanno risultati limitati, se non imprevedibili.

Perché la previsione economica non funzionerà mai

Il record di cattivi consigli da parte degli economisti mainstream è veramente imbarazzante, ma collettivamente ci crediamo ancora. Parte del problema è sistematico, con qualsiasi dissidente dal grande consenso che viene considerato uno squinternato. Per un economista in carriera è molto meglio chinare la testa e non ottenere una reputazione tra i suoi coetanei come squinternato. Ciò spiega e giustifica la conformità del pensiero di gruppo. Ma ancora non spiega completamente la quasi perfetta non correlazione tra le previsioni economiche ed i risultati.

La radice del problema sta nell’evoluzione della teoria macroeconomica sin dalla prima guerra mondiale, e più in particolare dalla seconda. A partire dal sistema bancario, gli economisti sono stati sempre più incoraggiati a combattere contro l’economia classica di libero mercato e inventare un ruolo positivo per lo stato e le sue agenzie. A seguito della prima guerra mondiale, il Federal Reserve Board divenne responsabile del sovraintendimento dell’espansione dell’offerta di moneta.

La FED, sotto la presidenza di Benjamin Strong, aiutò la Banca d’Inghilterra a rimanere col gold standard. I ruoli monetari e politici della FED non erano più esclusivamente nazionali. Divennero internazionali e contribuirono agli eccessi monetari su scala globale. Poi il presidente Hoover, seguito dal presidente Roosevelt, promosse l’intervento statale diretto nell’economia statunitense dopo che Wall Street sperimentò il famoso crash degli anni ’30.

C’è una tesi, al di là del campo d’indagine di questo articolo, secondo cui se ai mercati liberi fosse stato permesso di operare senza ostacoli, la depressione sarebbe finita dopo un anno o due. Al contrario, i politici interferirono costantemente, cercando di proteggere i posti di lavoro e tenendo in vita cattive attività imprenditoriali. Soffocarono il libero scambio, attraverso lo Smoot-Hawley Tariff Act. I risultati furono disastrosi e prolungarono la depressione. Ma, nonostante le prove evidenti, gli economisti mainstream come J. M. Keynes persistevano con la loro convinzione secondo cui l’intervento statale era superiore ai mercati liberi.

Ce ne sono molti di motivi, ma quello che è centrale al fallimento della previsione economica è solo uno: il PIL misura i consumi economici. Misura solo il valore monetario del consumo incluso in un indice selettivo, che non è la stessa cosa. Inoltre confonde un’identità contabile per un’economia dinamica, dove la domanda di domani è diversa da quella odierna.

Svalutare il denaro crea un’apparenza statistica di crescita economica, dipendente dal ritardo tra la creazione di denaro e il suo effetto sui prezzi registrati in un indice di prezzi al consumo selettivo. E poiché l’aumento dei prezzi è successivo all’introduzione nell’economia del denaro creato ex novo, il PIL regolato dall’indice dei prezzi sarà normalmente un numero positivo, a patto che la quantità di denaro e credito continui ad espandersi. Tuttavia la velocità con cui questo nuovo denaro fa aumentare l’indice dei prezzi è di per sé imprevedibile.

Le due eccezioni comuni sono quando il nuovo denaro finisce in elementi non nell’indice (in particolare asset finanziari ed altri beni non consumabili) e quando l’accumulo di debito comporta una crisi del credito e la sua distruzione.

In realtà non c’è bisogno del cervello di Einstein per capirlo. Una volta che questo punto viene compreso, diventa chiaro che il PIL non è altro che un’identità contabile incompleta, non ci dice nulla sull’economia futura. Tuttavia gli economisti sono ciechi davanti alle prove. Il fallimento della macroeconomia moderna indebolisce la logica dell’intervento stesso. Ribaltate questa logica e potrete facilmente dimostrare che il sistema monetario controllato dallo stato è di per sé responsabile di recessioni periodiche, depressioni e crash.

Questa è la causa dei nostri mali economici, non i mercati liberi. Le banche centrali e le banche a riserva frazionaria dovrebbero essere bandite e sostituite da denaro sonante. Pensate a tutti quegli economisti che finirebbero disoccupati e capirete perché si attaccheranno alle loro illusioni fino alla fine.

Una previsione su cui potete contare

L’economia, o almeno quella parte che si basa sul settore privato, è dinamica e progredisce. Pensarla come un’entità statica, affermazione alla base dell’attuale analisi macroeconomica, è sbagliato. Il suo progresso non può essere misurato né predetto ed è un progresso importante.

Ciò che è più facile prevedere, sono le conseguenze economiche di uno stato che persegue i propri obiettivi. I governi delle principali economie europee ed americane hanno raggiunto il limite delle tasse da imporre per pagare le loro spese. Al contrario, ora si affidano a prestiti e all’inflazione monetaria per finanziare la loro spesa in eccesso.

Il deterioramento delle finanze pubbliche, incorporato nel welfare state dei vari stati, sta accelerando ed è già fuori controllo. I dati demografici sfavorevoli, uniti all’invecchiamento delle popolazioni, si stanno aggiungendo rapidamente ai costi pensionistici e sanitari. Sappiamo pertanto che la spesa pubblica continua a crescere ad un tasso insostenibile, anche se possiamo avere opinioni diverse sul valore attuale netto di tali passività future. La conseguenza è che il settore privato sarà sempre più soppresso nella sua capacità di accumulare la ricchezza necessaria per sostenere la spesa statale.

C’è anche l’eredità del debito pubblico, il cui costo è aumentato in quanto la quantità di debito è aumentata. L’ingombro immenso di questo debito è stato solo temporaneamente compensato dalle banche centrali che perseguono politiche ultra basse sui tassi d’interesse. E ci vuole solo un modesto aumento dei tassi di prestito per minacciare di destabilizzare le finanze pubbliche. E i tassi d’interesse sono destinati ad aumentare nel tempo.

I tassi d’interesse aumenteranno, in parte perché non possono andare più giù e in parte perché siamo in un ciclo globale coordinato di espansione del credito, il quale nel tempo minaccerà un calo significativo del potere d’acquisto delle valute fiat. E poiché il potere d’acquisto del denaro diminuirà, i prezzi aumenteranno, costringendo le banche centrali ad aumentare i tassi d’interesse. Nonostante la diffusa riluttanza a capire che il problema è l’espansione del credito, questa è una previsione che può essere fatta con totale fiducia.

Possiamo anche predire l’oppressione dei governi sui loro settori privati. E qui dobbiamo distinguere tra quegli stati che hanno pesanti oneri sociali e quelli che non li hanno. Fino a quando persisterà la fase di crisi del ciclo del credito globale, i Paesi con bassi costi del welfare la supereranno con una certa semplicità.

E infine, sappiamo che il ciclo del credito indotto dalla pianificazione centrale è prevedibile, anche se il suo corso nel tempo e nella grandezza può variare. L’espansione del credito è seguita da una crisi creditizia, ogni volta. L’espansione del credito è la causa principale dietro ogni recessione. Comprendete ciò e comprenderete la futilità del sistema. Tuttavia abbiamo difficoltà a capire come gli economisti mainstream non abbandonino la divinazione dei numeri del PIL. Ma almeno come individui, dovremmo sapere che faremmo molto meglio a capire che il ciclo economico è in realtà un ciclo del credito e accettare che le previsioni macroeconomiche sono prive di significato.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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Note

[1] Si veda, How Accurate are Private Sector Forecasts? Cross-Country Evidence from Consensus Forecasts of Output Growth, Prakash Lougani,  IMF Working Paper.

[2] Si veda: http://www.bbc.co.uk/programmes/p058qrkt

[3] Si veda: https://www.euroresidentes.com/empresa_empresas/carta-reina.pdf

[4] Si veda: http://iwww.imf.org/external/pubs/ft/weo/2016/update/02

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