“Repubblica” si scusa con i lettori per aver scritto la verità sulla Siria. Ma c’è una motivazione seria

Di Mauro Bottarelli , il - 98 commenti


Stavolta devo davvero ringraziare Twitter. Non fosse stato per il social, infatti, ieri non avrei mai scoperto che “La Repubblica” nei giorni scorsi ha dovuto affrontare uno scontro di priorità titanico, qualcosa che mi era sfuggito in questi giorni un po’ festivi e un po’ no che annebbiano la vista. La faccio breve e lascio che siano i resoconti e i commenti di altri più attenti e rapidi di me a creare le basi della vicenda. Il 4 gennaio, il quotidiano diretto da Mario Calabresi pubblica un articolo nel quale viene messa pesantemente in discussione la credibilità e l’obiettività del famoso Osservatorio per i diritti umani in Siria, quello con sede a Coventry (notoriamente avamposto privilegiato per le cronache da Damasco, un po’ come Istanbul per Lucia Goracci o New York per Giovanna Botteri) e che di fatto è l’ufficio stampa degli “Elmetti bianchi” e del Fronte di Al-Nusra.

Giustamente chi ha notato l’articolo nelle pagine interne, è trasalito, conoscendo il record di “Repubblica” al riguardo: sono impazziti di colpo? Siamo su “Scherzi a parte”? Qualcuno è penetrato in redazione nottetempo, cambiando l’impaginato prima che andasse in stampa? Insomma, una rivoluzione. Durata però poco, un po’ come quella iraniana dei giorni scorsi, spacciata da tutti come la seconda cacciata dello scià: 24 ore e “Repubblica” pubblica un articolo a dir poco edulcorato – con tanto di premessa iniziale stile Facebook – che suona come presa di distanza da quanto pubblicato il giorno prima. Insomma, dietrofront: quell’interpretazione dei fatti non ci appartiene, è lontana dai nostri standard e ora vi spieghiamo come sia potuto succedere. E come? Fare il giornalista in teatri di guerra è difficile, perché non sai mai quali fonti siano credibili e quali no. Strano, per circa cinque anni hanno ritenuto credibili sempre le stesse, come mai questa strana presa d’atto adesso, oltretutto dopo un’altra talmente estrema da richiedere una specie di errata corrige senza precedenti?

Tant’è, godetevi la carrellata di riassunto della vicenda che Twitter mi ha regalato, ivi compreso sul finale il messaggio quasi disperato del povero autore dell’articolo incriminato, pressoché certo del fatto che non scriverà più una riga per il gruppo “Repubblica-L’Espresso” per un bel po’, salvo penitenze stile Fantozzi in sala mensa.

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Ora, al netto che il sottoscritto ha messo in discussione la credibilità dell’Osservatorio in tempi non sospetti, così come l’uso pedissequo e acritico che delle sue veline veniva fatto dai cosiddetti media autorevoli italiani, sorge in me un dubbio: quale ambasciata avrà tirato tu giù dal letto per primo Mario Calabresi per quell’articolo fuori linea, magari “suggerendone” uno riparatore per il giorno dopo? Quella statunitense o quella israeliana? Già mi immagino la scena, con il nostro ancora in pigiama che comincia la giornata con la fronte imperlata di sudore per l’enorme merda appena pestata. Merda che d’altronde è protagonista anche dell’intera vicenda, intesa come figura che il quotidiano di De Benedetti e il suo direttore hanno collezionato, anche se in questo caso parliamo di un vero e proprio Gronchi rosa della categoria, una perla quasi senza precedenti nella pur già ampia collezione.

Ma attenzione, perché la sottovalutazione che mi ha portato a scoprire con ritardo l’accaduto è stata maestra e, infatti, cercando nell’archivio dei post di “Repubblica” su Facebook, ho scoperto la motivazione alla base dell’accaduto. Eccola:

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la redazione era alle prese con questo scoop assoluto da Firenze, quindi l’omesso controllo su quell’articolo è giustificato da causa di forza maggiore antifascista, tanto che pare a giorni Mario Calabresi scriverà un editoriale nel quale chiederà scusa preventivamente per altri errori simili in cui potranno incorrere in futuro, visto che dopo il capoluogo toscano, si sono susseguiti allarmi per calendari e rubriche 2018 in varie altre città d’Italia, tanto da dover avuto sguinzagliare i segugi della redazione da Bolzano a Taranto, lasciando scoperti molti posti di responsabilità al desk. Quindi, se per caso nei giorni prossimi doveste trovare resoconti di notizie come queste
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nelle pagine esteri di “Repubblica”, non saltate sulla sedia: a Rovigo un edicolante eversivo stava cercando di nascondere i calendari del Duce sotto quelli di Frate Indovino, pare in combutta con il gestore della spiaggia fascista di Chioggia e il blitz ha richiesto un aggravio di forza lavoro, oltre all’intervento di collaboratori esterni come Emanuele Fiano in incognito, travestito da acquirente con tanto di fez sul capo.

Siamo alla frutta. Anzi, sono alla frutta. Ed è un bene, è una vittoria anche nostra, ovvero di chi – quotidianamente e sfidando la criminalizzazione e la ghettizzazione – non ha mai smesso di opporre la verità alternativa (tacciata di complottismo di default da lorsignori) a quella comoda e ufficiale. Attenzione, dai primi tg del mattino, pare che la nuova vulgata sul Russiagate sia quella di tirare in ballo Ivanka Trump, visto che sarebbe proprio la figlia del tycoon a essere entrata nel mirino di Robert Mueller e dei suoi mastini (o, almeno, quelli ancora in carica, visto la serie di epurazioni che sono state necessarie, dopo la scoperta dei curriculum pregiudizialmente anti-Trump di mezza Commissione d’inchiesta, notizia ovviamente silenziata dalla stampa italiana).

La sua colpa? Nel giorno del famoso incontro alle Trump Towers nel giugno 2016 fra il suo fratellastro, suo marito e i due dignitari russi in trepidante attesa di vendere segreti su Hillary Clinton, Ivanka avrebbe addirittura salutato l’avvocatessa russa, incrociandola di fronte all’ascensore in attesa. Roba da galera, non come quella bazzecola dei fondi della Clinton Foundation. Che, se fosse stata perseguita dall’FBI, avrebbe garantito a Trump materiale di denuncia per mesi. Senza bisogno di farseschi meeting con improbabili spie russe, degne per credibilità della vendita della fontana di Trevi da parte di Totò. Il mainstream traballa, non bisogna mollare. Vanno affossati. Per sempre.

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