Proprio sicuri che sia l’Iran il Paese a cui guardare con preoccupazione? Osserverei bene, per capire

Di Mauro Bottarelli , il - 71 commenti


Ora muovono l’ONU, nella più classica delle escalation di crisi. Serve il sigillo ufficiale dell’ipocrisia, dopo i tweets. La crisi iraniana, con il passare delle ore, diventa sempre meno comprensibile e sempre più qualcosa di realmente preoccupante. Al netto dello smaccato sostegno di USA e Israele alla “rivolta” del popolo iraniano e delle accuse di Teheran contro agenti stranieri, nella fattispecie parrebbe sauditi (almeno dai primi interrogatori di alcuni fermati), tutto avrei pensato ma non a un Iran che subisce una sobillazione interna al rallentatore: guardate i tempi, i modi, sia delle proteste che della repressione dei Pasdaran. Roba da film dei Lumiere. Donald Trump già parla di sanzioni, dirette proprio contro i Guardiani della Rivoluzione per non colpire il popolo, già fiaccato dal fallimento in politica economica di Rohani, nonostante tutto quanto concesso dall’amministrazione Obama. Insomma, si attacca il numero uno politico iraniano con accuse che si potrebbero muovere a Pier Carlo Padoan.

Il tutto, mentre l’ayatollah Khamenei finisce nel mirino con la solita narrativa dei diritti, delle ragazze velate in piazza che si “denudano” di quel simbolo di repressione e per questo vengono arrestate, dei giovani che usano i social network per denunciare le malefatte del regime, del vento di libertà che spira nelle strade, ancorché ancora declinato in modo e tempo, poco elegante e progressista, di carovita e inflazione. Insomma, per ora sarebbe una rivolta per fame e pochi soldi, senza una leadership e senza un’agenda politica precisa: ma capace di riorganizzarsi in fretta, di assaltare banche e palazzi, di diffondersi stranamente a macchia di leopardo in tutto il Paese, ancorché con numeri ancora risibili rispetto al 2009. Ma tutto con lentezza, quasi la miccia fosse lunghissima e nessuno avesse voglia di soffiare. Quasi si suonasse uno spartito. O si recitasse un copione.

Avete visto le immagini di Donald Trump la notte di Capodanno? Serafico, con al fianco la moglie e il figlio ultimogenito. Vestito come al solito da cafone ripulito, sembrava tutto tranne che il commander-in-chief di uno Stato che proprio in quelle ore stava fronteggiando i suoi nemici pubblici numero uno in maniera diretta: il primo, infatti, gli ricordava di avere il pulsante nucleare sulla scrivania finalmente, salvo aprire poi all’invio di una delegazione ai Giochi invernali in Corea del Sud. Il secondo, nei fatti, alle prese con una rivolta di piazza che, stando al tono dei tweets di Trump, dovrebbe finalmente rovesciare il regime in nome della democrazia e dei diritti. Di fatto, un momento epocale, roba da war room in stato d’allerta permanente: invece no, lui andava alla festa da ballo tranquillo.

Tutto preordinato? Sfrontatezza dovuta al fatto che, come circola, la protesta avrebbe il sostegno silenzioso ma fondamentale a livello logistico della destra religiosa che trama contro Rohani il riformista e brama per il ritorno sul palcoscenico interno del falco Ajmadinejad, ben gradito anche a Washington e Tel Aviv per garantirsi il casus belli? Chissà, intanto meglio postare tweets, muovere quella psicopatica di Nkki Haley all’ONU e vedersi garantita la pavloviana solidarietà dell’UE, stranamente incarnata da Emmanuel Macron e dal suo appello da barboncino ammaestrato a Rohani per il rispetto del diritto di manifestare. Ma qualcosa non va.

Già, perché in un mondo dove gli USA e l’Europa passano gran parte delle proprie giornate a denunciare l’ingerenza russa in qualsiasi cosa accada al mondo, partendo da Russiagate per arrivare a qualunque tornata elettorale in programma (vedi le accuse di Joe Biden sul voto italiano), nessun si sente in dovere di sottolineare quanto sta accadendo con USA e Israele nel caso iraniano, uno dei più smaccati casi di palese e ostentata ingerenza negli affari esteri di un Paese sovrano che ci si ricordi? La Russia lo ha fatto ma con una striminzita dichiarazione del ministero degli Esteri, un una tantum quasi formale e niente più.

E il silenzio di tomba della Cina, che in Iran ha affari miliardari e cooperazione militare di primissimo livello? Cosa sta succedendo davvero in Iran? E’ un campo di battaglia in fieri o solo un palcoscenico? Di più, è proprio l’Iran il Paese a cui dobbiamo guardare con maggior preoccupazione in questo preciso momento? Sicuri? Io, fossi in voi, darei un’occhiata più attenta. Ad esempio a questi, uno dopo l’altro, tutti relativi all’ultimissimo periodo delle festività.










Paradossalmente, chi ha a che fare con il Paese più difficile e pericoloso da gestire, Rohani o Trump? Paradossalmente sono pù da temere e tenere d’occhio i Pasdaran o Trump che, nel bel mezzo di und disputa simile, non trova di meglio da fare che aprire anche un contenzioso diplomatico con il Pakistan, accusato di dare rifugio ai terroristi? E che dire del generale James Mattis, il quale venerdì scorso è saltato fuori con la seguente frase, “La gueraa all’ISIS in Iraq e Siria è tutt’altro che finita”, mentre il vice-presidente, Mike Pence, compie stranamente una visita-lampo in Afghanistan alla settimana, ormai, nemmeno fosse la sua seconda casa in campagna? Cosa sta succedendo o sta per succedere in America? Ma, soprattutto, chi è al timone? La situazione iraniana merita attenzione, ovviamente e potrebbe davvero sancire una svolta. Ma è davvero la più grave e urgente?

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