Cara Gabanelli, una bugia, anche se detta 1000 volte, rimane sempre una bugia e sul contante stai raccontando sempre bugie

Di Lo Ierofante , il - 175 commenti

 

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

 

Ed ecco che sulla sua nuova rubrica Dataroom del Corriere della Sera, esce un nuovo attacco al contante di Milena Gabanelli, dal titolo che è tutto un programma: Perché pagare in contanti non conviene a nessuno.

Praticamente questo articolo è lo show-room delle aberrazioni economiche e dell’illiberalità.

Non si adiri la signora Gabanelli, ma iniziare a chiamare le cose con il loro vero nome è il primo passo necessario per capirle.

La Milena nazionale inizia l’articolo citando il signor Marvin Goodfriend un professore americano “esperto”, secondo la Gabanelli, di politica monetaria.

Nota a margine: aver raggiunto il titolo di professore non rende automaticamente competenti della materia su cui si vanta questo titolo. Magari fosse così semplice.

Goodfiend, come vedremo, è uno di questi: un professore incompetente nella sua stessa materia d’insegnamento.

Cosa dice in breve il signor Marvin Goodfriend?

Goodfriend ci dice che:

se si ripresenta una crisi economica, la Fed dovrà applicare tassi di interesse un bel po’ sotto lo zero, per spingere la gente a spendere i propri soldi o investirli in qualcosa, in modo da far ripartire la crescita e l’occupazione. La reazione della gente però sarebbe quella di andarseli a prendere in banca per metterli sotto al materasso. Goodfriend, per non rendere conveniente accumulare contante ha in mente diverse misure: la prima è quella di abolire il cartaceo; la seconda è una penalizzazione al momento del prelievo in banca dei contanti, commisurata agli eventuali tassi di interesse negativi fissati dalla banca centrale. Terzo: rimpiazzare la moneta cartacea con una moneta elettronica (che poi altro non significa che eliminare il contante).

Se Goodfriend pensa di curare una crisi economica puntando una pistola sulla tempia delle persone per indurli a spendere, allora vuol dire che non capisce innanzitutto da cosa si produce una di crisi economica.

Una crisi economica, detta anche recessione o depressione economica, ossia l’esplosione di un precedente e repentino accumularsi di errori economici di portata generale, è il prodotto di una serie di mal-investimenti causati a loro volta da improvvide politiche governative e/o del sistema bancario che hanno portato i tassi d’interesse nominali più bassi di quelli naturali, o meglio dire reali.

Goodfriend invece fa risalire ad un rallentamento nella circolazione del denaro lo scoppio delle crisi economiche: secondo Goodfriend, in breve, la spesa per consumi e per investimenti della gente non è abbastanza.

La valutazione di Goodfriend è illegittima ed è figlia della noncuranza per gli aspetti reali dell’economia: si può infatti arrivare a pensare che il problema sia una non abbastanza spesa solo se ci dimentica che in economia accanto agli aspetti monetari esistono anche e soprattutto gli aspetti reali – ed è per via dell’esistenza di entrambi questi aspetti, che per capire di quanto è la nostra capacità economica non si ricorre semplicemente al conto delle nostre unità monetarie ma si va a valutare il loro potere d’acquisto.

Il problema di Goodfriend (fosse solo lui) è quello pertanto di trascurare gli aspetti reali dell’economia e di non capire che “sono gli aspetti monetari che devono seguire/assecondare l’andamento di quelli reali e non viceversa”, di conseguenza egli non scorge nell’eccesso di moneta e di credito rispetto ai risparmi reali che la società ha mobilitato a copertura la causa scatenante di una crisi economica.

Goodfriend ignora la profondità dell’immagine e quindi i suoi rimedi si disinteressano degli aspetti reali, ma nel contempo cercano di forzare ancor più la mano agli aspetti monetari.

La ricetta anti-crisi di Goodfriend, cioè forzare le persone al limite quasi dell’obbligo, se non oltre, a spendere, ha pertanto lo stesso significato di voler far passare la sete di una persona dandogli da mangiare del prosciutto.

Gli aspetti reali sono conseguenza dall’ambiente ma anche e forse soprattutto dal contesto di norme in cui ci muoviamo: certezza dei premi e delle sanzioni, carico burocratico, carico fiscale, grado di difesa dei singoli diritti di proprietà stimolano infatti in maniera determinante l’andamento degli aspetti reali, compreso quel fenomeno reale (e non monetario) generato dalle preferenze intertemporali degli individui tra consumo, risparmi-investimenti e saldi di tesoreria che è il tasso d’interesse.

Di conseguenza, è assolutamente normale che durante una crisi economica vi sia un effetto teso a rendere la gente più oculata e meno frettolosa a spendere i propri soldi rispetto alla fase pre-crisi: la società sta semplicemente cercando di portare il suo livello e velocità di spesa a ciò che il contesto reale richiede, contesto precedentemente falsato attraverso una ricchezza fittizia generata da una serie di errori di politica monetaria che, come tutti gli errori, manifestano apertamente i propri effetti negativi solo con il tempo.

Uscire dalla crisi allora non deve significare riportarci verso una ricchezza fittizia che produrrà in seguito una nuova crisi, ma condurci verso quello che possiamo realmente permetterci.

Senza entrare nel dettaglio, vi invito a riflettere: se nelle maggiori economie occidentali stiamo avendo banche centrali che da anni  stanno tenendo un costo del denaro a zero o poco sopra lo zero e ancora stiamo parlando di un’economia instabile (oserei dire che oscilla tra il maniaco e il depressivo), immaginate quale casino poteva essere con politiche monetarie ancora più aggressive, cioè alla Goodfriend.

Se poi il nostro scopo è quello di migliorare progressivamente e stabilmente le condizioni di vita generali dobbiamo incidere su quei fattori sopra menzionati che definiscono l’andamento degli aspetti reali dell’economia: solo così infatti si può facilitare il più possibile il libero processo di mobilitazione di risorse e di conoscenze.

Eliminare il contante o tassare il suo utilizzo per imporre l’adozione di tassi di interesse (nominali) negativi è quindi un’opzione, ma un’opzione sbagliata: un’opzione la cui tendenza è marcatamente propensa ad accorciare l’orizzonte temporale della società e a stimolare il mal-investimento.

Nello stesso articolo la Gabanelli ci racconta quanto sarebbe bello un mondo senza contante perché sparirebbero tutti i crimini legati esclusivamente al contante.

Vero, ma qualora fosse eliminato il contante e con esso i crimini esclusivamente collegati, ciò non ci offrirà però alcuna garanzia per la diminuzione dei crimini in generale (Il crimine infatti è come il denaro: non dorme mai).

In tal senso, non giova pertanto proprio a nulla sacrificare definitivamente una nostra libertà se poi non possiamo avere alcuna garanzia di un miglioramento persistente nella nostra sicurezza.

Nello stesso articolo la Gabanelli ci racconta di quanto sarebbe desiderabile un mondo in cui ogni transazione monetaria, anche la più piccola, possa essere ricondotta dallo Stato ad un nome e cognome.

Peccato che questo suo desiderio corrisponda ad avere uno Stato etico e non uno Stato di diritto.

In uno Stato di diritto infatti esiste una cosa che si chiama possibilità del diritto alla privacy e se si elimina completamente o quasi completamente la possibilità di accedere a transazioni monetarie anonime nei confronti dello Stato stiamo di fatto eliminando la possibilità di avere un diritto alla privacy e sradicando lo Stato di diritto a favore di uno Stato etico.

Uno Stato di diritto, se vuole essere tale, è chiamato necessariamente a sopportare dei costi come, ad esempio, una possibilità sostanziale di accedere al diritto alla privacy, l’obiezione di coscienza, l’anticonformismo, le garanzie processuali, l’autonomia delle confessioni religiose dallo Stato in un quadro di regole condivise.

Nello stesso articolo la Gabanelli ci racconta che l’eliminazione del contante e più generale di qualsiasi transazione monetaria che non possa essere ricondotta dallo Stato ad un nome e cognome sarebbe un bene per tutti perché stroncherebbe definitivamente il fenomeno dell’evasione fiscale.

Innanzitutto, bisognerebbe specificare un bene per tutti chi?

Stato e Paese non sono infatti termini che stanno ad identificare la stessa cosa (un Paese è molto più di uno Stato) e quindi a volte l’evasione fiscale che è sempre un problema per lo Stato non è detto anche che sia un problema per il Paese.

Nel Paese infatti maggior carico burocratico comporta un maggior sperpero di risorse, mentre un maggior carico fiscale comporta distorsioni, crescenti inefficienze e una diminuzione del margine di libertà del cittadino.

Se vogliamo che l’evasione fiscale sia allora un problema non solo dello Stato ma anche per il Paese, bisogna necessariamente che la tassazione dello Stato sia generalmente riconosciuta come tollerabile.

In tal senso, per capire quanto sia ancora vessatoria l’attuale situazione italiana, la Corte dei Conti ci fa sapere nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica che in Italia un’impresa di medie dimensioni deve sopportare un carico fiscale complessivo (societario, contributivo per tasse e imposte dirette) del 64,8 per cento, cioè quasi 25 punti in più rispetto all’area UE/EFTA.

E non raccontiamoci la balla secondo la quale la tassazione è esorbitante a causa proprio dell’evasione fiscale: in materia, è lo Stato che fa le regole del gioco e quindi ha il coltello dalla parte del manico – il Paese reagisce solo a queste regole e più queste regole vengono legittimamente percepite come ingiuste, più è normale che nel Paese si sviluppi un sentimento ad evadere o eludere queste stesse regole.

Assodato quanto, combattere l’evasione fiscale lasciando che lo Stato si trasformi nel Grande Fratello orwelliano, è come consegnare la nostra protezione a un solo grande lupo per paura che piccoli lupi ci aggrediscano, nella speranza poi che questo grande lupo sia con noi mansueto come un agnellino ed effettivamente ci protegga: non solo così verrebbe annichilita la nostra possibilità di diritto alla privacy, ma verrebbero meno per lo Stato quasi tutti gli incentivi per cercare di produrre stabilmente una tassazione generalmente più tollerabile.

In uno Stato di diritto, l’evasione fiscale si combatte principalmente stimolando il consenso volontario ad aderire alle richieste dello Stato e non estorcendo il consenso restringendo il campo delle scelte e dei diritti.

La guerra al contante e più in generale l’ossessione per il controllo sociale è tra i capisaldi delle élites politiche privilegiate.

Queste élites presumono di poter realizzare una sorta di paradiso in terra, ma in realtà nelle loro presumere si nasconde per gli altri solo un molto rispettabile inferno.

Il buon senso dovrebbe avere sempre la meglio sulle utopie.

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