Libero mercato, capitalismo e monopoli statali

Di Francesco Simoncelli , il - 3 commenti

di Richard Ebeling

Il mondo è minacciato da una rinnovata ondata di anti-capitalismo e sentimenti anti-imprenditoriali. Molti di coloro che hanno applaudito la fine del comunismo sovietico nei primi anni ’90, presumevano che il libero mercato e l’impresa competitiva avrebbero vinto la battaglia nel mondo delle idee.

Negli ultimi venticinque anni è diventato chiaro che sono riemersi gli stessi argomenti fuorvianti contro il libero mercato, come un vampiro ideologico in attesa di rialzarsi dalla tomba intellettuale e drenare il libero mercato della sua linfa vitale mediante una maggiore burocrazia.

Una di queste idee sbagliate più persistenti è la convinzione che se lasciati a sé stessi, i mercati competitivi tendano a determinare una concentrazione della ricchezza, una disuguaglianza di reddito e uno sfruttamento dei lavoratori.

L’esempio più recente è un articolo di Joseph E. Stiglitz, Premio Nobel per l’economia del 2001, che è apparso sul sito Project Syndicate. Stiglitz è uno di quei pensatori che sembra vedere un “fallimento del mercato” dietro ogni angolo e raramente un intervento statale non è stato di suo gradimento.

Due modi di guardare al processo del libero mercato

Egli contrappone due punti di vista diversi riguardo l’economia di mercato. Un punto di vista facente riferimento ad Adam Smith e a quelli che hanno seguito le sue orme intellettuali nel corso degli ultimi 250 anni, sostiene che la libertà, la prosperità, e il reddito netto siano generalmente assicurati un presenza di un mercato aperto e competitivo, con impedimenti statali minimi.

L’altra “scuola di pensiero”, che Stiglitz non identifica con nessuno pensatore del passato, “prende come punto di partenza il ‘potere’, tra cui la possibilità di esercitare un controllo di monopolio o, nel mercato del lavoro, per affermare la propria autorità sui lavoratori”. “Gli studiosi in questo campo si sono concentrati su come nasce il potere, come viene conservato e rafforzato, e altre caratteristiche che possono impedire ai mercati di essere competitivi. I lavori sullo sfruttamento derivante da asimmetrie informative sono un importante esempio”.

Il professor Stiglitz insiste sul fatto che questo secondo approccio abbia dimostrato la sua intuizione: il controllo rustretto sul mercato e la disuguaglianza di reddito in settori del mercato come la finanza, le banche, la televisione via cavo, l’assistenza sanitaria, il settore farmaceutico, l’agro-alimentare e altri ancora.

Questa concentrazione di potere e ricchezza, sostiene Stiglitz, è anche dimostrata, storicamente, nei mercati del lavoro in cui molti gruppi “minoritari” erano svantaggiati. “L’oppressione dei grandi gruppi, gli schiavi, le donne e le minoranze di vario tipo, sono casi evidenti in cui le disuguaglianze sono il risultato di rapporti di potere [del mercato]”.

La sua conclusione, quindi, non dovrebbe sorprenderci. Se il capitalismo competitivo conduce al suo opposto, il capitalismo monopolistico, allora la regolamentazione è essenziale per conservare una società libera, prospera e “socialmente giusta”. O come conclude il suo articolo il professor Stiglitz: “Ma se i mercati si basano sullo sfruttamento, la logica del laissez-faire scompare. Infatti, in tal caso, la battaglia contro il potere radicato, non è solo una battaglia per la democrazia, ma è anche una battaglia per l’efficienza e la prosperità condivisa.”

La teoria di Karl Marx sullo sfruttamento del lavoratore

L’economista più famoso del XIX secolo per aver insistito sul fatto che il capitalismo conduce al monopolio e allo sfruttamento, è stato Karl Marx. Egli è il pensatore che Stiglitz evita di menzionare per nome. Marx sosteneva d’aver portato alla luce “le leggi dell’evoluzione storica”, le quali, come le leggi fisiche della natura, pongono la storia umana su una traiettoria che ha trasformato la società dal feudalesimo al capitalismo e avrebbe dovuto culminare col trionfo del socialismo e un mondo comunista post-scarsità.

Marx insisteva che gli imprenditori, nella loro ricerca del profitto, sono portati ad investire in macchinari industriali che risparmiano lavoro. Ciò comporta due conseguenze. In primo luogo, in questa gara competitiva per i profitti attraverso l’industrializzazione, alcuni imprenditori privati sarebbero spinti fuori dal mercato, e le loro imprese verrebbero acquistate da quei capitalisti sopravvissuti alla tempesta del mercato. Poiché questo processo si ripete, ci sarebbero sempre meno imprenditori privati, e la proprietà privata delle imprese rimarrebbe nelle mani di pochi. Quindi, secondo Marx, la competizione di mercato porta alla concentrazione della proprietà e della ricchezza nelle mani di un numero ridotto di proprietari di imprese.

In secondo luogo, man mano che le macchine sostituiscono i lavoratori, ci sono sempre meno posti di lavoro per tutti coloro che necessitano di un’occupazione per sfamare sé stessi e le loro famiglie. I lavoratori, il “proletariato” nel gergo marxista, viene rimpinguato da quegli imprenditori spinti fuori dal mercato dalla suddetta concentrazione di proprietà e ricchezza.

I lavoratori che competono per un numero decrescente di posti di lavoro, provocano un abbassamento dei salari e una diminuzione del tenore di vita per la stragrande maggioranza della popolazione. Emerge, quindi, una disuguaglianza crescente tra la maggior parte dei membri della società e la manciata di capitalisti ricchi, o come è diventato di moda descriverli al giorno d’oggi, “l’uno per cento”.

Infine, nella versione marxista di questa teoria, gli operai si ribelleranno e rovesceranno la manciata di sfruttatori capitalisti, e arriverà la nuova alba del progressismo storico: il socialismo, con lo stato che possiede, gestisce, e pianifica centralmente le risorse e le imprese della società in nome del “popolo”.

Gli errori di Marx e i benefici dal capitalismo liberale

Negli ultimi duecento anni sia la teoria economica sia gli eventi della storia economica hanno mostrato gli errori e le assurdità di queste teorie. Invece di un mondo sociale bi-polare composto da una manciata di “ricchi” e una massa di “poveri”, il capitalismo industriale e finanziario ha visto l’emergere di quella che è diventata nota come “classe media”, i cui numeri sono fuoriusciti dalle file dei poveri dell’era pre-capitalista.

La filosofia politica del liberalismo classico, che ha guadagnato terreno intellettuale nei secoli XVIII e XIX, chiedeva la fine della monarchia assoluta e la creazione di un governo costituzionalmente limitato. Sposava la fine dei privilegi governativi e dei favori elargiti ad un gruppo ristretto di persone al servizio del re, tra cui i monopoli legali che impedivano la concorrenza sul mercato.

Il liberalismo classico chiedeva la fine della schiavitù, l’emancipazione delle donne e la parità dei diritti individuali alla vita, alla libertà e alla proprietà onestamente acquisita.

Le barriere commerciali nazionali e internazionali furono ridotte o abolite, aprendo il campo ad una libera concorrenza di mercato. Un governo più piccolo e molto meno intrusivo determinava un basso onere fiscale, lasciando più ricchezza nelle mani dei privati.

Rispetto e applicazione dei diritti della proprietà privata; mercati aperti e concorrenziali per tutti coloro con visioni imprenditoriali di come produrre e vendere più beni e servizi, migliori e meno costosi, ai consumatori; mercati del lavoro liberi in cui esiste la possibilità di cercare un lavoro retribuito ovunque le condizioni siano più attraenti; e un settore finanziario con mezzi per realizzare investimenti industriali costosi, i quali creano posti di lavoro e ampliano le capacità produttive della società.

Il capitalismo ha creato una classe media prospera

Val la pena sottolineare l’ultimo punto. Durante la maggior parte della storia umana, la stragrande maggioranza delle persone che provava a risparmiare qualcosa dai propri magri guadagni, era fortunata se poteva nascondere alcune monete d’oro o d’argento.

Ma lo sviluppo del settore bancario moderno permise anche a quelli con modesti risparmi di metterli da parte in un istituto finanziario, il quale offriva un interesse sui loro depositi. Queste istituzioni finanziarie potevano raggruppare una grande quantità di risparmi. Poi incanalavano questi risparmi a favore di imprenditori che non avrebbero mai potuto finanziare i loro sogni attraverso i propri redditi.

Dai profitti guadagnati dai mutuatari di successo, arrivarono ​​i mezzi monetari per ripagare ciò che era stato preso in prestito più gli interessi concordati. Questi interessi attivi maturati dalle banche pagavano sia gli interessi dovuti ai depositanti e aumentavano il capitale delle banche affinché sviluppassero la loro capacità di prestare ad un numero crescente di mutuatari intraprendenti.

La crescita delle imprese private venne resa possibile grazie ai risparmi dei “lavoratori”, i quali guadagnavano interessi sui loro conti di risparmio, e grazie al reinvestimento di parte degli utili delle imprese di successo, le quali potevano attingere ulteriormente dal bacino dei lavoratori per creare nuovi posti di lavoro.

Allo stesso tempo, gli investimenti in macchine, strumenti e dispositivi nuovi e migliori aumentavano la produttività di ogni lavoratore e contribuivano ad aumentare i salari dei lavoratori.

Naturalmente i salari di ogni tipo di lavoro non aumentavano tutti contemporaneamente e nella stessa misura. Ma nel corso dei decenni del XIX e XX secolo, i mercati competitivi e relativamente liberi mostrarono la menzogna a tutti gli scettici come Karl Marx, i quali affermavano che “i lavoratori” erano condannati alla povertà, all’indigenza e alla disperazione. Il capitalismo competitivo liberò l’umanità dalla sussistenza e dalla fame, facendole speriemtnare un’inimmaginabile comodità che anche i re del passato non avrebbero mai potuto concepire.

Joseph Stiglitz e l’informazione asimmetrica

Joseph Stiglitz, inutile dirlo, non è un marxista o un socialista, e sarebbe ingiusto suggerire che lo sia. La sua tesi sulle ingiustizie del capitalismo e sullo sfruttamento si basa in parte sulla sua teoria della “informazione asimmetrica” ​​e come permetta agli imprenditori privati ​​di trarre vantaggio dai consumatori e dai lavoratori. Infatti questa teoria lo ha aiutato a guadagnare il premio Nobel per l’economia nel 2001.

Un elemento centrale nella sua teoria è che non tutti gli individui sul mercato possiedono lo stesso tipo o grado di conoscenza. Alcune persone sanno cose che altre non sanno. E queste informazioni “privilegiate” possono permettere ad alcuni di “sfruttare” gli altri. Per esempio, un produttore conosce molto di più la qualità e le caratteristiche di un determinato prodotto che offre sul mercato rispetto alla maggior parte degli acquirenti interessati ad acquistarlo.

Informando o no il potenziale acquirente su tutte le qualità e le caratteristiche del suo prodotto, egli può creare una falsa impressione che spinge il consumatore a pagare un prezzo più alto per suddetto prodotto, quando invece la sua domanda diminuirebbe se fosse a conoscenza di tutte le informazioni.

I mercati integrano e coordinano la conoscenza decentrata

Non vi è dubbio che in un sistema di divisione del lavoro vi sia anche una divisione della conoscenza, ma questo è un tema del processo di mercato spiegato molto tempo fa dagli economisti “Austriaci”, in particolare da Friedrich A. Hayek, anch’egli insignito del premio Nobel per l’economia nel 1974.

Gli Austriaci hanno a lungo sottolineato che la concorrenza è una “procedura di scoperta”, attraverso la quale gli individui scoprono cose mai conosciute o immaginate prima. La rivalità pacifica del mercato crea gli incentivi affinché gli imprenditori siano incessantemente attenti alle opportunità di profitto che gli altri o hanno perso o hanno ignorato. Ciò che prima era sconosciuto o appena percepito diventa visto e capito, e poi trasformato in prodotti nuovi, migliori e meno costosi offerti ai consumatori.

Lo scopo dei mercati concorrenziali e dei prezzi è proprio quello di fornire un modo per integrare e coordinare la conoscenza dispersa e decentrata in ogni società.

Questo mercato competitivo ha creato il modo di ridurre e superare l’asimmetria del consumatore rispetto alla conoscenza particolareggiata del venditore per quanto riguarda le qualità e le caratteristiche di determinati prodotti, e in tal modo di ridurre la possibilità di “sfruttare” ciò che il venditore può conoscere a scapito degli acquirenti.

Il significato della ricerca delle merci e il giudizio sulla qualità dei prodotti

Nello spiegare come i mercati ci riescano, gli economisti a volte distinguono tra due tipi di prodotti offerti e venduti sul mercato: merci ricercate e merci di esperienza.

Le merci ricercate sono quelle che possono essere esaminate e giudicate dal potenziale acquirente prima di un acquisto. Per esempio, supponiamo che un supermercato dica di possedere banane perfettamente mature. Un consumatore può entrare nel supermercato e giudicare se la qualità della merce corrisponda a ciò che è stato promesso nella pubblicità.

Se l’esame mostra che le banane sono o verdi o marroni, il consumatore andrà via senza spendere un centesimo. Con una pubblicità incorretta, oppure straordinariamente esagerata, l’azienda corre il rischio di perdere non solo la vendita, ma anche la sua reputazione. In più questa persona può dire agli altri come è andata la sua “ricerca”, cosa che potrebbe diffondere una bassa reputazione tra gli acquirenti senza che si scomodino a verificare loro stessi.

Ciò crea un incentivo affinché i venditori dicano il “vero nella pubblicità”, o altrimenti perderanno alcuni dei loro clienti abituali da cui dipende la loro redditività di lungo termine.

Il significato delle merci d’esperienza e la salvaguardia del mercato

Le merci d’esperienza sono quei beni la cui qualità e caratteristiche non possono essere pienamente conosciute ed apprezzate senza utilizzare il prodotto in questione per un periodo di tempo. Pensate ad un’automobile; si può fare un test drive, ma il giudizio sulla sicurezza, l’affidabilità e la gestione non può essere emesso senza guidare la vettura in varie condizioni atmosferiche e di traffico per un certo periodo di tempo. O pensate ad un materasso; vi ci sedete e ci rimbalzate sopra, o vi ci allungate e vi ci sdraiate nello showroom del negozio, ma non potete sapere per davvero se vi fornirà un sonno confortevole e riposante ogni notte prima che sia trascorso un certo periodo di tempo.

Lo stesso vale per molti prodotti, quali gli elettrodomestici, per esempio. La risposta del mercato competitivo a questa conoscenza incerta e imperfetta dal lato dei potenziali acquirenti è stata il sistema delle garanzie, le quali consentono all’acquirente di restituire il prodotto dopo un certo periodo di tempo e vedersi rimborsato in denaro, o con la sostituzione del prodotto senza alcun costo aggiuntivo.

È nell’interesse personale del venditore assicurarsi che il prodotto sia quello che è stato promesso e che sia affidabile nel suo funzionamento e nelle prestazioni. Come già detto, il venditore o il produttore corrono il rischio di perdere la loro reputazione. Inoltre, qualora emergesse la necessità di soddisfare una garanzia, il produttore o il venditore dovrebbero sobbarcarsi il costo della sostituzione dell’unità restituita.

L’incertezza del mercato e il franchising

Ma che dire di quelle situazioni in cui la reputazione di una impresa o del suo marchio è sconosciuta? Per esempio, si supponga che siate in viaggio per lavoro o per vacanza e passate in città dove è raro che ritornerete.

Avete fame e necessitate di un posto dove stare per la notte. Come è possibile conoscere la qualità del ristorante “Joe’s Greasy Spoon”, o che il materasso del “Bates Motel” sia senza cimici?

Il libero mercato ha fornito informazioni ai consumatori sulle qualità e le caratteristiche di tali prodotti e servizi affinché si potesse superare questa conoscenza imperfetta grazie alle catene di negozi e al franchising. Potrete anche non mangiare o dormire di nuovo in quella particolare città, ma è probabile che mangerete e dormirete lontano da casa in futuro.

La vista della famosa M del McDonald’s o il simbolo di un IHOP (International House of Pancakes) vi fornisce informazioni sulla qualità e sulla varietà degli alimenti che potete acquistare in uno qualsiasi dei loro stabilimenti, indipendentemente che si trovi negli Stati Uniti o in altre parti del mondo. Lo stesso vale per un Motel 6, o un Holiday Inn Express o un Embassy Suites, o un hotel della famiglia Hilton.

È possibile che non ritornerete più in quel particolare McDonald o Holiday Inn, ma se viaggiate mangerete o passerete la notte in un altro franchising di tali società. E la reputazione delle società satelliti è importante per la “casa madre”. Ogni catena di negozi e franchising deve soddisfare gli standard di qualità e la varietà che consentono al consumatore di avere un alto grado di fiducia e conoscenza quando entra in uno qualsiasi di questi stabilimenti, indipendentemente da dove si trovino.

Cosa rende questa pratica tanto popolare e sfruttata? La concorrenza del mercato e il profitto.

“Concorrenza perfetta” & il processo competitivo

Stiglitz usa la fallacia dell’uomo di paglia per quello che in economia è noto come modello della “concorrenza perfetta”. Si presume che un mercato sia veramente “competitivo” quando è presente un gran numero di venditori, i quali sono troppo piccoli per influenzare il prezzo di mercato e ciascun venditore offre un prodotto la cui qualità è esattamente quella venduta dai suoi concorrenti; e ogni acquirente sa già tutte le informazioni conosciute anche da tutti i venditori.

Friedrich Hayek ha dimostrato la fallacia di questo argomento 70 anni fa, quando tenne una conferenza sul tema “Il significato della concorrenza” il 20 maggio 1946 presso la Princeton University. Spiegò che la natura stessa di un mercato veramente competitivo è quella in cui i rivali cercano di migliorare la qualità dei prodotti offerti ai consumatori, e cercano di escogitare modi per abbassare i costi dei loro prodotti per poterli offrire a prezzi inferiori e quindi scalzare i loro concorrenti. Questo è ciò che rende dinamica la competizione di mercato, in cui beni e servizi vengono migliorati e resi meno costosi ai membri della società.

Per gli economisti come Joseph Stiglitz, cercare di offrire prodotti a prezzi diversi rispetto ai propri rivali, o con qualità e caratteristiche differenti rispetto a quelli venduti dai concorrenti, è un segno di “fallimento del mercato”, di prassi di mercato “imperfetta” o “monopolistica”. Ma per gli economisti come Friedrich Hayek, tale concorrenza di prezzo e di produzione è l’indicazione essenziale della vitalità del processo concorrenziale.

La concorrenza del mercato, come espressa da Hayek, non ha bisogno di un gran numero di concorrenti per essere “veramente” competitiva. Ciò che è necessario è l’assenza di barriere politiche o legali che si frappongono tra i potenziali concorrenti sia in patria che all’estero. Dal punto di vista economico la concorrenza del mercato abbraccia il mondo, indipendentemente da quali siano i confini politici tracciati dagli stati.

I “fallimenti del mercato” di Stiglitz sono in realtà forme di capitalismo clientelare

E questo ci porta all’errore cruciale nell’argomentazione di Stiglitz, relativa al “monopolio” nei mercati ed ogni conseguente disuguaglianza “ingiusta” della ricchezza.

Ogni esempio che propone per descrivere tale concentrazione di “potere di mercato” – finanza e banche, televisione via cavo, assistenza sanitaria, farmaceutica, agro-alimentare – sono tutti esempi in cui la concorrenza è stata disturbata dalla mano paternalistica e normativa dello stato. Non è il mercato che ha “fallito” in questi angoli dell’economia, ma piuttosto è la presenza e la pervasività dello stato interventista.

Ma anche questo atteggiamento è tipico di critici del libero mercato come il professor Stiglitz. Essi definiscono ingannevolmente “fallimenti del mercato” esempi che non rappresentano affatto un mercato libero e competitivo, ma incarnano il “capitalismo clientelare” in base al quale gruppi di pressione hanno interagito con politici e burocrati per manipolare il mercato a proprio vantaggio e a scapito dei consumatori. In questo modo impediscono a potenziali concorrenti l’ingresso in settori dell’economia in cui avrebbero potuto guadagnare quote di mercato e fare profitti, offrendo di conseguenza merci migliori a prezzi inferiori rispetto ai loro rivali privilegiati.

I truffatori ci saranno sempre, ma il libero mercato li limita

Ovviamente esistono truffatori, imbonitori e imbroglioni. Esistevano nell’antica Atene così come esistono anche oggi. Ci saranno sempre persone che cercheranno di ottenere in modo disonesto ciò che altri hanno, soprattutto quando questo modo sembrerà più facile e meno costoso rispetto alla produzione e al commercio onesto.

La questione non è se la natura umana possa essere trasformata per eliminare questo aspetto della sua condotta. La domanda è: esistono istituzioni di mercato ed incentivi che possono ridurre sistematicamente questo tipo di comportamento e, invece, generare interazioni umane più oneste e corrette?

E la risposta è si. In realtà, la maggior parte di questi meccanismi d’incentivazione positivi sono emersi e si sono evoluti dal processo di mercato competitivo. Queste “soluzioni di mercato” al “problema sociale” dell’informazione asimmetrica sono state scoperte dagli attori di mercato stessi affinché rappresentassero modi di guadagnare la fiducia dei consumatori e delle imprese, senza alcun comando o imposizione statale.

Il principio dell’associazione pacifica nel mercato competitivo si è dimostrata superiore alla presunzione e all’arroganza dell’ingegneria sociale statale.

L’intervento statale è la fonte dello sfruttamento del lavoratore

Inoltre se i lavoratori sono stati sfruttati in passato o sono sfruttati nel presente, e non ricevono il valore pieno per i servizi che rendono, tale è il risultato del “potere” sponsorizzato o consentito dallo stato. I sindacati hanno manipolato e truccato i mercati del lavoro, fornendo privilegi salariali e favori ad alcuni lavoratori, ma a scapito di altri lavoratori a cui viene negata l’opportunità di lavorare e di ricevere un salario.

Il salario minimo imposto dallo stato spiazza alcuni lavoratori non qualificati, lasciandoli disoccupati e costretti a fare affidamento sui programmi statali di assistenza sociale. Le normative anti-concorrenza e le relative restrizioni al libero mercato (comprese le imposte onerose per le imprese) hanno ridotto la capacità e gli incentivi del settore privato a creare posti di lavoro ed investire.

Se i lavoratori sono “sfruttati” nel mondo moderno, Stiglitz dovrebbe guardare alle politiche interventiste che egli propone e difende. Esse sono la causa primaria delle ingiustizie che egli deplora, le quali svanirebbero se solo sparisse la regolamentazione statale che tanto desidera e ammira.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: http://francescosimoncelli.blogspot.it/

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  • Fernando Vehanen

    BS, integrale, ad iniziare da questa:

    “Il capitalismo ha creato una classe media prospera” che è un COLOSSALE FALSO STORICO.

    La PAURA del COMUNISMO ha creato una classe media prospera. Sottolineo PAURA, perché non è stato il comunismo ma proprio la PAURA che si istaurasse.

    Prima del comunismo, nella patria degli imprenditori libertari, la mitica UK dell’800, il 90% e passa dei bambini avevano la libertà di andare in miniera a 8 anni; in alternativa potevano infilare le manine nei telai meccanici mettendo a rischio le proprie dita per ingrassare pochi padroni. Di scuola non se ne parlava nemmeno, e quindi essendo non-istruiti, anche la loro libertà era molto relativa.

    Ora che la PAURA del COMUNISMO è sparita, se ci fate caso, stiamo lentamente regredendo… E non pensate di essere tutti parte dell’1% privilegiato, perché non lo siete manco per idea.

    E poi p.f., basta con l’illusione della concorrenza perfetta: la concorrenza perfetta, proprio perché è un modello, semplicemente NON ESISTE. I fornitori si accordano sui prezzi, tacitamente o esplicitamente.

    • paolosenzabandiere

      All’ennesima stupidaggine sotto forma di questa frase: “Una di queste idee sbagliate più persistenti è la convinzione che se lasciati a sé stessi, i mercati competitivi tendano a determinare una concentrazione della ricchezza, una disuguaglianza di reddito e uno sfruttamento dei lavoratori.” ho smesso di scalare la montagna di stronzate che questo signore ci propinava, voglioso solo di rispondergli.

      Poi leggo il tuo post, le uniche parole sensate lette, e la voglia di rispondere passa. Questo non conosce nemmeno lo storia. Il fordismo ha fatto vincere l’America sull’URSS proprio per la paura del comunismo.

      Erano due regimi claudicanti che nel tentativo di buttarsi a terra di fatto si stampellavano a vicenda.
      Morto uno dei soggetti l’altro senza più controlli, e ritegno, sta solo creando i presupposti per il suo stesso suicidio, ma come si fa a dirlo a chi è sordo, muto e cieco?

      • Fernando Vehanen

        Concordo; l’ignoranza qui è DEVASTANTE.

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