La reversibilità dell’euro

Di Davide Mura , il - 109 commenti

draghi-bce-qeMario Draghi (BCE) è stato chiaro, direi tranchant: l’euro è irreversibile. Una sentenza inappellabile che però può essere interpretata in due modi: o viene intesa come irreversibilità del sistema euro, e non come impossibilità per un paese che abbia aderito all’eurozona (o eurosistema) di uscirne; oppure il significato è proprio quest’ultimo: una volta che si è aderito all’euro, non si può più uscire.

Ebbene, se il significato delle parole di Draghi sono quelle della seconda opzione, sembrano più una boutade che parole corrispondenti alla realtà dei fatti. Ciò perché vorrebbero dire che alla morte e all’euro non c’è rimedio, quando invece è evidente che solo alla morte non c’è rimedio. All’euro c’è rimedio, e quel rimedio si chiama “recupero della sovranità monetaria”.

Ma approfondendo meglio il discorso, è evidente che uscire dall’euro si può; non solo si deve: si può. E questo per una semplice ragione: non esiste in realtà norma europea o italiana che vincoli definitivamente l’Italia a rimanere nel sistema dell’eurozona. Ciò è tanto vero quanto è vero che i trattati europei (e precisamente il Trattato di Roma) non impongono un vincolo definitivo e indipendente dalla volontà statale, ma un vincolo che perdura finché la volontà dello Stato non si orienti in senso opposto. Perciò se è vero che in un contesto internazionale, l’adesione a un trattato implica per lo Stato l’assunzione di diritti e obblighi che implicano a loro volta, in un sistema pattizio, il ricorso agli strumenti del diritto internazionale per disattendere i patti stessi (Convenzione di Vienna), è altrettanto vero che questi limiti internazionali non sono certo d’ostacolo a una volontà di recesso.

Alla luce di quanto appena detto, è evidente che quanto è affermato da Draghi non deve essere valutato come un giudizio di carattere giuridico, bensì deve essere inteso in senso politico, e sappiamo bene che la politica è il campo dell’opinabile e non del diritto. Sicché uscire dall’eurozona è possibile nel preciso istante in cui uno Stato nazionale, fondato su una Costituzione, intenda farlo. Ergo, nel nostro caso ciò è possibile, avviando (quanto meno) i relativi negoziati con l’Unione Europea, previa una notificazione alle autorità comunitarie; negoziati -s’intende – preordinati al ripristino della sovranità monetaria e allo sganciamento dall’euro. In tale ipotesi, l’Italia uscirebbe dall’eurosistema e entrerebbe nel gruppo dei paesi non aderenti alla moneta unica (cosiddetti paesi in deroga).

Detto così, chiaramente, sembra la si faccia facile, ma come ho detto, l’uscita dall’euro è più una questione politica che giuridica. Sicché è chiaro ed è logico, e direi persino implicito, che questa manifestazione di volontà comporterebbe inevitabilmente tensioni politiche, ostruzionismi, minacce più o meno velate e tentativi di dissuasione volti a convincere le autorità politiche del paese recedente affinché desista e non prosegua nella propria intenzione. Ecco perché è necessario – caso mai si intendesse farlo – non solo aggrapparsi al diritto internazionale, ma anche progettare un exit strategy (di natura soprattutto economica) che pari, colpo su colpo, i tentativi interni ed esterni di bloccare il processo di sganciamento. Tentativi, dicevo, piuttosto concreti.

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