C’è una guerra senza razzi che deve fare davvero paura: quella che plaude l’arrivo della psicopolizia

Di Mauro Bottarelli , il - 189 commenti


Dormo poco ormai, ho ancora il fuso biologico dell’ospedale e dei suoi orari infernali per prelievi e controlli. Mentre scrivo, il bandone dell’ultim’ora di RaiNews è fisso da tempo immemore: “Siria. Allerta su rotte aeree Mediterraneo Est”. Per chi si è appena svegliato e accende la tv in attesa che sia pronto il caffè, può suonare allarmante, un buongiorno da incubo che può presagire il peggio da un minuto all’altro. Anzi, magari i missili stanno già piovendo sulla Siria, mentre la caffettiera comincia a borbottare nel silenzio mattutino della casa. D’altronde, i prodromi ci sono tutti: navi da guerra USA che si muovono verso la Siria con il loro carico di missili Tomahawk pronti a essere lanciati, jet russi che danzano sopra le teste dei marinai statunitensi come in un macabro balletto di Prokofiev, Gran Bretagna e Francia al fianco di Washington, l’Arabia saudita che – bontà sua – si è già detta pronta a giocare un ruolo nella Siria post-Assad, l’Italia che, come al solito, non conta un cazzo e non viene nemmeno interpellata, nonostante sia geograficamente la più coinvolta, adagiata com’è mollemente sulle sponde di quel Mediterraneo che qualcuno vorrebbe incendiare.

Ma, soprattutto, a far presagire guerra, ci pensa la propaganda e la sua grancassa. Forte e sprezzante, quanto mai assertiva ma con il garbo che le viene garantito dall’intrinseca bontà della missione che sta sostenendo: la difesa dei più deboli, dei bimbi che tossiscono e respirano a fatica perché gasati dall’animale Assad e dai suoi alleati russi e iraniani, incarnazione stessa del Male. Sono scesi in campo i campioni del mondo, al riguardo. In Gran Bretagna, ad esempio, tace Theresa May. E tace anche Boris Johnson. La loro parte in commedia l’hanno già egregiamente recitata con il caso Skripal, prodromico all’intera vicenda in atto e nobilitato dal loro furore russofobo degno di miglior causa: ora, per carità di Patria, possono tacere. E. possibilmente, farsi da parte. Perché si sta entrando nel vivo della vicenda adesso, non si scherza più. Non a caso, il primo a dichiarare forte e chiaro che occorre schierarsi senza esitazione al fianco degli USA per un attacco contro Damasco è stato Tony Blair, già rodato dai precedenti serbo e iracheno al ruolo di fedele scendiletto dei desiderata e delle agende più o meno nascoste del Deep State.

Tanto più che, al netto degli inutili e impresentabili Tories al governo (ancora per poco), anche il Labour di Jeremy Corbyn è stato ridimensionato ad arte nelle ultime settimane, proprio a causa dell’atteggiamento troppo tiepido tenuto sul caso della spia russa avvelenata (si è addirittura permesso di non accusare direttamente il Cremlino prima di avere delle prove, lo screanzato) e per la solita, ritrita accusa di antisemitismo legata alle critiche mosse verso Israele per l’ultimo tiro a segno posto in essere dal suo esercito nella striscia di Gaza. Ora, l’agenda britannica può entrare nel vivo: portare l’emergenza ansiogena e bellicista al punto di non ritorno, in modo da poter prima oscurare e ammantare di oblio il disastro diplomatico del governo sul Brexit e poi puntare dritti al bersaglio grosso. Ovvero, un secondo referendum che sancisca la marcia indietro ufficiale di Londra. Con il beneplacito di Washington. E proprio Tony Blair come gran cerimoniere.

Eh già, la propaganda. Non si combattono le guerre senza di lei. Figurati poi se si possono vincere. Ne sa qualcosa Donald Trump, uno che la sua guerra mediatica la sta combattendo fin dal primo giorno alla Casa Bianca a colpi di tweet. D’altronde, a sua nemmeno troppo parziale discolpa, c’è il fatto che dall’altra parte ha avuto fin dall’inizio l’intera corazzata mediatica statunitense, o quasi. Comunque sia, una bella guerra umanitaria è quello che ci vuole per levarsi dai coglioni quel prezzolato di Robert Mueller una volta per tutte, mandando in soffitta il Russiagate con gli applausi del mondo intero: vuoi mettere i punti che ti garantisce il regime change in Siria, rispetto a quattro accuse di collusione con gli hacker del Cremlino?

In vista della defenestrazione pre-elezioni di medio termine del 4 novembre, una bella assicurazione sulla vita, non vi pare? Anche perché, parliamoci chiaro, il buon Donald tiene famiglia e dopo il soggiorno a Pennsylvania Avenue non lo vedo proprio ambitissimo come conferenziere per Goldman Sachs o Citadel. E Macron? Sta tentando un mezzo golpe sulla riforma costituzionale, vuole tagliare il numero di deputati e introdurre una quota di proporzionale, ha mezzo Paese bloccato da scioperi e scontri: una bella emergenza umanitaria, magari amplificata dai peana di ex-sessantottini tramutatisi in neo-con come per le guerre balcaniche e il gioco è fatto. Voilà! Ma se volete la riprova, tutta nostrana, di quanto sto dicendo, ecco qui:

questa è la prima pagina de “La Stampa” che trovate in edicola. Se ci fate caso, di spalla a destra c’è un bel commento dell’ex direttore dell’Economist, Bill Emmott, dedicato proprio ai peccati originali del Labour, antisemitismo in testa. Ma è la foto centrale a dirci tutto. Anzi, il titolo: di fronte al Senato USA che gli chiedeva conto dello scandalo Cambridge Analytica, il fondatore e CeO di Facebook, Mark Zuckerberg, non si è limitato a chiedere umilmente scusa ma ha rassicurato tutti: da oggi in poi, il social network più famoso al mondo diventerà il poliziotto del web. E la cosa grave è che, in base ai canoni non solo de “La Stampa” ma della propaganda mondialista in genere, questa sarebbe una buona notizia. Splendida, addirittura. Talmente rassicurante da far guadagnare al titolo qualcosa come il 4,5%. Certo, nelle ultime due settimane aveva perso parecchio, roba stile Monte dei Paschi ma occorre guardare sempre il lato positivo della faccenda: il buon Zuckerberg poteva fare la fine di Kennedy, invece è stato solo alleggerito nel portafoglio (comunque bello gonfio). Questi grafici



ci dicono tutto della favola bella delle cosiddette FANG ma questi due


sono i più interessanti: Facebook è destinata a fare una brutta fine oppure il mea culpa e la promessa solenne del fondatore sono proprio atti prodromici alla necessità principale, ovvero evitare una legislazione e una regolamentazione troppo restrittiva del settore che tarpi le ali economiche ai gestori e di controllo sociale a Deep State e accoliti? Insomma, basterà una bella autoregolamentazione e una campagna a tappeto in favore della destituzione di Assad e di chiunque disturbi il manovratore – Russia, Iran, Corea del Nord, Cina – per rimettere tutto a posto, per garantire il ritorno di fiamma fra Facebook e la società dell’immagine e dello spettacolo che prima lo ha reso Re e poi ha gridato al mondo che è nudo? D’altronde, in un mondo dove accade questo,


tutto può accadere: siamo alla pedofilia bellico-mediatica, al falso d’autore che diventa imperativo morale, alla pantomima che si trasforma in realtà e tramuta l’utopia in distopia, a tutto beneficio delle elites. Le stesse che qualcuno pensava fiaccate dalla vittoria di Donald Trump e addirittura distrutte dalla Brexit: illusi, certe strategie sono di lungo corso. Certe guerre sono di lenta e laboriosa pianificazione, salvo poi dipanarsi di colpo e in maniera quasi automatica, come sta accadendo in queste ore in cui al mondo sta passando un messaggio chiarissimo, una realtà in bianco e nero che ha buoni e cattivi bene in evidenza: e, guarda caso, fra i buoni ci sono proprio i mandanti di ogni possibile nefandezza, sia essa finanziaria che geopolitica. Anche perché, tutto si tiene. Senza showdown come quello che stiamo vedendo in Siria, come si spiegherebbe al mondo popolato dal mitologico 99% di cittadini destinati a prenderlo nel culo, questo?

Il debito globale ha toccato un nuovo record, 237 trilioni di dollari, 21 dei quali accumulati solo nel 2017. Di più, ad oggi gli USA sono al 99% di ratio debito/PIL, pochi mesi e la soglia psicologica della tripla cifra sarà raggiunta. E sfondata, visto il budget 2019 presentato da Trump. A chi cazzo li piazzi i Treasuries, quando arrivi a certi livelli e stai facendo la guerra commerciale contro l’unico soggetto che finora li ha detenuti, mantenendoti in vita artificialmente? Serve una guerra. O, quantomeno, la percezione di pericolo che essa porta con sé. E come sottolinea Byung-Chul Han nel suo saggio “Psicopolitica” (altamente consigliato, 100 pagine concentrate di disvelamento della distopia in atto), Facebook e i social media sono il braccio armato del nuovo potere, contrapposto a quello novecentesco del divieto, della repressione e della galera come risposta alla dissidenza. Per l’esattezza, “il potere intelligente, benevolo non opera frontalmente contro la volontà dei soggetti sottomessi, ma li guida secondo il proprio profitto. Esso è più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo. Si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle. Seduce, invece di proibire. Più che opporsi al soggetto, gli va incontro. Il potere intelligente plasma la psiche, invece di disciplinarla o di sottoporla a obblighi o divieti. Non ci impone alcun silenzio. Piuttosto, ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a partecipare, a esprimere le nostre opinioni, i nostri bisogni, desideri o preferenze e a raccontare la nostra vita…


La libera scelta viene annullata in favore di una ibera selezione tra le offerte. Il potere intelligente, dall’aspetto liberale, benevolo, che invoglia a seduce, è più efficace del potere che ordina, minaccia e prescrive. Il like è il suo segno: mentre consumiamo e comunichiamo, anzi mentre clicchiamo like, ci sottomettiamo al rapporto di dominio. Il neoliberalismo è il capitalismo del like”. Capito perché Facebook andava prima sputtanata – con uno scandalo dai contorni e dai contenuti ridicoli quanto il caso Skripal o l’attacco chimico siriano, a ben pensarci ma l’assuefazione della gente è tale da aver comunque sortito il suo effetto “scandaloso” sull’opinione pubblica, basti vedere il numero di log-out registrati da Facebook nelle ultime settimane – e poi riabilitata? Abbiamo dato una sgonfiatina alle FANG che non fa mai male, in tempi di bolle che stanno per esplodere e, contemporaneamente, venduto alla gente al Glasnost in arrivo, la Mani Pulite del web guidata proprio dallo Zuckerberg penitente e redento.

Giusto in tempo per la campagna finale: in Siria, per la Brexit, per il futuro dell’UE e dell’euro, per le elezioni di medio termine in USA. Tutto perfettamente programmato. Io non ho paura dei missili, ho paura della bontà virtuale che diventa dominio e dittatura dei valori. Ho paura dei bambini siriani falsamente gasati, ho paura de “La Stampa” e dei suoi titoli, ho paura dei vostri e dei miei “like”. Ho paura che sia tardi per uscirne vivi, perché è facile odiare le elites. Più difficile ammettere di esserne, quotidianamente, complici inconsapevoli. Ma determinanti.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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