Chiediamoci una cosa: Trump comanda ancora? Oppure la grande messinscena si sta dipanando?

Di Mauro Bottarelli , il - 139 commenti


L’ho scritto ieri e lo ripeto: la notte non ha portato ripensamento, qualcosa non torna nella crisi siriana. E non parlo della logica delinquenziale che fin dall’inizio ha visto l’insurrezione armata contro il legittimo governo di Assad pilotata, finanziata e sostenuta dall’esterno (a inizio conflitto, quando si parlava di spontanee rivolte per pane e democrazia, erano già presenti nel Paese mercenari di 11 nazionalità, alla faccia della natura civile della guerra), bensì nell’escalation degli ultimi giorni. Ragionate con me, per un istante. Il ministero degli Esteri russo e il governo siriano da almeno tre settimane mettevano in guardia tutti dall’intenzione dei “ribelli” e dei loro padrini di dar vita a una false flag che contemplasse l’uso di agenti chimici per incolpare le truppe regolari e far varcare ad Assad la cosiddetta “linea rossa”, quella tracciata da Obama e rivendicata come limite invalicabile da Emmanuel Macron. Quanto occorre essere sicuri di sé e della propria onnipotenza (e impunità) per perseguire quel piano, nonostante ti abbiano “fatto tana” fin dal principio?

Certo, la narrativa nata e sviluppatasi in tutto l’Occidente con il Russiagate vuole che qualsiasi notizia giunga da Mosca (e da Damasco) sia frutto di disinformazione ma è altrettanto palese che la controinformazione di siti come Sputnik e RT ha inferto un bel colpo allo storytelling statunitense e alleato riguardo il conflitto, in primis riguardo la credibilità proprio di “Elmetti bianchi” e Osservatorio per i diritti umani in Siria, quello con base a Coventry. Insomma, al riguardo la bilancia appare quantomeno in equilibrio: Il tutto, anticipato dal caso Skripal, ovvero da una clamorosa messinscena da parte delle autorità britanniche di quello che, alla luce die fatti, parrebbe un caso di grave intossicazione alimentare e nulla più. Peccato che l’ex spia e la figlia ora pare beneficeranno di asilo e nuova identità negli USA sotto protezione diretta della CIA e che proprio Yulia Skripal ieri abbia chiesto alla cugina di non contattarla più. Direte voi, le starà sul cazzo. Oppure è provata dall’accaduto e non ha voglia di parlare o di gente intorno.

No, la cugina è quella che per prima ha messo in dubbio la versione ufficiale e denunciato il fatto che, al pari dell’inchiesta sul traffico d’armi dei servizi francesi prima della strage del Bataclan, su quanto mangiato dai due miracolati del gas nervino, le autorità britanniche avessero posto il segreto di Stato. Manco nella cucina di Cracco c’è tutta questa segretezza! Insomma, il clima di russofobia era bello montante anche prima del presunto attentato con bombe al cloro di domenica a Douma. Sullo sfondo, poi, uno strano attivismo parallelo della commissione guidata dal procuratore Robert Mueller sul Russiagate, con l’FBI che proprio nel piano dello showdown sulla Siria va a perquisire l’ufficio dell’avvocato personale di Trump a Manhattan e la pornostar Stormy Daniels che carica sempre più a pallettoni la storia della sua presunta relazione sessuale con il presidente, pagata 130mila dollari per tacere e che costringe per la prima volta il tycoon a toccare direttamente l’argomento, trincerandosi dietro un laconico “non so nulla al riguardo”. Questo, sabato scorso. Poche ore prima dell’attacco a Douma e all’acuirsi della crisi siriana.

Ieri, poi, questo:


voi pensate ciò che volete ma questi tweets, sparati ieri in rapida successione, ci dicono due cose. O siamo di fronte a un caso grave e conclamato di bipolarità – e allora chi ha permesso a un bipolare di maneggiare i codici nucleari dovrebbe rendere conto del suo operato – oppure siamo di fronte a un caso di specie ancora più esemplificativo dello scandalo Cambridge Analytica rispetto all’uso distorsivo e destabilizzante dei social network. Già, perché tanto per non farci mancare nessuna coincidenza, mentre attorno alla Siria si sta recitando un remake de “Il dottor Stranamore” con potenziali ricaschi da conflitto mondiale, Senato e Congresso USA ascoltavano il mea culpa di Mark Zuckerberg, il quale annunciava grandi novità in nome della sicurezza e della trasparenza di Facebook, denunciandone al contempo gli errori e i limiti. Il tutto, ulteriore coincidenza crono-contenutistica, mentre a Wall Street i titoli legati al comparto tech ed e-commerce vivevano la loro Via Crucis, legata proprio alle criticità di Facebook e alla crociata anti-Amazon di Donald Trump. Prendiamo quest’ultimo punto: questi grafici



mettono in prospettiva la questione ma rimane un’ambivalenza. Se infatti da un lato il gigante di Bezos sta effettivamente mettendo in grave difficoltà il commercio tradizionale, dall’altro il calo costante delle vendite al dettaglio è sintomo di uno stato di salute tutt’altro che smagliante dell’economia USA, a differenza di quanto quotidianamente rivendicato dal presidente. Inoltre, se Amazon ammazza negozi e anche centri commerciali, dall’altro fa la felicità delle Poste statunitensi, salvate con un bail-out federale da Obama e ben felici del boom dell’e-commerce.

Quale Trump è quello vero? E poi, come si conciliano tutti questi fronti aperti? Se stai gestendo una potenziale crisi bellica in Siria, dopo che hai scatenato una guerra commerciale con la Cina e posto le basi per un conflitto perenne a bassa intensità con la Corea del Nord, come fai a gestire in contemporanea un problema certamente attuale e serio ma non certo vitale come Amazon con tutta quella verve? Quanti Trump ci sono alla Casa Bianca? E, soprattutto, quanti account del “realDonaldTrump” esistono? E quanti ne hanno la password per poter operare? Se ricordate, all’inizio di novembre dello scorso anno, l’account Twitter del presidente restò disattivato per 11 minuti, attorno alle 19 di sera. L’azienda disse che si trattò dell’errore umano di un dipendente, Bahtiyar Duysak, immediatamente licenziato: ma siamo sicuri che tutto quanto viene riversato in Rete a nome dell’uomo più potente del mondo, fin dal primo mattino, sia davvero farina del suo sacco?

Quello strano incidente non potrebbe essere stato uno stress test per valutare la reazione di opinione pubblica, media e paradossalmente anche governi esteri all’idea che l’account con cui l’uomo più potente del mondo comunica direttamente possa essere messo fuori uso – e, potenzialmente, manipolato – dal primo dipendente che passa? Una cosa è certa: la crisi siriana arriva in un crocevia fondamentale per gli USA, in principal modo per l’economia e lo stato di salute di Wall Street. Serve una scusa – ma una di quelle serie – per invertire la rotta da kamikaze della FED, visto che questi grafici



ci mostra quale sia la nuova preoccupazione subentrata anche nei pensieri dell’establishment, dall’altro giorno anche dell’FMI (invito tutti a dare un caloroso benvenuto ai geni dell’Istituto di Washington, giunti alla conclusione che nel mondo c’è troppo debito): oltre al credito al consumo sempre più fuori controllo e subprime, specialmente nel settore automobilistico, al debito scolastico e ai salari stagnanti, ecco che i tassi cominciano a mordere anche sui mutui e il loro finanziamento. E questi grafici



ci dicono che se parte una nuova crisi legata al real estate, a piangere saranno – oltre a qualche milione di americani, tutta ex o attuale classe medio non metropolitana, quindi potenziali elettori di Trump – centinaia di piccoli istituti di credito sparsi per tutta l’America: e se un nuovo 2008 in sedicesimi fosse ciò che le elites vogliono, al fine di portare a termine l’operazione di concentrazione bancaria cominciata dieci anni fa, cannibalizzando a costo zero migliaia e migliaia di potenzialmente fruttuosi sportelli, filiali e bancomat in tutta l’America profonda? Insomma, attivi sani (leggi depositi, in primis) a fronte di fuffa, il tutto con il minimo sforzo Un po’ come Intesa con le banche venete ma un po’ più in grande, come il ragù della Star.

D’altronde, se le correlazioni ci dicono qualcosa, ecco che questo grafico

ci mostra come il momento del “now or never” per le equities statunitensi sotto cura Trump sia ormai alle porte: una salutare correzione che rimetta in carreggiata la stamperia? Un destino da JFK per The Donald, con un assassinio finale solo politico, però? D’altronde, voi non siete mai stati sfiorati dal dubbio che Donald Trump, parvenu del mondo che conta per le sue umili origini e i modi rozzi, sia finito alla Casa Bianca per un do ut des? Ovvero, che come il nostro Cavaliere, il quale millantò il pericolo comunista come motivazione della famosa discesa in campo, il tycoon fosse talmente oberato di debiti e spaventato per il futuro del suo impero scricchiolante da aver accettato uno scambio fruttuoso, in maniera più o meno inconsapevole?

Ovvero, operare in modo tale da creare i presupposti per una crisi economico-finanziaria in realtà figlia proprio del QE perenne, prendersene la responsabilità per salvare il culo ai soliti noti, togliere anzitempo il disturbo da Pennsylvania Avenue con una scusa qualsiasi – una troia pagata per tacere, dei tweets che dimostrino bipolarità incompatibile con il ruolo di presidente, rapporti incestuosi con i russi, pressioni indebite sull’intelligence, aerofagia molesta o tifo per la squadra di football sbagliata – e godersi il resto della vita senza debiti e senza noie finanziarie. E, soprattutto, vivo e vegeto nella sua bella magione in Florida, la quale non conoscerà in questo modo l’onta del pignoramento: certo, magari ai nipotini racconterai di essere stato il presidente più disastroso della storia. Ma almeno puoi raccontarglielo e non durante un colloquio in una prigione federale.

Di converso, chi subentrerà al disastro Trump potrà non solo assurgere al ruolo potenziale di salvatore della patria, qualunque sia il suo curriculum vitae, dopo il nuovo 1929 (o 2008, scegliete voi) ma anche avere mandato pieno per operare a deficit senza pietà e garantire luce verde pressoché perenne alla FED: il PIL ringrazia, l’America profonda che aveva sperato in Trump pure, visto che la crisi innescata – a partire da credito al consumo e immobiliare – morderà proprio l’ex ceto medio già proletarizzato dal fall-out di Lehman Brothers e manderà in soffitta ogni possibile velleità di rivalsa verso le elites. Insomma, gli stronzi che nessuno voleva più e che hanno spedito Trump alla Casa Bianca, in nome della rivolta contro Wall Street, diventeranno gli eroi che hanno salvato il Paese da un pazzo che stava facendo schiantare l’economia: ditemi se non è un piano tanto demoniaco, quanto geniale. E tutti vissero felici e contenti, Wall Street e comparto bellico-industriale in testa. I media? Ovviamente, il loro ruolo è fondamentale quanto quello di Donald Trump, più o meno consapevole che esso sia: senza grancassa, certe pantomime risultano meno efficaci. E credibili. Fantapolitica? Quasi certamente, lo so.

Ma ho bisogno di trovare una spiegazione alle troppe incongruenze di una situazione da Terza Guerra Mondiale in fieri che, in realtà, sembra davvero un film dei Monty Python. Direte voi, a proposito di credibilità: se un presidente cancella un viaggio in America Latina per seguire l’evolvere della crisi, se twitta di missili “belli e intelligenti”, minacciando direttamente la Russia e la Siria, se muove le navi da guerra, qualcosa poi deve fare, altrimenti la figura da cioccolataio è assicurata e la copertura rischia di saltare, ammesso che esista. Certo, il problema è cosa fare: non vi pare strano che il Pentagono sia in mano a un uomo il cu soprannome è “cane pazzo”, eppure stia cercando – nella versione ufficiale, almeno – di riportare Trump a più miti consigli sul da farsi, predicando la necessità di coordinamento con gli alleati prima di agire? E se fossero inglesi e francesi a pestare la merda in Siria per conto terzi, quantomeno a livello di esposizione bellica diretta? Vi dice niente questa ennesima prova di bipolarità presunta, twittata di primo mattino da The Donald?

Scommettete che se ci sarà un attacco, lo porteranno avanti in primis gli inglesi? E che dire di Emmanuel Macron, che sempre stamattina ha dichiarato tronfio di avere le prove dell’uso di armi chimiche in Siria? Più serbi dei servi, pur di compiacere il padrone. Insomma, il lavoro più sporco vedrà l’America chiamarsi fuori, di fatto? Chissà, la situazione è tremendamente ingarbugliata e i tempi che viviamo, davvero da pazzi e senza precedenti. Per questo, forse, qualcosa di vero in questo mio delirio potrebbe esserci. O magari no. Ma sono già passati quattro giorni dal presunto gasamento di massa a Douma e nulla è accaduto, se non pantomime social come quella di Roberto Saviano: ovvero, l’effetto placebo sulle menti deboli e sui fiancheggiatori più o meno inconsapevoli è penetrato nel corpaccione vivo della società civile. Ora, c’è una tavolozza bianca su cui dipingere una nuova trama. O, forse, solo la guerra alle porte. Io propendo per la prima ipotesi.

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