Da Berlino a Douma, la realtà non è mai ciò che ci appare. A questo punto, chi sono i veri terroristi?

Di Mauro Bottarelli , il - 137 commenti


Non c’è da preoccuparsi troppo per il raid israeliano sulla base governativa siriana di Homs. Non perché la questione non sia seria, lo è in effetti ma per il fatto che quanto accadrà in Siria non dipende dal singolo fatto, oramai. Certo, quanto accaduto domenica a Douma, il presunto attacco con armi chimiche, ha i tratti classici del casus belli, come fu l’altrettanto presunta strage di Racak per l’intervento NATO contro la Serbia ma è l’insieme degli accadimenti che il mondo sta vivendo a creare un clima potenzialmente esplosivo. E tutt’altro che preventivabile, non tanto negli esiti quanto nei suoi punti di sviluppo. Gli USA hanno evitato la rappresaglia diretta contro Assad, lasciando che fosse l’aviazione israeliana a lanciare il primo attacco proxy contro Russia e Iran nell’area ma resta un fatto di gravità inaudita, almeno a mio modo di vedere.

Esattamente come per il caso Skripal, il quale ha visto un capo di governo e il suo ministro degli Esteri accusare direttamente uno Stato terzo e i suoi massimi rappresentanti per l’avvelenamento della ex spia, il tutto in palese assenza di prove reali, l’Occidente tutto ha accusato il governo di Damasco e i suoi alleati nella lotta al terrorismo eterodiretto in Siria di aver gasato civili inermi allo scopo di stanare estremisti in una delle loro ultime sacche di resistenza. Le prove? I filmati e le testimonianze degli “Elmetti bianchi” e, almeno in un primo tempo, dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. Ovvero, la parola di palesi e conclamati oppositori di Assad e fiancheggiatori di Al-Nusra e soci.

Stamattina, il ministero della Difesa russo, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Rappresentanti del Centro per la riconciliazione hanno ascoltato le testimonianze dirette di medici e impiegati degli ospedali della città di Douma. Hanno negato decisamente le voci che li avrebbero visti ricevere nei nosocomi pazienti con segni di avvelenamento chimico”. Ora, i russi possono più o meno piacere. La loro disinformazione è storica, esattamente come quella meno proverbiale di americani e inglesi, se torniamo indietro ai tempi della Guerra Fredda ma il Cremlino – e il KGB in particolare – hanno sempre goduto di pessima e famigerata fama al riguardo. Nessuno lo nega.

C’è però un precedente, riguardo al conflitto siriano e alla partecipazione russa: ogni volta che hanno lanciato un’accusa, era corroborata da prove. Satellitari, sul campo, d’intelligence: poco conta, nessuno è mai andato a contestare direttamente quanto le autorità moscovite affermavano. E il perché è presto detto: a mentire, fin dall’inizio e in maniera sistematica – a partire dalla natura civile e spontanea stessa del conflitto siriano – sono sempre stati gli oppositori del regime di Assad. In tutti i modi. Con tutti i mezzi. E, soprattutto, sfoderando un apparato di propaganda che nulla aveva e ha da invidiare a quello dell’Unione Sovietica che fu e che ancora viene accomunato a qualsiasi cosa giunga da oltre gli Urali.

Vogliamo parlare del primo, presunto attacco chimico perpetrato dalle truppe di Assad? Nessuna prova al riguardo è stata fornita, nonostante USA, Regno Unito, Francia e Israele avessero millantato per settimane di avere in mano la pistola fumante. In compenso, fioccarono le smentite riguardo quell’incrollabile certezza sulle responsabilità del regime: sia dalla NATO stessa che da un ente terzo non certo tacciabile di simpatie per Assad come l’MIT di Boston, una delle istituzioni scientifiche più note e autorevoli al mondo. Qualcuno ha chiesto scusa al riguardo? Qualche testa è rotolata per questo atteggiamento alla Colin Powell, ancorché senza provette? Qualcuno ha recitato il mea culpa? No. Esattamente come nessuno ha chiesto le scuse, se non le dimissioni, né di Theresa May, né di Boris Johnson per l’incredibile e quasi criminale gestione del caso Skripal. In compenso, da ieri sappiamo che l’ex spia e la figlia saranno trasferiti negli USA e godranno di nuova identità, un trattamento stile “protezione testimoni” federale ma gestito, in questo caso, direttamente dalla CIA.

A dirlo e confermarlo non è il sottoscritto ma una fonte di Whitehall, quindi governativa britannica, riportata con grande evidenza ieri dal Sunday Times e non smentita. E cosa ha scritto invece il Sunday Telegraph? Che Skripal aveva stretti contatti con il consulente dell’MI6 britannico, il servizio segreto per l’estero, Christopher Steele, lo stesso che avrebbe curato un dossier su Trump per conto del Comitato democratico attraverso l’agenzia privata Orbis Business Intelligence. Sentito nulla al riguardo nei tg? No, solo che l’ex spia e la figlia sono fuori pericolo, vigili e mangiano e cagano che è una meraviglia. Vi pare normale, un’informazione del genere o siamo forse di fronte a qualcosa che fa impallidire il tanto vituperato KGB? E, magari, anche la STASI? Questa gente è la stessa che prende per buone, ovviamente, le accuse di “Elmetti bianchi” e Osservatorio per i diritti umani, i primi fondati di fatto da un ex agente segreto britannico e il secondo con sede a Coventry, guarda caso, un po’ distante da Damasco. E anche da Douma. O da Homs. Ma vicinissimo all’MI6.

Guardate queste due prime pagine,


sono delle edizioni di questa mattina di due dei principali quotidiani italiani: quale retorica è passata, quale narrativa? Assad gasa i bambini, Assad è un animale da fermare a tutti i costi. E, per proprietà transitiva, russi e iraniani che lo spalleggiano devono subire il medesimo trattamento. Ora guardate questi grafici,



relativi all’andamento di Borsa, rublo e cds russo dopo l’imposizione di nuove sanzioni contro soggetti privati – anche molto vicini al Cremlino – decise venerdì scorso dalla Casa Bianca. E sentite ora le parole al riguardo pronunciate non più tardi dell’ora di pranzo di oggi da Kirill Tremasov, direttore del centro studi e analisi della Loko-Invest: “Non vedevamo un ritiro di massa e coordinato simile dagli assets russi da molto tempo, la situazione è molto simile a quella del 2014”. Il rublo è sceso ai minimi dal novembre 2016 sul dollaro, mentre i titoli russi sul MOEX hanno patito un calo intraday di oltre il 7%, il peggiore dal marzo 2014, ai tempi della crisi di Crimea post-golpe in Ucraina. Il CDS russo, infine, è salito ai massimi dal dicembre 2014, anche a causa dell’attacco speculativo sui titoli bancari russi dopo l’inclusione nella lista USA dei sanzionati di Andrey Kostin, presidente della VTB Bank. Quindi, mettiamo le cose in fila. Prima la delirante vicenda della spia avvelenata, con tanto di rappresaglia diplomatica degna del maccartismo più parossistico, poi le nuove sanzioni che saltano fuori dal nulla e, dopo due giorni, l’attacco chimico che poco fa ha spinto Donald Trump ad annunciare “importanti decisioni sulla Siria entro 24-48 ore”.

Guarda caso, il combinato perfetto per scatenare un outflow di capitali dalla Russia, dopo che le precedenti mosse sanzionatorie avevano fatto il solletico a Mosca, colpendo invece pesantemente i Paesi esportatori, come l’Italia. Quanto ci metterà la Cina a correre in soccorso, liberando la liquidità necessaria per sostenere l’alleato in difficoltà? Una cosa è certa: la cronologia dell’accaduto ci dice che era tutta una strategia preordinata per arrivare proprio a questo risultato, per porre su Putin e il Cremlino la pressione che nessun blogger “indipendente” è riuscito a esercitare alle elezioni presidenziali del 18 marzo, le stesse che nemmeno l’OSCE è riuscita a mettere in discussione con accuse di brogli o pressioni indebite, stante le percentuali schiaccianti (e non pensiate che, alla luce dei risultati, ad Orban sarà riservato trattamento differente, se non rientrerà nei ranghi).

Ma, come vi dicevo, non preoccupiamoci (troppo) del particolare, è il generale che deve inquietare. Perché entro un paio di settimane, penso che Anis Amri, l’attentatore del mercatino di Natale a Berlino del 2016, sarà implicato anche nell’omicidio Kennedy, nel rapimento Moro e forse nel ratto delle Sabine. Dopo lo psicolabile che si lancia con il furgone, ecco che a stretto giro di posta le autorità tedesche arrestano sei complici/sodali di Amri, i quali ieri volevano entrare in azione armati di machete fra la folla che seguiva la maratona di Berlino. L’intelligence è certa, perché in questo caso i sei erano seguiti (non pare soffrano di turbe psichiche particolari ma mai disperare): volevano vendicare Amri. Io capisco che la saggezza popolare ci dica che la vendetta è un piatto da gustare freddo ma mi pare che sia passato un po’ troppo tempo per un’azione di rappresaglia, non vi pare? Oltretutto, a freddo: quale motivo ci sarebbe, infatti, di entrare in azione in Germania oggi, se non mandare un messaggio al nuovo governo di coalizione?

Riguardo cosa, ad esempio? Non so voi ma, stante la cronaca più stretta e attuale, a me non viene in mente nulla, se non la decisione di rilasciare tutti i permessi necessari al consorzio Nord Stream 2 AG per attivare le infrastrutture: bersaglio jihadista? No, del Dipartimento di Stato. Non solo coincidenze ma anche convergenze, parrebbe. Perché, pensateci un attimo: se la Germania si è accodata senza battere ciglio a Gran Bretagna e USA nella cacciata dei diplomatici legata al caso Skripal e l’UE ha detto che non sosterrà ufficialmente Nord Stream 2, come potrà Berlino proseguire nel suo intento energetico se per caso ora si passerà alle vie di fatto in Siria, ovvero se gli USA opereranno a livello bellico, di fatto innalzando in contemporanea la barriera sanzionatoria contro Mosca? Ok che la coerenza non è granché di moda in questo periodo ma anche Angela Merkel dovrà fare una scelta: e, state certi, sarà quella del quieto vivere. Anzi, del vivere. Insomma, il piano è ben più ampio e articolato, addirittura globale.

Perché al netto della russofobia, il bersaglio reale sta ancora sullo sfondo, ancorché ampiamente citato da Donald Trump nel suo tweet contro l’animale Assad: l’Iran. Se si arrivasse a uno showdown in Siria – o, quantomeno, a un acuirsi molto pesante della crisi – pensate che ci sarà una sola probabilità che fra poco meno di un mese, la Casa Bianca non stracci l’accordo sul nucleare con Teheran? E al netto delle promesse/proclami della Mogherini al riguardo, l’UE manterrà fede a quel patto o calerà proditoriamente le braghe allo sbattere di tacchi dell’alleato d’Oltreoceano? Le conseguenze di una simile mossa, potete immaginarle da soli. Alla luce di tutto questo e ricorrendo alla categoria del paradosso e dell’iperbole, chi è il vero terrorista in tutta questa situazione?

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