La pax coreana sembra “Il vizietto” ma copre bene le fandonie su Siria, Russiagate e doping di Stato

Di Mauro Bottarelli , il - 92 commenti


“Mi batte forte forte il cuore”. Avrebbe detto queste parole, degne di una 14enne alla sua prima volta, Kim Jong-un a Moon Jae-in prima di piantare insieme un albero vecchio di 65 anni, esattamente come il conflitto di Corea. Ora, alle stronzate siamo abituati in questo periodo di lupi solitari con problemi psichici ma il passaporto sempre in bella vista e scandali che vanno e vengono alla bisogna delle priorità di politica interna ma che l’uomo più temuto al mondo fino a due mesi fa, ora parli come un Bacio Perugina è troppo. Anche per questo mondo distopico. Ma come, quando già il generale inverno stava per dirci addio il nostro eroe voleva nuclearizzare mezzo mondo e adesso sembra il personaggio di un libro di Moccia, pronto a portare il suo nuovo amico sudcoreano a Ponte Milvio per attaccare un bel lucchetto che sancisca amore eterno? Guardateli nella foto di copertina, sembrano Michel Serrault e Ugo Tognazzi ne “Il vizietto”, eppure la stampa di tutto il maledetto mondo oggi ha piazzato la loro immagine in prima pagina, accompagnata dalla dicitura “incontro storico” e “la guerra è finita”.

Quello consumatosi ieri sul 38mo parallelo non è stato un incontro diplomatico ma un outing, in tutto e per tutto: e grazie a cosa? Già, perché al netto degli applausi del mondo per la pace ritrovata e il pericolo nucleare scampato, ci sarebbe una domandina a cui dare una risposta, un piccolo particolare insignificante: come cazzo è scoppiata di colpo la pace? Chi ha ceduto dei due leader? Chi ha mediato, visto che fino a non più tardi di un mese fa volavano solo missili balistici e minacce di “day after”? Com’è che di colpo, il nostro Kim non vuole più ridurre la Corea del Sud un posacenere e, anzi, ci andrà magari in vacanza con la moglie? Formalmente, il tutto è nato con il riavvicinamento reso possibile dalla partecipazione di due pattinatori sul ghiaccio nordcoreani alle Olimpiadi invernali organizzate da Seul: da lì, tutto in discesa.

Fine degli esperimenti balistici, diplomazia sotterranee al lavoro, Mike Pompeo che, ancora prima della ratifica del suo ruolo di capo del Dipartimento di Stato va in Corea del Nord a incontrare il dittatore e creare i presupposti per il meeting con Trump e, poi, voilà, la storia può vivere il suo “magic moment”, addirittura con promesse di denuclearizzazione della penisola e parole che aprono a una futura riunificazione di due popoli fratelli divisi da ideologia e guerra. Roba da lacrimoni, non c’è che dire. Resta un fatto: nessuno conosce davvero il motivo di questa resa bilaterale, l’unica certezza è che l’emergenza dei missili di PyongYang ha garantito una straordinaria cortina fumogena di distrazione di massa per i cazzi interni statunitensi e munifiche commesse militari USA in Sud Corea e Giappone. “Non ti sveglierò più all’alba”, avrebbe detto ancora Kim Jong-un al suo omologo, alludendo ai test nucleari cessati: nemmeno Gabriele Muccino avrebbe dato vita a un copione del genere. Chiunque sia l’ideatore, chapeau.

Anche perché la pantomima coreana ha garantito, guarda caso, il ridimensionamento e l’oscuramento totale di altre notizie, un pochino più scomode. Che dire, ad esempio, di questo?

11-yr-old Syrian boy Hassan Diab says Chemical Attack in Douma Staged

Netherlands: 'Caught them red-handed' – Russian OPCW Rep. on US, UK and France *EXCLUSIVE*

Non c’è niente da fare, i russi sono dei gran rompicoglioni. Non vogliono capirla quale sia la dinamica del gioco, proprio non gli entra in testa che occorre sparare cazzate (oltre a qualche missile non proprio intelligente), millantare prove ed evidenze che in realtà non si hanno per garantirsi i titoli in prima pagina e i servizi al tg, dopodiché aspettare che l’emergenza ad hoc seguente faccia cadere tutto nel dimenticatoio, facendo così evitare clamorose figure di merda. Lo invece no, loro hanno portato all’Aja testimoni del presunto attacco chimico a Douma del 7 aprile scorso e hanno fatto ciò che USA, Francia, Gran Bretagna e Israele minacciano da settimane ma senza alcun riscontro o conseguenza: sbugiardare la propaganda. Non c’è stato nessun attacco chimico, nessun intossicato, niente di niente: solo una clamorosa false flag che Damasco e Mosca avevano preannunciato con largo anticipo, il tutto per creare il più classico dei casus belli per attaccare.

La natura da Will Coyote del raid, in effetti, aveva già fatto capire che Washington e soci sapevano che stavolta la merda pestata era davvero grossa, ora però ci sono i riscontri. E come hanno risposto gli ambasciatori di Gran Bretagna e Francia all’iniziativa russa? Chiedendo scusa? Ammettendo di avere gli “Elmetti bianchi” a libro paga? No, definendo la sfilata dei testimoni “un’oscena mascherata”. Dunque, portare riscontri, prove ed evidenze della propria versione dei fatti è un’oscena mascherata, invece millantare senza vergogna il possesso delle stesse, bombardare palazzi a cazzo e poi far finta che nulla sia successo è un atteggiamento responsabile da Paese democratico. Anzi, quasi da premio Nobel per la pace. E qui, purtroppo, vengono le note dolenti di casa nostra. Queste due


sono le prime pagine di oggi de “Il Giornale” e “La Verità”, quotidiani diretti rispettivamente da Alessandro Sallusti e Maurizio Belpietro, da subito – occorre essere onesti – fra i meno proni alla versione ufficiale sui fatti di Douma. Ora, però, ecco che si scivola subito sulla propaganda del cazzo: chiedere che a Donald Trump venga conferito appunto il riconoscimento dell’Accademia di Svezia per il suo ruolo fondamentale nella pace fra le due Coree. Ora, questo tweet,


ci mostra come il bipolare di Pennsylvania Avenue non abbia perso tempo nel rivendicare per sé e per l’America un ruolo cardine nel disgelo ma nel suo caso ci sta, lo avrebbe fatto anche qualcuno senza problemi psico-attitudinali, figuriamoci il tycoon. Il quale, però, ha twittato anche questo,


ovvero il fatto che nel silenzio generale di un mondo che non aveva altro da fare se non farsi le seghe per la pace che trionfava lungo il 38mo parallelo, ci si dimenticava di dare conto di questa inezia: a fronte del premio Pulizter al “Washington Post” per i suoi scoop sul Russiagate e della quasi canonizzazione in vita del super-procuratore Robert Mueller, ecco che il Comitato Intelligence della Camera USA ha sentenziato come non vi sia stata alcuna collusione fra Donald Trump, il suo staff della campagna elettorale e il Cremlino per sabotare, destabilizzare e dirigere a favore del tycoon il voto presidenziale del novembre 2016. Che dite, non valeva almeno un servizio piccolo piccolo al telegiornale? O almeno un articoletto nella pagina degli Esteri dei quotidiani autorevoli e mainstream? Perché Gianni Riotta, Beppe Severgnini, Maurizio Molinari, Enrico Mentana e compagnia cantante non hanno dedicato almeno un tweet alla vicenda, uno solo? Non è una notizia forse? Certo, quella sull’esistenza del forno crematorio di Assad era più gustosa, lo ammetto, però ogni tanto riferire anche della realtà, invece che soltanto fake news, sarebbe indicato, non vi pare?

E qui arriviamo a Sallusti e Belpietro: io capisco la provocazione verso i soloni della sinistra radical-chic appena citati insita nella richiesta provocatoria di Nobel per la Pace da assegnare a Trump ma la notizia da sparare in prima pagina, dedicandoci l’editoriale, era lo sputtanamento ufficiale del Russiagate, se si vuol far davvero travasare bile ai vari Zucconi, Botteri, Rampini e soci. Anche perché, al netto dell’intento provocatorio, il signore che si vorrebbe insignito di quel riconoscimento, sta lasciando mano libera al Pentagono pressoché ovunque, dal Niger allo Yemen all’Afghanistan, di ammazzare civili inermi in nome della lotta al terrorismo da condurre al fianco di campioni della specialità come Arabia Saudita e Israele: ok provocare ma ci sono di mezzo dei civili morti, magari evitiamo di travalicare nello scrivere troiate. Tanto più che, al netto della pantomima del raid in Siria, l’intento ufficiale di USA, Francia e Gran Bretagna era quello di distruggere scientemente un laboratorio chimico: ovvero, creare le condizioni per una nube tossica in grado di ammazzare qualche centinaio, se non migliaia, di civili siriani inermi, gli stessi che si vorrebbe salvare dalla ferocia dittatura di Assad. Quindi, evitiamo puttanate.

Anche perché se il Russiagate non vi interessa o ritenete che abbia lo stesso appeal sui vostri lettori di un intervento di Gianni Cuperlo alla direzione del PD, c’è quest’altra notizia che casualmente i grandi media hanno ignorato, occupati com’erano a festeggiare la pace fra le due Coree:

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lo ricordate lo scandalo doping di Stato russo, quello che costò il bando dalla Russia dalle Olimpiadi e il pubblico ludibrio globale per il tradimento palese dello spirito sportivo messo in atto nei laboratori moscoviti? Un’altra puttanata, al pari del Russiagate! Il grande accusatore, trovatosi di fronte al tribunale e quindi al rischio di una bella condanna per calunnia o falsa testimonianza, non essendoci anche in questo caso uno straccio di prova, non ha confermato nessuna della accuse che aveva portato lo sport russo sul patibolo globale, in attesa della decapitazione morale (il cui boia erano ovviamente gli USA, Paese in cui si allenano duramente e si nutrono unicamente di sanissimi hamburger, quei due fisici assolutamente naturali delle sorelle Williams, ad esempio): e adesso, cosa si fa? Chi risarcisce non solo gli atleti per la mancata partecipazione ma anche l’intera federazione russa per le calunnie e le accuse che ha dovuto subire? Nessuno ovviamente. E la cosa grave è che non si ha nemmeno la decenza di dare la notizia, non dico di chiedere scusa o abbozzare un risarcimento.

Immagino che ricordiate il corpo tipografico in cui furono stampati i titoli dell’epoca, quando scoppiò lo scandalo del doping di Stato russo: e ora? D’altronde, c’è da capirli gli ammerigani di casa nostra: la retorica da Rocky IV dell’America che gioca pulito e si allena duramente nel granaio, mentre l’Ivan Drago di turno si ammazza di steroidi e anabolizzanti, tradendo lo spirito olimpico, era troppo ghiotta e ben servita per essere lasciata cadere a terra. Come un cross perfetto di Cristiano Ronaldo che ti smarca e ti mette davanti alla porta: devi solo spingere il pallone ed è fatta. Peccato che, alla prova dei fatti, al replay delle evidenze, alla VAR dei riscontri, quel cross è sempre e comunque fatto da Ignazio Abate e, come tale, risulta una merda. Immancabilmente pestata da governi, istituzioni e stampa democratiche e autorevoli. Ma tranquilli, chi controlla i media, può far sparire, oltre alle notizie, anche quella spiacevole immagine della suola intinta nel guano. La puzza no, però. Quella resta.

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