Siria, Gianni Riotta e “La Stampa” ci insegnano a stare al mondo. E la nobile arte del leccaculismo

Di Mauro Bottarelli , il - 49 commenti


Premessa, doverosa ancorché non necessaria, avendo imparato un po’ a conoscervi: dalla stampa italiana, quella definita “autorevole”, non mi aspettavo nulla di nuovo nella narrazione del raid da Will Coyote condotto nella notte fra venerdì e sabato dai tre Caballeros. Un Paese che ha tollerato per mesi, anzi per anni, lo story-telling delle varie Botteri e Goracci ma anche dei Formigli e degli Zucconi non può rinsavire di colpo e permettersi il lusso, quasi eversivo, del realismo. Fra ospedali pediatrici colpiti serialmente dall’aviazione russa, forni crematori alle porte di Damasco, attacchi con armi chimiche e stati d’assedio in sprezzo dei civili sempre e solo condotti dall’esercito siriano, il filo conduttore nel raccontare il conflitto in Siria è rimasto univoco: Assad è il male. E chi lo sostiene è pure peggio. Punto. D’altronde, da chi ha il coraggio di definire “guerra civile” il confronto fra l’esercito regolare di un governo sovrano e legittimo e miliziani e mercenari sunniti provenienti da 11 nazionalità diverse, non è che puoi aspettarti equidistanza e obiettività: cara grazia che non arrivino a definire l’ISIS il male minore o la conseguenza ineluttabile di fronte al profilo luciferino del presidente siriano. Nemmeno io, però, pensavo si arrivasse a certe vette.

Perché il servilismo è nel DNA della nostra stampa, così come la sua degenerazione nota come “leccaculismo” ma se i Monty Python dicevano che “nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola”, io li parafraso dicendo che nessuno poteva arrivare a ritenere agibile alla pubblicazione su un quotidiano a diffusione nazionale lo sfoggio di depravazione intellettuale apparso sull’edizione odierna de “La Stampa”, house-organ del Dipartimento di Stato e newsletter dell’ambasciata USA in Italia, diretto dal gran visir dei neo-con di noantri, Maurizio Molinari. Uno per il quale, Capitan America è un pericoloso bolscevico. Eccovi la prima pagina,

in tutto il suo splendore. E non fatevi ingannare dal titolo quasi normale dell’editoriale del direttore, dentro è ripieno di stronzate come nemmeno uno Sfogliavelo di Giovanni Rana, esattamente come uno si aspetta che sia. Vi invito però a dare un’occhiata alle interviste, i cui richiami si trovano sotto la fotografia centrale. Nella prima, protagonista Robert Guetta, analista ed esperto francese di geopolitica, si prefigura il prossimo isolamento di Vladimir Putin, parlando di fronte pro-Assad incrinato e approdo della Turchia sulla sponda filo-atlantica del conflitto. Mentre la seconda vede protagonista il politologo e consigliere di Barack Obama, Charles Kupchan, a detta del quale Trump ha fatto bene, poiché le armi chimiche sono una linea rossa ed era giunto il momento di mandare un messaggio alla Russia. Bene, partiamo da quest’ultimo concetto. Sacrosanto, direi. Da Washington, infatti, il messaggio in direzione Mosca è partito eccome. E anche da Parigi.

Nel senso che ci è mancato poco che i nostri fenomeni attendessero il nulla osta scritto del Cremlino, prima di sparare i loro missili, prontamente intercettati in gran quantità da una contraerea di fabbricazione sovietica, roba da amanti del modernariato. Tipico di gente determinata, d’altronde. Chi, spinto dall’idealismo umanitario a bombardare un tiranno, non avverte con debito anticipo il suo padrino politico e militare, garantendogli che nessun suo soldato e nessuna sua infrastruttura in Siria verranno anche solo sfiorati dai razzi? Insomma, Pentagono, Eliseo e Downing Street hanno di fatto svelato al Cremlino i piani d’attacco, prima di sferrarlo: , pontifica Kupchan, alzando all’inverosimile, come nemmeno Sergey Bubka ha mai osato, l’asticella immaginaria del ridicolo. Ora capite perché Obama ha fatto la fine che ha fatto, ovvero curare l’orto di Michelle dopo un abortito tentativo di riconversione come padre nobile e conferenziere, se questi sono stati i suoi consiglieri?

E che dire di Guetta e della sua apologia della rottura dell’asse Ankara-Mosca? Anche in questo caso, il Nobel per la stronzata è dietro l’angolo. Per tre motivi. Primo, Erdogan è talmente inaffidabile e umorale nelle sue posizioni da tramutare Scilipoti in un talebano della coerenza e del vincolo di mandato. Secondo, al sultano interessano solo tre cose: il potere, la repressione e sterminare i curdi. Chi gli garantisce questo, o almeno due su tre, è il suo amico di turno. Terzo, per quanto si possa voler caricare di significato le mosse di un siffatto personaggio, non so perché ma ritengo ancora prioritaria come mossa strategica il fatto che un membro NATO – e con un esercito non da poco – abbia acquistato batterie anti-aeree da Mosca, proprio nel momento di massima russofobia dell’Alleanza, i cui uomini sono schierati sul Baltico come tanti personaggi del “Deserto dei tartari” in attesa dell’invasione da parte del Cremlino. Di più, per Guetta è l’Iran l’unico soggetto intransigente in campo, Mosca vuole trattare. Proprio vero, la Russia vuole trattare. Almeno dal 2014.

Ma visto che i suoi interlocutori nella vicenda non avevano ancora deciso bene da che parte stare, nel frattempo ha ridotto le capacità dell’ISIS in Siria praticamente a zero, tramutando le aree infestate dal Califfato in posaceneri, modello Cecenia. Eh sì, è proprio Mosca a volere assolutamente il dialogo, tanto è spaventata dalla consistenza dell’alleanza che risponde agli ordini di Trump: ovvero, Francia e Gran Bretagna. Punto. Gli altri, Germania in testa, hanno offerto la solidarietà e l’appoggio ma si sono inventati scuse per non partecipare alla pantomima come nemmeno una moglie che non ha voglia di scopare. D’altronde, May e Macron erano obbligati a dire sì. La prima è una povera disperata che non sa più come nascondere la merda che ha pestato con le trattative sul Brexit e ora con l’avvelenamento da salmonella dell’ex spia e della figlia, mentre il secondo un gerontofilo che pur di poter mettere le mani un domani sulla Libia, godendo del beneplacito USA, sarebbe pronto a bombardare anche Disneyland Paris, se Trump lo chiedesse.

Ma è ancora nulla. Perché se l’editoriale di Maurizio Molinari pare abbia fatto vergognare anche John McCain per l’eccesso di americanismo caricaturale degno di Alberto Sordi che lo caratterizzava (comunque, se volete cedere al sottile fascino del masochismo, lo trovate qui

e potete leggerlo con la dovuta attenzione, magari sul cesso), la perla assoluta, la punta di diamante ce la regala su Twitter la firma più autorevole de “La Stampa”, Gianni Riotta, l’uomo che sussurrava ai marines e che può far sfoggio di una verve degna di Andrea Pirlo nello spot dello shampoo. Eccola,



non vi pare una chicca? Cazzo, quanto è moderno, liberal, realista e anti-dietrologo Riotta, sembra quasi un giornalista de “Il Foglio”! In effetti, che due coglioni ‘sto petrolio e ‘ste pipeline! Non se ne può più, roba antica: non a caso, il fatto che Pechino abbia lanciato i futures sul greggio denominati in yuan non ha dato per nulla fastidio a Washington, così come i sempre più frequenti contratti di fornitura che vedono escluso il dollaro come moneta benchmark per i pagamenti. Che barba, che noia! Roba di 70 anni fa, oggi il petrolio non interessa più a nessuno. E nemmeno le pipeline. Sarà per questo che l’editore di riferimento di Gianni Riotta, ovvero il Dipartimento di Stato, non più tardi di due settimane fa ha minacciato sanzioni alle aziende che entrino a far parte o anche solo collaborino con il consorzio Nord Stream 2 AG? Deve essere una logica in voga tra gli ammerigani, ovvero imponi sanzioni su materia vetuste e desuete di cui non ti frega un cazzo: diabolici, forse lo fanno per confonderti, un po’ come la b-zona di Oronzo Canà, il famoso modulo 5-5-5. Nemmeno il geometra Calboni con Catellani, quello della partita a biliardo o Fantozzi con il duca conte Semenzana al casinò riuscivano a risultare così leccaculo, in confronto Fabio Fazio è un pericoloso provocatore da intervista, un mastino del contraddittorio.

E poi, io capisco che azzardare dei tweet sarcastici sull’argomento Siria rappresenti un campo minato per chi ha le stelle e strisce tatuate nell’anima, visto che l’argomento armi chimiche è stato sufficientemente sputtanato venerdì scorso dal ministero della Difesa russo, prove alla mano e anche la questione lotta all’ISIS rischia di far uscire dagli armadi parecchi scheletri sotto forma di merda pestata con le scarpe nuove. Ma uno come Gianni Riotta, ammerigano vero e membro del Council on Foreign Relations (praticamente il WWF dei destabilizzatori), dovrebbe stare più attento. Perché questi grafici




ci mostrano come, casualmente, venerdì scorso Bloomberg abbia pubblicato i conti veri di Aramco, quelli che a detta dei diretti interessati fino alla settimana prima erano noti solo al governo saudita e ai membri del Consiglio di amministrazione del gigante statale del petrolio di Ryad. Sì, proprio quella che sul finire dello scorso anno aveva annunciato l’IPO del secolo, scatenando erezioni a raffica, salvo poi annunciare prima un rinvio cautelativo e poi il congelamento sine die dello sbarco pubblico. E per l’azienda nazionalizzata nel 1978, i numeri sono di quelli da favola, se paragonati a quelli dei diretti concorrenti e tenendo conto della crisi che attanaglia il settore, a causa dei perduranti prezzi bassi del greggio. E chi ha finito da poco un tour politico fra i principali Paesi del mondo, di fatto un road-show per Aramco?

Il principe saudita Mohammed bin Salman, accolto a Washington da Donald Trump e dal potente genero jared Kushner come Diego Armando Maradona quando torna a Napoli e poi transitato da Parigi, dove Emmanuel Macron era pronto a intestargli la Tour Eiffel e regalargli la Gioconda per usarla come coprimacchia da umido sopra la cappa della cucina. Tu guarda le casualità, Ryad fa annusare l’IPO di Aramco come certe donne fanno intravedere le proprie grazie e immediatamente ci si torna a focalizzare sulla Siria, contesto talmente strategico da essere l’unico ad aver portato a un aumento sensibile, già oggi e in prospettiva, delle quotazioni del barile di greggio. Dove nemmeno la crisi tra Qatar e gli altri Paesi del Golfo era arrivata, ci ha pensato l’afflato umanitario dei tre Caballeros in difesa dei bimbi siriani costretti ad aspirare il Ventolin degli “Elmetti bianchi” e a farsi fare il bagno con la canna dell’acqua in favore di telecamera.

Venerdì poi, poche ore prima dell’attacco, Bloomberg riceve le cifre segretissime dei conti da favola di Aramco e le pubblica, suscitando ulteriori epidemie di priapismo petrolifero globale. Ma chi se ne frega di quella roba vecchia e ritrita del petrolio, che palle le pipeline, vero Riotta? E magari occorrerà andare avanti ancora un po’ con la tensione nell’area, forse servirà anche qualche false flag per ingraziarsi per bene Ryad, visto che le casse languono e la royalty legata ad Aramco è ovviamente correlata al prezzo del barile: si passa dal 20% con le quotazioni a 70 dollari al 40% con il prezzo fra 70 e 100 dollari fino al 50% oltre i 100 dollari. Tutta roba poco interessante, roba vecchia, vero? A Ryad, poi, il disinteresse è assoluto, sbadigliano soltanto a sentire il nome di Aramco e contano le pipeline al posto delle pecore per prendere sonno. E il fatto che il gigante saudita spenda meno di 4 dollari per pompare idrocarburi contro i circa 20 di Exxon e Shell, interessa a qualcuno? Ma vah, frega sega, roba di 70 anni fa! D’altronde, adesso le automobili e gli aerei sono alimentati ad aria o merda di babbuino, mica col petrolio!

Caro Riotta, caro Molinari, cari amici tutti de “La Stampa”, fatevi dare un consiglio: tornate alle vecchie abitudini, ricominciate a giustificare come profittevole per il bene comune della nazione il processo di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili della FIAT, incensate la cassintegrazione come manna dal cielo, chiedete la canonizzazione di Marchionne e prospettate una nuova campagna di incentivi statali per la Punto come possibile alternativa al QE della BCE. Facevate pena ugualmente quando vi limitavate a leccare il culo al padrone nostrano, tanto che a Torino vi chiamano da sempre e non a caso “la busiarda” ma risultavate almeno più genuini, sabaudi e simpatici. Così, invece, sembrate la versione mediatica di Chuck Norris. E, fatevelo dire, non ne avete il phisique du role. E nemmeno la credibilità culturale.

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