Solo il compitino per coprire Douma e non perdere la faccia. La morte di Haftar, invece, è un disastro

Di Mauro Bottarelli , il - 178 commenti


Bandone di RaiNews24: “Siria, Pentagono: raid finito, per ora altri non previsti”. I bimbi possono essere contenti, hanno fatto il compitino. E, come i grandi, hanno parlato in tv, nel cuore della notte, ai loro concittadini, avvertendoli che l’ora era giunta. Attacco alla Siria, Assad deve pagare. Ci si sono messi in tre per colpire altrettanti bersagli fra Damasco e Homs, pare fabbriche chimiche per la produzione di armi (fosse vero, questo dimostrerebbe il loro amore per i civili siriani, i quali ne respireranno i fumi). Un messaggio. Un atto dimostrativo. Parte integrante della grande pantomima, perché non puoi minacciare fuoco e fiamme e poi non fare nulla. Almeno due petardi in giardino devi farli scoppiare, quantomeno per salvare la faccia con i vicini. E così è stato. Anche perché, delle due, l’una.

O gli ispettori internazionali, gli stessi che hanno certificato come dal 2014 il regime siriano non sia più in possesso di armi chimiche, sono dei prezzolati al soldo di Assad oppure i tre caballeros hanno bombardato tre edifici il cui contenuto era pari a quello delle loro teste: vuoti. Ma, come ho già detto, l’azione andava compiuta, altrimenti sarebbe crollata l’intero architrave della messinscena. Danni reali per la Siria? Praticamente zero. Capacità e potenzialità di monopolizzare, questa volta con il faccia a faccia con la Russia e la trasmigrazione dell’intera faccenda sul fronte diplomatico, attenzione di media e opinione pubblica? Mille. Anzi, un milione. Mosca, dal canto suo, non poteva che reggere il gioco ai tre poveretti e, infatti, a reagire al raid alleato ci ha pensato l’ambasciatore russo negli USA, Anatoly Antonov, non il Cremlino e non penso solo per una questione di fuso orario (ho la quasi certezza che qualcuno di sveglio, a Mosca, stanotte ci fosse).

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E, guarda caso, Theresa May ha parlato nel suo intervento televisivo di un raid limitato, negando la volontà di rovesciare Assad. Certo, i toni utilizzati da Antonov sono duri, si tira in ballo l’insulto personale a Putin rappresentato dall’attacco e si minacciano conseguenze ma cosa cazzo volete che dicesse, “Ok, hanno sprecato qualche milione di dollari in missili ma sono contenti così, ora andiamo a dormire?”. D’altronde, Mosca aveva già parlato. Molto. Nel pomeriggio. E proprio quanto emerso ha non solo portato all’accelerazione verso il raid, di fatto dopo che Donald Trump aveva negato la sua imminenza in uno dei 500 tweets da bipolare scritti negli ultimi giorni ma anche al disvelamento della loro patetica, palese e plateale inutilità fattiva e sostanziale: quei missili sparati chissà su cosa ma ben lontani da interessi governativi o russi e iraniani di una certa importanza, parlano la lingua dell’impotenza occidentale nella vicenda. E delle falsità.

Già, perché poche ore prima dell’annuncio di Trump e della conferenza stampa del Pentagono, qualcun altro aveva convocato i giornalisti per fare due chiacchiere: nel caso specifico, il maggiore generale Igor Konashenkov per il consueto briefing del venerdì al ministero della Difesa. Peccato che ieri l’argomento fosse tutt’altro che scontato e rituale, visto che arrivava dopo le parole del ministro degli Esteri di Mosca, Serghei Lavrov, il quale aveva detto chiaro e tondo che l’attacco con i gas di domenica scorsa a Douma aveva visto lo zampino diretto dell’intelligence britannica. Immediata e sdegnata la risposta dell’ambasciatrice britannica all’ONU, per capirci l’alcolizzata che pensa che Marx fosse russo: disinformazione. Da che pulpito, cazzo! E cosa ha riferito il generale alla stampa? “I partecipanti diretti alle riprese del video sulle conseguenze di un attacco chimico nella città di Douma in Siria hanno detto che il video è una messa in scena”.

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Solid evidence Douma ‘chemical attack’ was staged – Lavrov

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Boom! E ancora: “È stato possibile trovare i partecipanti diretti alle riprese di questo video e intervistarli. Oggi presentiamo un’intervista in diretta di queste persone. Gli abitanti di Douma hanno descritto dettagliatamente come sono state condotte le riprese alle quali hanno partecipato e che cosa hanno fatto”, ha proseguito l’alto vertice militare. Per Konashenkov, tra le persone intervistate ci sono due medici che lavorano in un ospedale locale nel pronto soccorso, a detta dei quali “tutte le vittime che sono state portate in ospedale non avevano sintomi di avvelenamento. Durante il primo soccorso medico all’ospedale, sono entrate delle persone sconosciute, ed alcune di loro avevano delle videocamere. Queste persone hanno iniziato a urlare, a provocare panico lanciando con dei tubi dell’acqua sulle persone e gridando a tutti i presenti che erano a rischio di avvelenamento. I pazienti e i loro parenti in preda al panico hanno iniziato a versarsi acqua addosso”, ha riferito il rappresentante del Ministero della Difesa.

“Tutto questo è stato ripreso e montato in un video ma gli sconosciuti protagonisti sono fuggiti via rapidamente”, ha concluso Konashenkov. Capite da soli che, al netto delle conferme o smentite a questi video, Mosca aveva promesso prove riguardo la natura fasulla dell’attacco e le ha fornite nell’arco di poche ore: quelle millantate da Parigi prima e dal Dipartimento di Stato USA poi, ovvero quando la figura di merda rischiava di diventare tale da rendere necessaria l’azione militare, dove sono? Nemmeno un filmatino di un drone? Mezza prova in un documento scritto? Delle interviste per strada, stile “Studio aperto”? Proprio nulla. Come al solito, parole.

Cui Mosca, piaccia o meno, ha contrapposto subito dei fatti. O, quantomeno, delle pezze d’appoggio. Da parte occidentale, invece, le uniche pezze emerse sono quelle al culo della credibilità. Ma si sa, come diceva George Orwell, uno che certe logiche le conosceva bene, “le guerre non sono fatte per essere vinte ma per essere proseguite”. E qui, di base, c’è prima l’interesse a far ripartire il QE e bloccare la FED che qualsiasi altra cosa. Mosca lo sa. Tanto è vero che, al netto degli strepiti dei vari giornali sui danni inflitti dalle sanzioni agli oligarchi all’economia russa (Borsa e rublo in primis), dalla Russia sono arrivati tre segnali chiari agli USA, relativamente al fatto che l’azione doveva essere meramente dimostrativa e che ogni altra alzata d’ingegno sarebbe stata letta come atto ostile, quindi degno di rappresaglia diretta.

Primo, in almeno due basi aeree dell’Iran sono tornati i bombardieri pesanti del Cremlino, i Tu-22M, pronti ad entrare in azione. Secondo, minaccia diretta di bloccare tutto l’export di titanio russo negli USA. E. per chi non lo sapesse, quel materiale è vitale per il ciclo produttivo di un’azienda di alcuna importanza chiamata Boeing: il complesso bellico-industriale e l’apparato che gira attorno al moltiplicatore del PIL chiamato warfare ha perso immediatamente qualche anno di vita. Terzo, ce lo dice questo grafico:

gli oligarchi russi, per caso, stanno usando il franco svizzero e il titolo azionario della Banca centrale svizzera come proxy per dire a Washington che se vogliono che la bolla tech e dell’e-commerce esploda in modo disordinato, loro sono pronti, stante il portafoglio da hedge fund di equities USA in mano all’Istituto centrale elvetico? Che brutta idea e che presunzione pensare di poter trattare Mosca come fosse uno staterello centrafricano. Insomma, tranquilli. Oggi non sprecate il pomeriggio andando al BricoCenter o all’IKEA per allestire un rifugio anti-atomico, né al Carrefour a fare scorta di acqua, pile e scatolame: non c’è guerra all’orizzonte, se non quella per non far deragliare i mercati.

In compenso, un problema reale c’è. Stando a fonti mediche, ancorché l’ufficialità sia ancora da comprovare del tutto, sarebbe morto a Parigi il generale libico, Khalifa Haftar, l’uomo forte di Bengasi, malato di tumore al cervello e ricoverato nella capitale d’Oltralpe dopo un malore patito tre giorni fa. Che qualcosa stesse accadendo in Libia, lo aveva fatto intuire l’allontanamento del principale sponsor di Haftar, il numero uno egiziano, Abdel Fatah al Sisi, fresco di rielezione con percentuali bulgare e stranamente divenuto di colpo aperturista verso il governo di Tripoli e il presidente al Serraj, l’uomo dell’Occidente e dell’ONU. In questo momento, tutti i principali media libici confermano la notizia del decesso, dopo ore di smentite e di assenza di certezze: se così fosse, la Cirenaica rischia di esplodere e precipitare del tutto nel caos.

A quel punto, la bomba umanitaria dei profughi non sarebbe solo una minaccia, come quella avanzata da Mosca verso gli Stati europei in caso di destabilizzazione ulteriore della Siria ma una realtà: oltretutto, offrendo alla Turchia un’enorme arma di ricatto in più, immagino da giocarsi proprio in Siria per ottenere mano libera contro i curdi al Nord, sommando tensione a tensione e rischio di incidenti a quello già presente, essendo sulla scena tre minus habens come quelli che hanno colpito stanotte una lavanderia a gettoni, un karaoke e il famoso forno crematorio di Assad fra Damasco e Homs. L’Italia, per porre un argine all’invasione di immigrati clandestini della scorsa estate e grazie alla strategia di Marco Minniti, è presente in Libia con due centri, uno medico-assistenziale e uno di fatto logistico, leggi Viminale-servizi: e se davvero la Cirenaica, venuto meno l’uomo forte di Bengasi, precipitasse nel caos? In questo caso ci sarebbe davvero da preoccuparsi.

Sia per le mire egemoniche nell’area di Emmanuel Macron, strepitante di superare in imperialismo petrolifero il predecessore Sarkozy e da mesi al centro di un attività unilaterale – formalmente di mediazione – proprio relativa al contesto libico, con tanto di incontro bilaterale fra al-Serraj e proprio Haftar all’Eliseo. E poi, attenti, perché da Iraq e Siria, magicamente gli uomini dell’Isis sono arrivati indenni – e con passaggi sicuri – proprio in Libia, nuova terra di conquista e destabilizzazione. Il caos interno, per loro, sarebbe una manna, un campo fecondo pronto ad essere concimato con il sangue. E dall’altro giorno, il nuovo Consigliere per la sicurezza nazionale USA è, non a caso, il falco neo-con John Bolton, chiamato in fretta e furia da Trump (leggi dal Deep State) a sostituire il troppo morbido e raziocinante generale McMaster.

Un vero e proprio campione mondiale di destabilizzazione: e, calendario alla mano, la coincidenza vuole che siamo in primavera. Una nuova e araba è all’orizzonte? Se così fosse, il presidente Sergio Mattarella farebbe bene a votarsi alla Madonna, più che tentare un’accelerazione sulla formazione del nuovo governo. Perché, come dirimpettai diretti, saremmo nella merda. Letteralmente. Altro che Siria e Terza Guerra Mondiale. E’ solo potere. E denaro.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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