Borghi fatica a uscire dal parcheggio, figuriamoci dall’euro. In compenso, gli USA ci vogliono morti

Di Mauro Bottarelli , il - 178 commenti


Per i più impressionabili, quelli che ancora alla parola “spread” reagiscono come Dracula di fronte all’aglio perché già vedono stagliarsi all’orizzonte il loden di Mario Monti, la giornata di oggi potrebbe rivelarsi un incubo. Perché, al netto di come sarà finita al Quirinale, sicuramente telegiornali della sera, della notte, rassegne stampa e soprattutto giornali di domani, saranno pieni di questo:




ovvero, il pane quotidiano del terrorismo finanziario. E se anche la Borsa patisce lo stacco delle cedole, resta il babao del rischio sul debito sovrano. Il mitologico “spread”, appunto. Faglielo capire alla gente che l’unica persona che conta davvero è Mario Draghi e che in caso di pisciata prolungata ed eccessivamente abbondante fuori dal vaso da parte del nuovo governo, ci penserà lui a far imbizzarrire per bene il differenziale, non questa cagata di aumento che, a conti fatti, ci rimette a dove eravamo poco più di un anno fa, senza che si scatenassero sell-off o invasioni di cavallette. In un mondo che sta assistendo, in maniera più o meno annoiata, al progetto infrastrutturale più grande di sempre, la famosa “Nuova via della Seta” o “One Belt, One Road” cinese, pensate che davvero susciti tremori e sconcerto l’eventuale vaffanculo alla TAV? Stiamo scherzando, vero? Certo, non bastando grafici e cifre, arrivano le minacce, più o meno velate. L’altro giorno ci ha pensato il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, a farsi i cazzi nostri, ricordandoci la necessità di fare i compitini a casa sui conti pubblici, mentre poco fa un avviso ai naviganti è arrivato dalla Germania. “State giocando col fuoco, perché l’Italia è pesantemente indebitata. Le azioni irrazionali o populiste, da parte del futuro governo targato M5S-Lega potrebbero provocare una nuova crisi dell’euro”.

Chi ha parlato? Angela Merkel? Jens Weidmann? No, quella scoreggia del leader del PPE, Manfred Weber, storico trombato in patria che ora gioca a fare il duro da Bruxelles. Parlando con i media tedeschi, sempre sensibili al tema dell’irresponsabilità italiana, Weber ha poi lanciato “un appello a restare entro i confini della ragione”, poiché “nella vita di tutti i giorni, non c’è alternativa che lavorare a stretto contatto e in collaborazione con i nostri vicini in Europa. Per questo spero che le persone finiscano per rendersi conto che il populismo diffonde molte bugie e non offre nessuna risposta costruttiva”. Il tutto, ovviamente, precisando sul finale di “rispettare comunque il risultato elettorale degli italiani”. Ben gentile, veramente. Ora, se l’appello di Weber appare un chiaro pompino a distanza al membro del PPE, Silvio Berlusconi, sempre più incazzato con l’ex alleato e in cerca di vendetta come un rabdomante dai poteri un po’ annebbiati, stupisce appunto il silenzio tombale di Angela Merkel e Jens Weidmann, due che quando c’è stato da frantumare i coglioni all’Italia – a volte anche a ragione – non si sono mai tirati indietro. Anzi.

Sarà che in Germania sono alle prese con problemi interni che suggeriscono di pensare ai cazzi propri, prima che a quelli altrui? Soprattutto perché, al netto del libro dei sogni in cui si sostanzia il programma di governo giallo-blu (così vogliono che lo si chiami i leghisti e io mi adeguo), non è che il debito italiano sia una novità che sconvolge, se non i media e quel poveraccio di Weber. Il problema è che la Germania è l’unico Paese europeo che, giocoforza, ha capito in quale stravolgimento epocale di equilibri geopolitici ed economici ci troviamo, un crocevia quasi senza precedenti che vede Berlino al centro di una delle dispute nodali: ovvero, come reagire alle minacce – sempre più palesi ed esplicite – degli Stati Uniti rispetto al progetto di gasdotto North Stream 2, di cui la Merkel ha discusso con Putin la scorsa settimana nel suo secondo viaggio a Sochi in meno di quindici giorni.

E la questione non è più solo legata alle eventuali sanzioni che il Dipartimento di Stato ha già minacciato contro le aziende che aderiranno al consorzio per la costruzione della pipeline, bensì al do ut des da bullo che Donald Trump ha avanzato verso il Bundestag: nessun dazio, a partire dal ritiro di quelli su acciaio e alluminio che vi stanno facendo non poco male a livello di manifattura esportatrice ma voi abbandonate il progetto North Stream 2. Insomma, il padrone ha posto chiaramente e senza tanti infingimenti le sue condizioni. E per far capire ancora meglio che la proposta è seria, ecco che nel fine settimana, magicamente, il Paese la cui pratica diabolicamente manipolatoria è stata il mantra della campagna elettorale che ha portato il tycoon a Pennsylvania Avenue diviene un buon amico che comprerà 200 miliardi di dollari di beni USA in più. Et voilà, via i dazi, Washington apprezza il gesto. E la guerra commerciale, quella che certi media avevano dipinto come la fine del mondo, nemmeno è cominciata. Non tra USA e Cina, almeno. E il perché, senza troppe discussioni sul debito statunitense in mano cinese o altre questioni (tutte vere, per carità, a partire dalla necessità della Cina di esportare deflazione e sovra-produzione in un mercato merci abbastanza grande come quell’enorme centro commerciale a cielo aperto denominato Stati Uniti) sta tutto in questo grafico,

puro e semplice: la FED starà anche facendo male ai mercati emergenti con la sua scelta di normalizzare la politica monetaria ma, al netto di Argentina e Turchia che traballano, quest’ultima anche per le scelte quantomeno bizzarre di Erdogan e il suo atteggiamento da Zelig in politica estera, la politica monetaria vera degli USA, ovvero quanto il dollaro debba essere forte o debole, la decide la PBOC, la potente Banca centrale cinese. La quale, avendo garantito per trimestri l’impulso creditizio necessario proprio alla FED per gettare fumo negli occhi a investitori e osservatori riguardo lo stato di salute dell’economia USA, quello vero, ora passa all’incasso: il dollaro è forte e si rafforzerà ancora, perché così serve al momento allo yuan. Inoltre, siamo di fronte a un combinato che, se davvero occorresse un incidente più o meno simulato per tornare a stampare dopo l’estate (o, magari, dopo le elezioni di mid-term del 6 novembre), pare perfetto: dollaro in rafforzamento, prezzo del petrolio in aumento e rendimento del debito USA in crescita, il decennale sopra la soglia psicologica del 3%.

La potenziale tempesta perfetta sta gonfiando i suoi cavalloni grazie al vento che spira dalla Cina. Qualcuno, però, deve pagare il conto a questo reset globale degli equilibri commerciali, economici e finanziari: non sarà mica l’Europa, la stessa che quell’idiota sesquipedale di Weber vede messa a rischio da Claudio Borghi e le sue ricette da talk-show con Diego Fusaro, la rana Kermit e l’orso Fozzie dei Muppet Show? Signori, uno come Borghi penso che fatichi a uscire da un parcheggio, figuriamoci dall’euro! Quale genio, d’altronde, mentre i tuoi stanno trattando una coalizione di governo con puntati addosso i mitra del mondo intero, sarebbe così furbo da sparare a palle incatenate contro MPS a Borsa aperta? Già che c’era, poteva andare a masturbarsi davanti al Quirinale o pisciare sul sagrato di San Pietro, tanto per garantire agli avversari del nascituro governo munizioni spendibili per i prossimi 137 anni di polemiche a mezzo stampa sull’irresponsabilità che va al potere in Italia. Guarda caso, il tasto toccato oggi da Weber. Io non entro nel merito di quale sia il futuro migliore per MPS, dico solo che certe cose a Borse aperte e prima di aver chiuso le trattative non si dicono, per il semplice fatto che equivalgono a spararsi nei coglioni con un bazooka.

Insomma, c’è in atto una guerra ma non è, come pensano Salvini e Di Maio, contro l’Europa impicciona che interviene a sproposito nelle scelte sovrane del popolo italiano. E non è nemmeno contro il populismo dei nostri due eroi, come sproloquiano il buon Weber o il ministro Le Maire. Se sarà crisi dell’eurozona, lo sarà per due motivi. Primo, un’uscita troppo repentina e drastica di Mario Draghi dal regime di QE, soprattutto per quanto riguarda l’acquisto di debito corporate, più ancora che sovrano. Lo escludo, salvo che il buon SuperMario non lo voglia per misteriosi motivi. Secondo, un attacco concentrico degli USA, sostanziato dal combinato congiunto di sanzioni alla Russia, sanzioni contro l’Iran, sanzioni contro le aziende del consorzio North Stream 2 e dazi commerciali. Senza scordare, ovviamente, ora che inizia la stagione turistica, un’epidemia potenziale di malati psichici in modalità lupo solitario, tutti noti alle autorità e radicalizzatisi davanti agli show di Barbara D’Urso o Massimo Giletti.

Se l’Europa continuerà a farsi la guerra per la primazia interna, vedi in tal senso l’atteggiamento da leccaculo parossistico di Emmanuel Macron verso gli USA, avrà scelto la classica morte per ultimo fra i condannati, “privilegio” che solitamente i conquistatori stranieri riservano ai traditori del proprio popolo che hanno agito come quinte colonne. Anche perché la crisi arriverà, prima o dopo: magari con l’autunno, se a Jackson Hole la PBOC – ops, scusate, la FED – deciderà di continuare con il rialzo strumentale dei tassi (schiantando per primo il Canada, visto che l’80% del debito corporate di quel Paese è denominato in dollari USA e poi le banche di metà globo, visto che le claims in biglietti verdi oggi sono pari a 14 trilioni dai 4 trilioni del 2004) oppure verso fine anno, quando arriverà il redde rationem per la BCE sul tapering del programma di stimolo monetario. O magari sarà uno dei fronti geopolitici aperti a operare da detonatore, in questo caso quando più aggraderà ai signori della guerra e ai loro eserciti, magari utilizzando il prezzo del petrolio per operare qualche vendetta trasversale, OPEC in testa o per guidare il regime change in Iran e Venezuela.

Una cosa è certa, l’Europa sta guardando il dito e non la Luna: per quanto possa stare sul cazzo la Germania con il suo surplus e il suo atteggiamento professorale, la battaglia che potrebbe ingaggiare contro gli USA è epocale. E da sola, Berlino non può farcela, cederebbe in una settimana, non fosse altro per la quantità di cavalli di Troia infiltrati negli anni da Washington nei gangli del potere e dei corpi intermedi dell’establishment tedesco, mediatico in testa. L’idea di un euro valuta benchmark spaventa da morire Washington ma anche Pechino, perché con tutti i suoi limiti burocratici targati UE, l’Europa non campa su schemi Ponzi come il sistema bancario ombra o sulla produzione di merda in serie come la Cina, né tantomeno vanta immondizia alla base del suo sistema come questa,











la quale pare ormai la specialità della casa per gli USA. Lo capiranno i nostri kapataz, Emmanuel Macron in testa? Ne dubito, fortemente. D’altronde, Salvini e Di Maio sono un obiettivo più facile e molto meno pericoloso da puntare, soprattutto se magari – agendo così – ti garantisci ancora un po’ di shopping strategico fra i pochi gioielli di famiglia rimasti nel Belpaese. O, magari, qualche lucrosa commessa nella Libia che verrà. Staremo a vedere. Nel frattempo, vi saluto per qualche giorno: l’ultimo “tagliando” alla mia salute mi reclama, quindi sarò assente (già nel weekend ho marcato visita, causa preparazione) a partire da domani, mi auguro per poco, al massimo fino alla prossima settimana. Anche perché, francamente, ne ho un po’ pieni i coglioni e ho fretta di cominciare la mia nuova vita, il secondo tempo a cui sto lavorando. Ad maiora, statemi bene. E, spero, a presto.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi