Cav. ancora in pista, Argentina in default, mercati nella merda: benvenuti nel Giorno della marmotta

Di Mauro Bottarelli , il - 83 commenti


Non so se avete visto “Ricomincio da capo”, inutile commediola americana con Bill Murray e Andie MacDowell. La trama è basica: un meteorologo dal carattere difficile viene inviato in una sperduta località montana per il “Giorno della marmotta”, ricorrenza che si festeggia il 2 febbraio in USA e Canada e per uno scherzo del destino, si ritrova a svegliarsi ogni mattina alle 6 con la radio che trasmette sempre “I got you babe” di Sonny and Cher e a rivivere sempre la stessa giornata. Nel corso di questa infernale avventura conosce Rita, una collega, con la quale alla fine scoprirà il vero amore, il senso della vita e altre troiate da film americano di buoni sentimenti. Bene, svegliandomi stamattina e sentendo la rassegna stampa di RaiNews24, mi sono sentito come Bill Murray.

Il Tribunale di Milano, battendo sul tempo quello di Strasburgo dove si sta decidendo da qualche secolo l’appello presentato e dimostrando un timing degno di Phil Collins quando era alla batteria dei Genesis, ha riabilitato Silvio Berlusconi, cancellando gli effetti della legge Severino e facendolo tornare candidabile da subito. Poi, l’Argentina: nonostante il governo Macri abbia aperto discussioni formali con l’FMI per una linea di credito da 30 miliardi di dollari, venerdì il peso è letteralmente tornato a crollare rispetto al dollaro, un sobrio -5% che ha costretto la Banca centrale di Buenos Aires a intervenire un’altra volta, la quarta in 11 giorni.

Subito dopo, ecco Mario Draghi che non solo conferma il peggioramento del quadro macro – dopo che giovedì il Bollettino mensile della BCE parlava di necessità di uno stimolo monetario che restasse “ampio” – ma auspica la creazione di una rete di sicurezza nell’eurozona per assorbire futuri shock e crisi sistemiche. Cazzo ma non era tutto a posto, fino a due mesi fa? Non ci facevamo le seghe a vicenda per quanto la ripresa fosse sostenuta, sostenibile e globalmente sincronizzata? Cosa è successo di così drammatico nel frattempo, per far cambiare il quadro d’insieme in maniera così drastica e portare un uomo notoriamente conservativo come il numero uno dell’Eurotower a parlare esplicitamente di rischi all’orizzonte?

Nulla, solo il fatto che fino a poche settimane fa vivevamo nel mondo degli unicorni, debitamente propagandato dalla stampa acritica. Quando però la sentina è piena d’acqua, basta la proverbiale goccia per far crepare le pareti e dar vita ai prodromi del Titanic. Et volià, la FED ha voluto tastare la resistenza dei mercati alla sua normalizzazione dei tassi e gli emergenti hanno risposto: prima sottotraccia, poi facendo esplodere il caso Argentina, cui si sono accodati anche alcuni partner asiatici, oltre al Brasile. L’orologio è tornato indietro al 2008? O, magari, al 2013 del taper tantrum innescato da Ben Bernanke e dal suo annuncio di ritiro degli stimoli del QE?

E’ presto per dirlo, per ora possiamo solo constatare il quasi decesso del canarino nella miniera argentino: il quale, infatti, non appena la popolazione è cominciata a tornare in piazza, per ora senza i mitici cacerolazos, ha visto la settimana appena terminata filare via relativamente liscia, salvo conoscere nell’ultima giornata di contrattazioni – guarda la coincidenza – un vero e proprio crollo del peso, sceso del 5% sul dollaro e capace di innescare un duplice effetto di panico: far intervenire nuovamente la Banca centrale, quindi drenando altre riserve estere e spedire alle stelle i rendimenti obbligazionari. E la situazione argentina la spiegano al meglio questi grafici:






il Paese è fottuto, o si consegna nelle mani dell’FMI – e lo spavento di venerdì dovrebbe, nelle intenzioni dei soliti noti, riportare a più miti consigli quel 75% di argentini contrari a un intervento dell’Istituto di Washington, stando a un sondaggio dei giorni scorsi – oppure attacchi come quelli dell’altro giorno continueranno a succedersi a cadenze pressoché fisse, fiaccando le casse statali a tal punto da non permettere altra via d’uscita che il default, seguito dall’ennesima ristrutturazione a colpi di haircuts e ricette lacrime e sangue o la guerra civile. E occhio, perché questi due altri grafici


ci mostrano come, al di là dei livelli di leverage pubblico/privato senza precedenti, dei multipli di utile per azione da manicomio, dei buybacks come unico driver dei rialzi, siano proprio i mercati periferici a patire maggiormente ma a mandare anche i segnali più chiari: se da un lato il real brasiliano sembra trasformarsi nuovamente nella cartina di tornasole della bufera in arrivo, ecco che invece il rial iraniano e la sua traiettoria da kamikaze sul dollaro sembra mostrare altro, ovvero un bello shock petrolifero che potrebbe essere l’innesco della detonazione in attesa.

E il buon Mario Draghi, perché è così pessimista? Non serve nemmeno che io mi dilunghi, parlano questi grafici per me:



ecco la straordinaria ripresa economica dell’eurozona, quella sostenuta e sostenibile. Quella che, a targhe alterne, ha fatto parlare sul finire del 2017 alcuni membri del board addirittura di possibile rialzo minimo dei tassi già nella seconda metà di quest’anno. Come negli USA, anche qui è passata la logica del “Borsa che sale, economia che cresce”: balle, nel mondo fatato delle Banche centrali onnivore e onnipotenti, i trend rialzisti degli indici sono – o, comunque, possono tranquillamente essere – completamente scollegati dalla realtà macro. Anzi, possono bellamente ignorarla o addirittura sfruttarne le fragilità in nome della nuova logica imperante del “bad news are good news”, visto che se i dati macro non soddisfano a pieno, vedi le prospettive inflazionistiche, i mercati traducono immediatamente il tutto in mantenimento o addirittura aumento dello stimolo monetario. Quindi, salgono. Come dire che il farmacista gode del peggioramento delle condizioni del paziente, visto che può continuare a vendergli medicinali.

Peccato che, a forza di peggiorare, poi il paziente muore e finisce anche la pacchia delle vendite. Mario Draghi, come il suo ruolo gli impone, ha tenuto duro fino a che ha potuto, ha raccontato bugie come ha insegnato a fare ai banchieri centrali di tutto il mondo il buon Alan Greenspan nei momenti di difficoltà, ha profuso ottimismo a piene mani, ha sciorinato cifre e trend, ha promesso e concesso. Poi, di fronte alla FED, alla distorsione sistemica dei mercati, al redde rationenem nell’obbligazionario a fronte di emissioni di massa con rating obbligatoriamente sempre più basso e scadente, alla mancata riattivazione del meccanismo di trasmissione del credito dal sistema bancario all’economia reale, al ruolo quasi di strumento salvavita degli acquisti di corporate bond, ha ceduto. Si è arreso e ha cominciato le prime ammissioni, le prime messe in guardia reali: ovviamente, incolpando il protezionismo innescato dalla politica USA dei dazi e la minaccia populista/sovranista in politica, visto che blocca i processi riformisti e di governance dell’UE ma poco cambia. I cazzi volano ormai ad altezza allarmante e non c’è spazio per tutti per stare con le terga contro il muro, la parete non è così lunga e accogliente: qualcuno deve sacrificarsi, qualcuno nel tentativo di raggiungere la porta d’uscita, dovrà pagare
dazio al mitico “cetriolo globale” di Guzzanti-Tremonti.

Infine, il ritorno del Cavaliere. L’ennesimo. Highlander gli fa un pippa. Cambierà qualcosa nelle trattative fra Lega e M5S sulla formazione del governo, dopo che l’incontro di oggi al Pirellone pare aver portato con sé l’accordo su 10 punti del programma ma non ancora il nome del premier “terzo” da comunicare lunedì a Mattarella? Ne dubito. Per quanto Silvio Berlusconi candidabile sposti qualcosa, ritengo che sia ormai un qualcosa che viaggia attorno ai decimali e poco più: troppo poco – e troppo forte la Lega – per tentare il blitz del voto anticipato, a luglio come in autunno. Diverso potrebbe essere un’accoppiata politiche-europee il prossimo maggio, soprattutto se da qui ad allora il governo già ribattezzato giallo-verde dovesse incappare in qualche disguido lungo la strada.

E di ostacoli, anche soltanto a livello economico, il sentiero è davvero disseminato, stile campo minato bosniaco. Ci sono un paio di cose, però, da notare. Primo, la simbologia dell’accaduto. Al netto di come la si pensi sulla legge Severino e sul reale effetto Cavaliere per le percentuali di Forza Italia, il fatto che sia stato solo il “Corriere della Sera” a pubblicare la notizia, il classico scoop, sembra quasi un risarcimento storico, visto che fu proprio il quotidiano di via Solferino il 22 novembre del 1994 a pubblicare in prima pagina la notizia dell’avviso di garanzia a Silvio Berlusconi, allora premier impegnato a Napoli a presiedere un vertice internazionale. Il quotidiano della borghesia illuminata milanese, da sempre elitariamente snob e prevenuto verso quel miliardario un po’ sopra le righe ed eccessivo, diede il via alla storiografia mediatica della lunga trafila di disgrazie giudiziarie del Berlusconi politico, mentre oggi ne sancisce il ritorno sulla scena: sempre con un titolo in prima pagina.

Cosa significa? Che, a occhio, per il “Corriere” il pericolo incarnato dal duo Di Maio-Salvini vale persino la riabilitazione di Silvio Berlusconi, se questo può tradursi in qualche modo in un argine. Se non, addirittura, in una pietra tombale. Secondo, il presidente Mattarella ha scomodato il Luigi Einaudi del 1953, quando scelse il primo ministro facendo ricorso alle sue prerogative e ignorando le indicazioni della Democrazia Cristiana, per mandare un messaggio chiaro al duo impegnato nel “tavolo tecnico” al Pirellone: non sono un notaio, non pensate di arrivare lunedì al Quirinale con nomi non in linea, altrimenti io respingo e faccio appello ai poteri che la Costituzione mi conferisce. Fino a quando il nome del premier e di eventuali ministri scomodi non cambia e diventa quella giusto. In punta di Carta costituzionale, siamo appunto nell’ambito delle prerogative esclusive del capo dello Stato, quindi nulla da dire ma i toni usati da Mattarella sono apparsi, più che ultimativi, decisamente risentiti.

Di nuovo la sindrome del Giorno della marmotta? Dobbiamo attenderci un Mattarella in stile Francesco Cossiga od Oscar Luigi Scalfaro? E se sì e se il governo giallo-verde nascerà, quale tipo di convivenza dobbiamo attenderci? Il tempo stringe e temo che il Quirinale, giunta la deadline di lunedì, non garantirà altro tempo a Lega e M5S per trattare: Matteo Salvini è sicuro che questo, proprio questo, sia il momento di approntare un frontale con l’UE? Ma, soprattutto, è proprio sicuro di lasciar passare alcune misure dichiaratamente meridionalistiche presenti nell’agenda politica dei grillini, stante il profumo di crisi che già c’è nell’aria, certificato da un Mario Draghi sempre più nervoso? Lo dico senza preconcetti, né acrimonia alcuna: c’è troppa calma relativa dalle nostre parti, al netto della realtà. Perché oggi la Germania ha detto chiaro e tondo agli USA che è pronta a litigare con loro, se servirà.

Ovviamente, dopo che da Oltreoceano è arrivata la notizia di un bel 20% di dazi sull’import di auto europee negli Stati Uniti e che Donald Trump ha definito Sergio Marchionne il suo manager automobilistico preferito, visto che ha spostato tutti gli stabilimenti dal Messico al Michigan. E tutti zitti, anzi plaudenti al genio dell’italo-canadese di Zug. Sta per scoppiare un tutti contro tutti senza precedenti, sappiatelo: sicuri che uno strappo come quello che si sta compiendo al Pirellone non diverrà l’alibi perfetto per trasformare chiunque abbia minimamente da ridire qualcosa sullo status quo nel nemico pubblico numero uno? Tutto per la smania di stare qualche mese a Palazzo Chigi o al Viminale o alla Farnesina, perché questo governo giallo-verde tutti sanno che nasce già con la data di scadenza impressa, come uno yogurt? Non vi pare un altro 2011, con le debite differenze ma anche molti paralleli? Ancora una volta, il Giorno della marmotta.

Nel frattempo, a Parigi un uomo ha assalito la folla del sabato sera in pieno centro, vicino all’Opera, a colpi di coltello: per ora, un morto e otto feriti, di cui due gravi. L’aggressore è stato ucciso dalla polizia. Quindi, non parlerà. Attendiamo con ansia di conoscere la sua cartella clinica e il grado di conoscenza della sua patologia o del suo radicalismo da parte dei servizi e della polizia: “Ha gridato Allah Akbar”, ha dichiarato il procuratore capo di Parigi, Francois Molins. Non avevamo dubbi al riguardo. Intanto, la tensione in Francia continua a salire. Ve l’ho detto, Parigi sarà l’epicentro del cambio di equilibri in Europa. E un’Italia agitata e instabile potrebbe facilitare non di poco il lavoro dei soliti noti, sobillatori di professione e cavalieri di ventura. Ovviamente, operanti su mandato.

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