Criticatemi, insultatemi, marchiatemi come servo. Ma aprite gli occhi e smettetela di fare gli ultras

Di Mauro Bottarelli , il - 173 commenti


Parlavo e scrivevo di rischi connessi alla globalizzazione e all’Unione Europea, di sovranità e lotta al mondialismo già nel 1999, quando seguì la guerra in Kosovo come inviato e, al termine di quella ferita ancora aperta per l’Europa dei popoli, ci scrissi anche un libro. E, vi assicuro, non con Mondadori o Rizzoli, con una casa editrice tanto coraggiosa, quanto osteggiata come la peste nel circuito editoriale. E a cui avvinare il proprio nome non è salutare, se si punta alla carriera. Sono cambiato? No, non più tardi di quattro mesi fa, per la stessa casa editrice – che nel frattempo ha cambiato nome ma non impostazione o editore – ho scritto la prefazione all’edizione italiana al libro “Putin vs Putin” di Aleksandr Dugin. Gratis, ovviamente. Così, tanto per mettere subito i puntini sulle “i” con qualche fenomeno che fino all’altro giorno si adagiava mollemente sulle certezze del pentapartito e oggi, orfano di quel mondo con un ordine preciso di quattordicesima e ferie a Viserbella retribuite, ora strepita riguardo la rivoluzione e l’assalto al palazzo d’inverno, dandomi di fatto del servo delle elite e del cercatore di posti dorati nella stampa mainstream.

D’altronde, Ennio Flaiano aveva capito tutto tanti anni fa, quando scrisse che “gli italiani vogliono la rivoluzione ma fanno le barricate con i mobili degli altri”. Insultatemi pure, criticate con la massima ferocia il mio lavoro, datemi del venduto e del collaborazionista. Non me ne frega un cazzo. Primo, perché l’unico che può dirmi qualcosa riguardo ciò che scrivo su queste pagine è Paolo Rebuffo, secondo perché chi grida al golpe del Quirinale e al soffocamento della sovranità popolare e poi chiede la censura per chi ha un pensiero diverso dal suo, dovrebbe prima fare pace con sé stesso e poi, magari, farsi vedere da uno bravo. Ok che il bipolare va di moda, ne abbiamo uno addirittura presidente degli USA ma non abusiamone. Chi sono e cosa ho fatto ma, soprattutto, quali prezzi ho accettato di pagare per le scelte professionali e umane che ho intrapreso, lo sa chi mi è stato vicino negli anni: il tesserino dell’Ordine che ho in tasca reca la data di iscrizione del 16 marzo 1998. L’anno dopo, senza assicurazione, pochi soldi di anticipo cassa e con un contrattino da precario, ero sul confine serbo-croato di Lipovac, tentando di entrare e raggiungere Belgrado per raccontare i bombardamenti NATO. Quindi, se pensate di ferirmi o, peggio, intimorirmi con le vostre accuse di doppiogiochismo, passando al lanternino ciò che scrivo altrove o scrivevo dieci anni fa, fate pure: l’unica cosa a intristirmi è il fatto che alcuni non abbiano un cazzo di più interessante o intelligente da fare nella vita per riempire le loro giornate.

Ciò che ho scritto nell’articolo di ieri sera, lo rivendico al 100%. Riscriverei tutto. E, guarda caso, con il passare anche solo di poche ore, alcune mie “eresie” stanno trovando conferma. Certo, a riportare la confessione di Giancarlo Giorgetti – “Matteo ha usato Savona come piede di porco per far saltare tutto” – è stata “La Stampa”, quindi fonte credibile al pari di Lucia Goracci e della cartomanzia rom ma il fatto che, in questo bailamme di accuse incrociate e tutti contro tutti, nessuno in casa leghista abbia smentito con decisione e sdegno estremo l’indiscrezione, fa pensare. Come l’attacco di Matteo Salvini verso Silvio Berlusconi. Come la messa in guardia di pochi giorni fa di Bobo Maroni. O di Giorgia Meloni verso il ribelle alleato. Vuoi vedere che il “contratto” di governo è servito come prosecuzione del congresso permanente post-Bossi in casa Lega e come resa dei conti finale nel centrodestra, post-riabilitazione del Cavaliere?

D’altronde, un po’ la Lega la conosco. In Serbia ci sono andato per “La Padania”, quando proprio il Senatur si era innamorato della causa sovranista di Slobodan Milosevic, in chiave anti-mondialista e anti-islamica, intesa come creazione nei Balcani di un corridoio jihadista di destabilizzazione al soldo e per conto del Dipartimento di Stato USA. Da quel punto di vista, Umberto Bossi resta ancora un gigante. Conosco le dinamiche di quel partito e la sua propensione non solo alle fazioni ma all’accoltellamento alle spalle e al complotto interno come ragion d’essere statutaria. Quindi, il mio essere critico non dipende affatto da motivi personali o, peggio, di carriera: me ne sono andato da “La Padania” di mia scelta nel 2006, rinunciando a un gran bello stipendio e alla vita del deputato, visto che seguivo i lavori del gruppo parlamentare alla Camera e tre giorni la settimana vivevo a nota spese a Roma. Gran bella vita, vi assicuro. Tutto documentato.

Ne ho viste di cose. E sentite. Ma non sono un vendicativo, né un infame: non ho mai usato nulla per “vendere” scoop a chicchessia o per cercare di ingraziarmi questo o quello. Ho fatto, come sempre nella vita, ciò che ritenevo giusto. Pagandone il prezzo di tasca mia. E senza sconti. Almeno, ora se volete attaccarmi sul lato personale-deontologico, avete qualche notizia reale e potete evitare stronzate, perché dal tono di certi commenti vedevo già all’orizzonte le accuse di arruolamento sotto copertura nella CIA o di appartenenza a circoli talmudici, molto in voga tra frequentatori assidui di queste parti.

Non mi ci è voluta la palla di vetro per predire certe cose. Come, ad esempio, che il giochino in atto avrebbe molto facilmente previsto la prosecuzione dei tremori in Borsa e, soprattutto, sullo spread, visto che la gente questa volta va fatta spaventare per bene, stante l’enormità e l’assenza di precedenti della frattura istituzionale consumatasi ieri al Quirinale. Insomma, non c’è magari il rischio che stavolta le barricate gli italiani le facciano davvero con i loro mobili ma meglio essere cautelativi e pianificare tutto per bene. Come, d’altronde, è stato fatto finora. E, infatti, l’arrivo di Carlo Cottarelli al Quirinale è stato anticipato dal più classico degli effetti “montagne russe”: Borsa positiva e spread in calo all’apertura, salvo poi invertire nettamente la rotta, mano a mano che si avvicinava l’arrivo al Colle dell’ex Commissario alla spending review.

Sceneggiatura perfetta, visto che è bastato dare un’occhiata ai social attorno alle 11 per vedere la quantità di pesci che aveva abboccato all’amo e sbraitava contro un golpe istituzionale che, oltre a essere anti-costituzionale, non era nemmeno servito a un cazzo all’atto pratico del rasserenamento del clima sui mercati. Esattamente ciò che volevano le elites: far incazzare ancora di più il popolo. Ora, fuor di provocazione, vi faccio una domanda semplice a cui – vi prego – prestate attenzione seriamente, quando avete 2 minuti liberi: davvero pensate che uno strappo come quello consumato domenica non sottenda altro, se non la bocciatura di Paolo Savona e la conseguente dichiarazione di sudditanza di Sergio Mattarella ai mercati più che alla volontà popolare? Ho avuto a che fare con Sergio Mattarella, a livello professionale, indirettamente nel 2001, quando lavoravo a “Libero” e denunciai per primo lo scandalo dei nostri soldati di stanza nei Balcani che si ammalavano di tumore e morivano nel silenzio delle istituzioni per l’uranio impoverito. Anche in questo caso, parlano gli articoli e i lanci di agenzia. Sergio Mattarella, all’epoca, era ministro della Difesa. E posso dirvi una cosa: era tutto, tranne che uno sprovveduto.

Se ieri ha compiuto quell’atto, sembrato ai più uno sputo in faccia alla volontà popolare espressa nel voto del 4 aprile, è solo per due ragioni. E non so quale delle due sia peggiore, in relazione al futuro prossimo venturo di questo Paese. Primo, provocare volutamente per ottenere una reazione “scomposta” che giustifichi un altrettanto straordinaria reazione dello Stato, in vista di un autunno che economicamente non sarà caldo ma torrido. In Francia c’è voluto il Bataclan per arrivare alla proclamazione dello stato di emergenza che, di fatto, ha spalancato la strada all’arrivo di Emmanuel Macron all’Eliseo, qui potrebbe bastare la querelle kafkiana su Paolo Savona come salvatore della Patria dall’Europa matrigna, la stessa Europa cui ha fornito servigi prima come allievo di Guido Carli e poi come ministro di Carlo Azeglio Ciampi. Esecutivo, quello guidato da quest’ultimo, cui Sergio Mattarella votò la fiducia. I matti, gli invasati e i provocatori non ci sono solo in Francia e Belgio, lo sapete?

E per mettere mano al sistema come si dovrà fare in ossequio a Fiscal Compact e compagnia tagliante, serve davvero un armamentario orwelliano, più che una maggioranza parlamentare solida e chiara (quella, in Italia, non è mai stato un problema procurarsela). Seconda ipotesi, Sergio Mattarella si è umiliato pubblicamente come primo cittadino, perché quello è il prezzo che l’Europa e le elites che la guidano hanno imposto per ucciderci per ultimi. Insomma, perché la situazione non è grave come i più avveduti in fatto di mercato e finanza sanno ma molto, molto peggiore. E Mario Draghi ha bisogno di strada libera, da qui a fine anno, per limitare al massimo il danno che il QE ha creato, distorcendo a tal punto i mercati da portarci a una situazione senza precedenti. Una situazione che non fa salire lo spread ma rischia di far saltare i conti. E gli Stati. Davvero pensate che il nodo del contendere sia Paolo Savona in quanto minaccia reale all’establishment? Davvero credete che il governo giallo-blu sia saltato per quell’impuntatura di coerenza di Matteo Salvini, dopo settimane di tira e molla in cui il Quirinale aveva concesso di tutto ai due contraenti il contratto di governo, fra rinvii e consultazioni con la base, on-line e nei gazebo? Davvero lo pensate?

E davvero credete che uno come Carlo Cottarelli, studi alla London School of Economics e una vita all’FMI, si sputtani la carriera e la reputazione, lanciandosi in un’avventura senza paracadute, come potrebbe apparire quella che ha appena accettato con riserva? E, altrettanto, pensate che il presidente della Repubblica sfidi l’ira popolare di quella scelta al buio, ovvero non sapendo che i numeri si troveranno, in un modo o nell’altro? O, magari, che un incidente di percorso li farà saltare fuori o li renderà non necessari, visto che un governo Cottarelli può restare in attività fino al voto anche operando in modalità di minoranza, diciamo “emergenziale”?

“Approviamo con fiducia il bilancio e poi voto nel 2019”, ha appena detto alla stampa il premier incaricato. Et voilà. D’altronde, c’è il ricatto dell’aumento dell’IVA: chi, in cuor suo, leghisti e grillini compresi, si prende il rischio di far incazzare pesantemente gli italiani alla cassa del supermercato o dal benzinaio, portando il Paese alle urne dopo agosto, opzione automatica in caso di mancanza della fiducia da parte delle Camere? Quella è una cosa seria, altro che la Costituzione, di cui in questo Paese ci siamo sempre sbattuti i coglioni. “Non farò consultazioni con i partiti”, ha già reso noto inoltre Cottarelli. Servono altri indizi per capire? E poi si sa, le emergenze accadono nella vita. O si possono sempre far accadere. E ancora, davvero credete che sia molto democratico e rispettoso della Costituzione legare le sorti di un governo che decide per tutti a un referendum senza controlli su chi vota e quante volte lo fa nei gazebo montati nelle piazze o, peggio, in una consultazione in Rete gestita, di fatto, da una Srl privata attraverso la piattaforma Rousseau? Davvero lo credete?

Se sì, continuate pure a insultarmi e criticarmi ma preparatevi a un brusco risveglio. Altrimenti, dileggiate pure il mio lavoro ma aprite gli occhi, smettetela di ragionare per partigianeria e impostazione ideologica novecentesca e cercate di valutare pro e conto ma anche “cui prodest”, la domanda somma. E smettetela di fare gli ultras, qui non è in ballo un derby perso per un gol in evidente fuorigioco al 97mo minuto. C’è in ballo un nuovo assetto sociale, prima ancora che di potere. E, chi più chi meno, ne fatto tutti parte. Protagonisti e comprimari. Solo i registi restano nell’ombra, ne scopriremo il nome quando sarà tardi. Quando il film sarà terminato, scorreranno i titoli di coda e il finale sarà immodificabile. Mentre noi ancora saremo a caccia di mobili altrui da accatastare e bruciare per vendicare l’onore ferito di Matteo Salvini e Paolo Savona.

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