E’ più grave che il Grande Fratello sia un simposio di casi umani o il Corriere che tifa per Netanyahu?

Di Mauro Bottarelli , il - 129 commenti


Non avete capito un cazzo, come al solito. Anzi, non abbiamo capito un cazzo. Io per primo che mi sono anche permesso di definire quanto accaduto ieri a Gaza “una tonnara”. E invece, come ci mostra “Il Corriere della Sera” di oggi nella sua versione on-line del mattino (poi si sono resi conto e sono corsi ai tardivi ripari)

si trattava del corrispettivo mediorientale di uno di quei suicidi di massa tipici delle sette millenariste giapponesi. Tutti verso le pallottole, avanti miei prodi! Sembra uno scherzo ma non lo è. E non è stupidità, virus purtroppo molto presente in via Solferino: è proprio malafede. Della peggior specie. Perché quello che ho scelto come foto di copertina è il titolo apparso stamattina come corredo alla foto di prima pagina:

e cosa si capisce, di primo acchito? Chi ha ucciso chi? Semplice, dal titolo si desume che Hamas ha sfogato la sua rabbia contro USA e Israele ammazzando 55 persone. Ora, per quanto l’organizzazione palestinese non sia nuova a sfruttare le occasioni che le si pongono di fronte per fini propagandistici, forzando anche la mano, tutto si può dire tranne che i morti di ieri siano sua responsabilità. Certo, a meno che non si giustifichino 60 morti e 2400 feriti con il fatto che Hamas abbia incitato alla protesta: allora, vale tutto però. Vale anche il fatto che la politica estera statunitense provochi reazioni in mezzo mondo, idem per quella israeliana.

Vale che Bashar al-Assad ne abbia pieni i coglioni del fatto che miliziani e mercenari di mezzo mondo diano vita alla “guerra civile” nel suo Paese, vale che la Russia non stia più a guardare l’espansionismo NATO nei Balcani, nella ex URSS e nel Baltico e si attrezzi a Kaliningrad. E invece no, vale solo ciò che fa comodo al “Corriere”. Anzi, ai suoi referenti. Siamo essi politici, economici, culturali. Poco importa, via Solferino detta la linea. D’altronde, quando lo storico di riferimento è Paolo Mieli non è che uno possa proprio aspettarsi equidistanza e imparzialità di giudizio. Il problema, però, non è tanto di cialtroneria mediatica. Quello ormai è un dato di fatto, tanto più che alcuni vertici rimangono assolutamente inarrivabili, tipo l’appello di Rula Jebreal a “Piazza pulita” contro gli stupri dei soldati russi in Siria o il mitico forno crematorio di Assad che ha tanto eccitato Mentana e Mimun oppure le contorsioni attorno agli spot degli “Elmetti bianchi”, più falsi dei soldi del Monopoli (evito di citare gli ospedali pediatrici di Lucia Goracci perché quelli sono come certi film uzbeki a Cannes, direttamente fuori concorso).

Il problema è che dietro quel titolo di prima pagina del “Corriere” c’è del metodo. Scientifico, chirurgico. Faccio questo lavoro da qualche annetto ormai e i primi 15 li ho passati nei giornali cartacei, quindi certe dinamiche le conosco: il sensazionalismo, il titolo “tirato”, il “montare la panna”. Insomma, spesso e volentieri ciò che richiama il titolo è presente sì e no al 15% all’interno dell’articolo ma fa in modo che la gente legga, altrimenti salterebbe a piè pari. Ci sta, oggettivamente, come i trailers dei film. Il problema è che il titolo di apertura di prima pagina del “Corriere” non è faccenda che riguardi un redattore ordinario alle prime armi, un titolatore non particolarmente in vena o un correttore di bozze che pensa ai cazzi suoi: quantomeno, passa al vaglio dell’ufficio centrale, ovvero almeno di un capo-redattore. E la prima pagina, prima di finire sul tavolo del direttore per il nulla osta, viene passata ai raggi x. Quel titolo era voluto. Ed era volutamente ambiguo.

Certo, si può dire che all’interno gli articoli dicevano che a sparare era stato l’esercito israeliano ma, a vostro modo di vedere, in quanti li leggono da cima a fondo? Ma, soprattutto, in quanti comprano e leggono il “Corriere” (come gli altri quotidiani) in versione cartacea, parenti di giornalisti e tipografi inclusi? Pochi, parlano chiaro i dati di vendita (gonfiati oltretutto dagli abbonamenti gratuiti a studi professionali, ospizi e chi più ne ha, più ne metta). La gente ormai si informa, quando lo fa, attraverso la tv, le edizioni on-line gratuite o, sempre più spesso, attraverso i social-network: ovvero, quando va bene legge un articolo intero al giorno e, mediamente, sul tema che la interessa di più. Inutile dire che, studi alla mano, sport e gossip la fanno da padroni. E qui entriamo nel vivo del problema:

vogliono chiudere il “Grande Fratello” perché troppo trash. Come dire che un film con Moana è troppo spinto perché si vede la figa. In sé non me ne frega un cazzo, per quanto mi riguarda possono anche dar fuoco alla casa con i concorrenti dentro ma viene da chiedersi quanto sia calata l’asticella dell’indignazione generale verso le cose che davvero contano, se ci si arma per far chiudere un reality show che si sa essere ontologicamente uno zoo di casi umani ma nessuno sembra preoccuparsi che il principale quotidiano italiano, la “voce” della borghesia illuminata ambrosiana, sia ridotto a house-organ del governo Netanyahu e a simbolo della disinformazione di massa, proprio nell’epoca delle fake news che i vari Severgnini dei miei coglioni tacciano ogni tre per due di essere il cancro globale del nuovo millennio. Davvero quella massa di idioti che vive sotto le telecamere 24 ore al giorno e Barbara D’Urso che li dirige con la maestria tipica di chi di certe puttanate è la regina sono il problema più grave della comunicazione e della società? Perché guardate che la scelta di forzare in chiave dichiaratamente filo-israeliana i titoli di prima pagina e della versione on-line non è casuale: la seconda è la più letta di tutte e vede la maggior parte degli utenti limitarsi ai titoli per gli articoli che non li interessano direttamente, quindi coglie subito l’obiettivo. La prima, in quanto tale, funziona come i manifesti pubblicitari: deve colpire al volo, nel giro di pochi istanti.

Perché finisce sulle rastrelliere delle edicole a cui si passa davanti andando al lavoro o all’università o a fare la spesa e anche se non ci si ferma per compare il giornale, un’occhiata la si dà sempre ai titoli: tac, Hamas ha fatto una strage in nome della sua rabbia contro USA e Israele. Quindi, Hamas cattiva e gli altri due vittime. Lo ha detto il “Corriere”. E in prima pagina. E poi, dove si legge svogliatamente e di corsa il giornale, quando non lo si compra? Al bar, dove lo si trova buttato sui tavolini. E cosa si legge, mentre si beve il caffè o si mangia il cornetto di corsa, prima di entrare in ufficio? La prima pagina, al volo. Tac, identico messaggio. Terza sede di disinformazione, le rassegne stampa del mattino. Perché davanti al caffè, prima di fare la barba o la doccia, prima di vestirsi o preparare la colazione ai figli, si accende la tv e si guardano o le trasmissioni di approfondimento del mattino o i telegiornali o i canali all-news.

E tutti mostrano, in continuazione, le prime pagine, i titoli principali. Poi entrano nel merito, mostrando anche i titoli interni e commentando gli avvenimenti con gli ospiti in studio ma per quel momento, l’utente medio sta già facendosi i cazzi suoi, lavando tazze e caffettiera o correndo verso la metropolitana. Il titolo su Hamas a Gaza, però, glielo hanno mostrato. E, spesso, lo ha visto anche senza accorgersene fino in fondo: per chi ha visto “Fight club”, è come l’immagine di un cazzo che Tyler Durden inserisce in un film per bambini che sta proiettando. Nessuno sa davvero di averlo visto ma lo hanno visto, rapido e indolore: ma fissato nella mente. E non servono corsi particolati a Quantico, basta conoscere un minimo di strategia della comunicazione di massa, di marketing, di sociologia anche abbastanza spicciola. Insomma, bastano quelli del “Corriere”, non serve un genio.

Davvero, a fronte di tutto questo, il problema è far chiudere il “Grande Fratello”, show che strutturalmente non serve a informare ma, al limite, a svagare chi ha il gusto dell’orrido? A quanto pare, sì. E probabilmente questa crociata avrà mosso i primi passi da una critica feroce mossa proprio dai moralisti del “Corriere”, gente che spacca il capello in quattro sulle cazzate ma che, quando c’è da fare il lavoro serio, sa come muoversi. D’altronde, vogliamo parlare dell’equidistanza con cui è stato trattato finora il tema Russiagate? Vogliamo parlare del silenzio tombale dei media sullo sputtanamento che sta patendo al riguardo in patria il super-procuratore Robert Mueller? Vogliamo parlare dell’attacco chimico di Douma? Della credibilità degli “Elmetti bianchi”? Avanti di questo passo, non stupirebbe che qualcuno avanzasse l’ipotesi che i fumi che ieri a Gaza hanno ucciso una bimba di otto mesi fossero quantomeno di fabbricazione siriana, se non lanciati direttamente da jet di Damasco. O iraniani, a scelta. Vogliamo parlare, infine, dell’ambito che più mi interessa, l’economia e la finanza? Al netto delle prime, timide ammissioni sul fatto che ci siamo un po’ meno unicorni in giro (solo perché Mario Draghi li ha autorizzati a scriverlo, ovviamente), qualcuno ha letto qualcosa sul disastro che si sta per palesare sui mercati emergenti a causa delle mosse della FED e del trend rialzista del dollaro?



Io non dico di metterlo in prima pagina come la strage perpetrata da Hamas a causa del suo scoppio d’ira contro USA e Israele ma magari, tra un pompino e l’altro al genio manageriale di Marchionne e alle vendite stellari di FCA in quel Paese meraviglioso che sono gli Stati Uniti, si potrebbe parlare anche di questo,


ovvero del fatto che in merito di auto e merda subprime, la patria del libero mercato ha non solo eguagliato ma superato anche il livello delinquenziale del 2007-2008! Grazie al cazzo che FCA, Ford e soci presentano dati positivi, fra incentivi federali continui (immagino che si siano sceriffi in Delaware con otto automobili a disposizione e cinque agenti ai loro ordini) e prestiti per acquisti di autoveicoli rilasciati anche agli homeless che chiedono la carità fuori dalle chiese, ci vuole poco a pompare i numeri. Soprattutto, se contemporaneamente nascondi quelli della ratio scorte/vendite reali, con i parcheggi pieni di automobili invendute. E che dire di questo,

tratto fresco fresco dall’ultimo sondaggio di Bank of America fra 200 gestori di fondi USA: tutti long sulle mitologiche FAANG, manco producessero il vaccino contro il cancro o la pillola che ti scherma dell’infarto anche se mangi un tagliare di salumi a colazione, fumando Marlboro e accompagnando tutto con dell’ottimo whisky scozzese. E sapete invece qual è il tail risk più accreditato? Questo,


ovvero il terrore che le Banche centrali compiano un errore di politica monetaria. Quale? Ma smettere di stampare e salvare chi si schianterà con le FAANG in mano, ovviamente! E’ un mondo in cui alla gente che conta piace vincere facile, i giornali ne sono la dimostrazione lampante. Quanto durerà ancora il circo? Difficile dirlo, perché sono ancora in tanti a cascarci. E a soprassedere a qualsiasi stronzata gli venga venduta o ingiustizia gli venga perpetrata, pur di avere lo smartphone nuovo a rate con il credito al consumo o che la squadra del cuore vada in Europa. E’ un incrocio di responsabilità, occorre ammetterlo. Un po’ come quello accaduto a Gaza, dove gli israeliani avranno anche sparato ma i palestinesi correvano incontro alle pallottole con la foga di un militare che torna a casa in licenza e vede sulla banchina della stazione la fidanzata che lo aspetta…

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

RC Twitter

Licenza

Creative Commons License Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5. In particolare la pubblicazione degli articoli e l'utilizzo delle stessi è possibile solo indicando con link attivo l'indirizzo di questo blog (www.rischiocalcolato.it) oppure il link attivo dieretto all'articolo utilizzato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi