Gaza come una tonnara, l’Argentina ormai fallita, Wall Street raschia il barile: vigilia del countdown?

Di Mauro Bottarelli , il - 98 commenti


L’ho promesso l’altro giorno e le promesse sono sacre: non commenterò più le trattative per il nuovo governo. Mi limito a un singolo concetto: per chi ha sentito le due comunicazioni alla stampa di Luigi Di Maio e Matteo Salvini dopo i rispettivi colloqui con il presidente della Repubblica, la situazione penso sia chiara. E per questo, non merita commenti: parla da sola. Capitolo chiuso, facciano il cazzo che vogliono, sia i primi due che il Quirinale. Anche perché mentre qui tramutiamo in psicodramma ciò che in realtà è ben altro, nel mondo sta succedendo di tutto.

E con una velocità che fa davvero paura, che assomiglia giorno dopo giorno a una sorta di countdown verso l’ignoto che sta per iniziare. Oggi era il giorno dell’inaugurazione dell’ambasciata USA a Gerusalemme, ennesima geniale intuizione di politica estera di Donald Trump, il quale dalla sua ha almeno la coerenza, visto che questa mossa era stata promessa in campagna elettorale da tutti i presidenti statunitensi da Bill Clinton in poi: lui, almeno, è stato di parola, ancorché in quello che a mio avviso è un errore madornale. Ma, temo, voluto. Perché il senso della tonnara andata in scena a Gaza, dove le proteste dei palestinesi hanno reclamato – almeno finora – 55 morti e oltre 2400 feriti da parte dell’esercito israeliano, sta tutto in questo scambio nemmeno troppo virtuale di tweets:


non bastano i proxy diretti come Siria e Libano, ora lo scontro rischia di incendiare quello che è il nervo scoperto storico del Medio Oriente, l’epicentro della tensione. Qualcuno sta forzando la mano nell’ombelico del caos, visto che le provocazioni in Siria non paiono finora aver suscitato la reazione scomposta di Teheran che forse qualcuno attendeva con ansia, dopo i raid alleati e quelli dell’aviazione di Tel Aviv? Sorge il dubbio. Perché una cosa è reagire a quelle che vengono definite “operazioni terroristiche di Hamas”, un altro è compiere di fatto una strage indiscriminata. Di fronte alla quale, però, né l’ONU, né l’UE sembrano avere molto da dire, dopo essere invece diventate pateticamente afone nel denunciare la false flag di Douma. Ma questo, francamente, non mi stupisce più.

La questione, poi, travalica persino i confini di Israele, visto che se l’innalzamento della tensione ha portato all’immediata richiesta da parte di Al Qaeda di dar vita a una nuova Intifada e quindi a uno stato di allarme permanente che garantirà ancor più mano libera alla repressione sionista, dall’altro lato abbiamo un Bibi Netanyahu che si gioca il tutto per tutto, atteggiamento figlio tanto del dilettantismo politico, quanto dell’umano timore di finire travolto dallo scandalo corruzione. La vera partita, però, è Oltreoceano. Dove non tutti erano d’accordo con la decisione di Donald Trump di stracciare l’accordo sul nucleare iraniano, né tantomeno con quello che appare lo step successivo: ovvero, lo strangolamento economico di Teheran al fine di creare le condizioni per rivolte di piazza, le quali verranno ovviamente soppresse con la forza dai pasdaran, offrendo alla Casa Bianca e a Israele il pretesto per obbligare il mondo a prendere atto della brutalità del regime degli ayatollah. Insomma, l’idea appare quella del regime change.

Ma l’Iran non è la Libia. Non fosse altro per il fatto che proprio oggi il colosso energetico statale cinese CNPC ha reso noto che, se la francese TOTAL si ritirerà dal suo ruolo primario nei progetti sul gas già firmati a causa delle sanzioni statunitensi, è pronta a subentrare in toto. Acquistando in blocco il suo 50,1%. Di più, giovedì scorso il governo cinese ha varato con un primo viaggio il collegamento fra Bayannur in Mongolia e Teheran, con un carico da 1150 tonnellate di semi di girasole, 8mila chilometri da percorrere in due settimane attraverso Turkmenistan e Kazakhistan. Insomma, un segnale chiaro da Pechino: delle sanzioni USA ce ne freghiamo bellamente. E Donald Trump come l’ha presa? Così,


con una bella iniziativa congiunta in difesa dei posti di lavoro cinesi. E’ impazzito? No, semplicemente stamattina Pechino ha reso noto di aver bloccato alcuni carichi di carne di maiale proveniente dagli USA, i quali ora verranno sottoposti ad approfondite ispezioni dopo il riscontro nelle recenti settimane di alcuni problemi legati all’import. Quali? Probabilmente nessuno ma il messaggio è chiaro, dopo che il 4 maggio a venire bloccati erano stati veicoli della Ford, sempre in arrivo dagli USA e che buona parte delle commodities agricole più importanti per la Cina, come la soya, ora vengono acquistate in Brasile. Insomma, chi vuole far male a Teheran, deve fare i conti con la Cina e i suoi interessi economici ed energetici. Una realtà con cui dovrà fare i conti anche Vladimir Putin, se realmente è tentato dal prendere le distanze dall’Iran, se non addirittura agire per contenerne l’espansionismo in Siria.

E attenzione, perché al riguardo oggi ha trovato qualche altra conferma indiretta la considerazione che avevo fatto ieri riguardo la misteriosa sparizione del Russiagate dal panorama politico-mediatico dall’incontro fra il presidente russo e il premier israeliano a Mosca. Non solo il “Wall Street Journal” ha lanciato un attacco senza precedenti contro il super-procuratore, Robert Mueller, di fatto accusandolo di andare ben oltre i poteri che il suo mandato gli conferisce e citando addirittura a suffragio di questa tesi una sentenza della Corte Suprema del 1988 ma ecco che l’uomo che doveva salvare l’onore d’America, di colpo diventa un cazzone:

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il suo staff, infatti, avrebbe inserito fra le aziende russe coinvolte nella presunta opera di destabilizzazione delle presidenziali del 2016 una ditta che all’epoca non esisteva nemmeno! Un errore marchiano che ora rischia di tramutarsi in uno sputtamento legale per il sistema statunitense e, soprattutto, in un’arma di delegittimazione senza precedenti nelle mani di Donald Trump. Insomma, qualcuno sta lanciando più di un messaggio distensivo verso il Cremlino, pur di ottenere un po’ di collaborazione sulla pratica iraniana? Non stupirebbe, visto il ruolo di Jared Kushner nell’agenda politica. Ma questo presuppone anche l’esistenza di un contropotere all’interno del Deep State, ovvero quella parte di corpi intermedi, agenzie di intelligence e componente del Pentagono che ritengono folle un attacco frontale contro Teheran, soprattutto in virtù dell’alleanza con un politico senza futuro come Bibi Netanyahu. Insomma, prepariamoci a colpi di scena.

Ma a farci capire che le forze sotterranee sono al lavoro alacremente in questo periodo, ci pensano questi grafici:



dopo il bagno di sangue e il relativo intervento della Banca centrale di venerdì, oggi il peso argentino è tornato a schiantarsi e siamo ormai al delirio di 25 pesos per dollaro, di fatto un’operazione che mette in discussione il 10% di tutte le già svenate riserve estere argentine! Avanti di questo passo e con l’FMI che attende come un avvoltoio, quanto durerà la pace sociale a Buenos Aires? Pare poco, visto che dopo l’ennesimo intervento sul mercato, la Banca centrale ha chiesto alle varie filiali degli istituti del Paese di aver sufficienti livelli di contante a disposizione.

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Tempo una settimana, al massimo e temo gli assalti al bancomat e i primi controlli sul capitale: come andrà a finire questa volta, però, è tutto da vedere. Insomma, a dispetto della calma che ci viene spacciata dagli indici azionari sempre sorridenti, la tensione ormai viaggia elettrica e veloce sotto il pelo dell’acqua. Anche perché questi grafici,


ci parlano di un dollaro visto sempre più in rafforzamento, un qualcosa che potrebbe letteralmente mandare fuori controllo non solo la situazione argentina ma di tutti i mercati emergenti, indebitati in biglietti verdi e già sotto pressione per le mosse – ancora agli inizi e all’acqua di rose – della FED. Gli USA possono reggere, in tempo di formale guerra commerciale, un dollaro in continuo apprezzamento, soprattutto sull’euro, visto l’aumento degli shorts sulla divisa unica europea e questa dinamica


nella detenzione estera del loro debito? Ve lo dico chiaro, temo che non freghi un cazzo a nessuno nel breve termine di questi calcoli. Si attende la mossa che sconquassa il mercato e garantisca alle Banche centrali mano libera, perché oramai la situazione si è spinta troppo oltre per essere gestita con i mezzi straordinari usati finora: qui siamo alle soglie dei super-poteri. O di uno shock sistemico da ricercare altrove: una guerra, uno scandalo politico con relative dimissioni, un fallimento epocale, un morto eccellente. Perché lo penso? Per questo:

quando Wall Street arriva infatti alla disperazione dell’utilizzare i buybacks gentilmente concessi dai tassi a zero della FED per pagare le stock option e non per abbassare il flottante, significa che si sta raschiando il barile, significa essere alla disperazione di chi arraffa qualsiasi cosa, sapendo che la festa sta finendo e per un po’ occorrerà rigare dritti. Siamo al countdown di un enorme reset degli equilibri globali, sia geopolitici che finanziari che economici? Siamo al punto di svolta, al capitolo finale? Oppure è solo un ciclo che si chiude, dopo che il 2008 di Lehman è stato superato dal 2011 della crisi del debito europeo e poi dal 2013 del taper tantrum di Ben Bernanke in Asia e dal 2015 della bolla azionaria cinese? Chissà, una cosa è certa: tanti detonatori come oggi non sono mai stati innescati contemporaneamente dalla fine della Guerra Fredda in poi, se non direttamente dal Secondo Dopoguerra. E il coglione che non sta ai patti o che pigia il bottone spagliato, purtroppo ogni tanto salta fuori. Speriamo di no. Nel frattempo, continuiamo a seguire l’appassionante saga Di Maio-Salvini-Mattarella.

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