Il countdown italiano verso la crisi fiscale


Come regola generale, è necessario preoccuparsi oltre i limiti quando deficit e debiti abbondano. Sì, l’inchiostro rosso è importante, ma si dovrebbe prestare altrettanta attenzione, se non maggiore, a variabili quali l’onere complessivo della spesa pubblica e la struttura del sistema fiscale. La Grecia ha mostrato come una nazione possa sperimentare una crisi se gli investitori non credono più che un governo sia in grado di “servire” il proprio debito (cioè, ripagare interessi e capitale a persone e istituzioni che detengono i titoli di stato). Ciò non cambia il fatto che il principale problema fiscale della Grecia sia la spesa eccessiva. È abbastanza probabile che l’Italia sarà la prossima nazione a percorrere questa strada, soprattutto con la sua economia ormai moribonda, come evidenziato dal Wall Street Journal. Perché l’Italia dovrebbe essere la causa della prossima crisi? Per la semplice ragione che è la quarta economia più grande in Europa e ha il debito nominale più alto in Europa. Quindi qual è la soluzione? La risposta ovvia è ridurre drasticamente il peso dello stato. Verrà adottata? Neanche per sogno. Il risultato delle recenti elezioni è un governo che vuole più inchiostro rosso. In parole povere, l’Italia ha eletto politici che credono nei fantomatici “pasti gratis” e che hanno promesso tagli alle tasse e aumenti considerevoli della spesa. Bene per il taglio delle tasse, ma non la parte in cui si vuole finire di sommergere il Paese con una spesa pubblica già preponderante e un debito pubblico soverchiante. E non penso che il governo abbia un piano ragionevole per far quadrare i numeri. Infatti basta guardare questo grafico per capirlo. Ma attenzione, perché l’Italia non è la sola nazione in Europa con problemi fiscali e di natura finanziaria.
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di Daniel Lacalle

La coalizione populista in Italia ha presentato un programma “economico” e una minaccia all’Unione Europea che fanno sembrare la Grecia una passeggiata nel parco.

Iniziamo con la realtà.

I problemi economici dell’Italia sono principalmente auto-inflitti, e non a causa dell’euro.

  • Sin dalla seconda guerra mondiale, l’Italia ha visto più governi di qualsiasi altro Paese nell’Unione Europea.
  • I governi di tutti i colori hanno costantemente promosso “campioni nazionali” inefficienti e corporazioni gestite dallo stato a spese delle piccole e medie imprese, della competitività e della crescita economica.
  • Le rigidità nel mercato del lavoro sono rimaste, lasciando una disoccupazione alta ed enormi differenze tra le regioni.
  • Un sistema finanziario perverso, in cui le banche sono state incentivate a concedere prestiti a società statali obsolete e indebitate, a municipalizzate inefficienti, ed a finanziare ingenti spese pubbliche locali e nazionali. Ciò ha portato alla più alta cifra di prestiti non performanti in Europa.
  • Un sistema giudiziario da incubo che rende praticamente impossibile riacquisire asset da crediti inesigibili, facendo schizzare in alto i prestiti non performanti e gli investimenti improduttivi.
  • Un fiorente ecosistema di esportazioni e piccole imprese è stato costantemente azzoppato dalla tassazione e dalla burocrazia. Ciò ha ridimensionato fortemente le aziende fiorenti, le quali sono andate attivamente alla ricerca di fortuna al di fuori dell’Italia.

Per questo motivo la spesa pubblica ha continuato a salire ben al di sopra delle entrate. Poiché l’Italia, come Spagna e Portogallo, ha deciso di penalizzare i settori ad alta produttività con l’aumento delle imposte, le entrate sono diminuite mentre le spese hanno continuato a salire. L’Italia, come tanti Paesi nella periferia dell’Europa, ha creato un massiccio effetto “crowding out” alimentato dal settore pubblico a scapito di quello privato. Non è un caso se la maggior parte dei cittadini in Italia, come in Spagna o in Portogallo, preferisca essere dipendente pubblico piuttosto che imprenditore.

Non c’è da meravigliarsi se, mentre le compagnie private sono riuscite a sopravvivere e migliorare “nonostante lo stato”, i prestiti a debito e non performanti siano aumentati vertiginosamente.

Adesso si dà la colpa all’Euro. Come se lo stesso effetto “crowding out” non sarebbe accaduto senza di esso. L’unica differenza è che al di fuori dell’euro il governo italiano avrebbe distrutto i risparmiatori e i cittadini attraverso continue “svalutazioni competitive”, le quali sono state la causa delle debolezze economiche del passato. Le continue svalutazioni non hanno reso l’Italia, la Spagna o il Portogallo più competitivi, li hanno resi perennemente poveri e hanno perpetuato i loro squilibri.

Quali soluzioni offrono i populisti? Più della stessa cosa che finora ha fallito.

In un documento intitolato “Welcome to Fantasyland”, l’analista indipendente Gianluca Codagnone di Fidentiis spiega: “Alcune affermazioni sono oscure. Intendo letteralmente, come il cosiddetto ritorno allo spirito pre-Maastricht (uh?), mentre altre dichiarazioni implicano opzioni incostituzionali (17 e 18). L’abrogazione del debito per €250 miliardi, che era nella prima versione, è stata sostituita dalla richiesta che il debito detenuto dalla BCE dopo il QE non venga contabilizzato nel rapporto debito/PIL. La clausola di uscita dall’euro è stata sostituita da una richiesta di piena rinegoziazione dei trattati UE (fiscal compact, six pack, debito detenuto nell’Eurosistema, politica monetaria e così via). Ma, soprattutto, le misure delineate comporterebbero un ulteriore deficit di circa €130 miliardi entro il 2020, portando il deficit/PIL nel 2020 all’8%”. 

L’Italia ha dimostrato che accettare la tesi populista dell’austerità (inesistente) e aumentare gli squilibri al fine di contenere il crescente contraccolpo politico, ha creato solo più eccessi.

L’Italia non ha visto nessuna austerità, solo un moderato controllo del budget.

L’austerità inesistente ha portato alla follia. I partiti populisti si comportano come quei bambini che ricevono un balocco se smettono di comportarsi male; invece continuano a comportarsi male perché pensano che ne riceveranno di più.

La cosa divertente è che milioni di italiani e di europei pensano che le loro pensioni, i loro stipendi pubblici e la loro assistenza sanitaria sarebbero gli stessi, o verrebbero aumentati, in caso di default e uscita dall’euro.

Non c’è un solo caso nella storia in cui un default e un’uscita come quella italiana non abbiano generato tagli enormi. Non c’è un singolo caso in cui lo stato sociale non sia stato tagliato in maniera massiccia in termini reali con la svalutazione. Chiunque pensi che sia una grande idea dovrebbe rivedere la storia.

Ancora più importante, anche se queste misure venissero accettate dall’Europa, creeranno un effetto domino con altri stati che seguiranno lo stesso cammino, distruggendo infine l’Unione Europea nella prossima crisi del debito.

Nei prossimi 6-8 anni l’Italia deve affrontare circa €350 miliardi in scadenze del debito, oltre €300 miliardi di crediti in sofferenza e circa €65 miliardi in scadenze di debiti delle maggiori società italiane.

Un default effettivo significherebbe la bancarotta della previdenza sociale, delle pensioni, il crollo dei salari pubblici e dei risparmi (poiché gli effetti ricadrebbero principalmente sui risparmiatori italiani). Ma la bancarotta del sistema bancario e l’aumento dei rendimenti obbligazionari porterebbero all’esaurimento del credito per le imprese e le famiglie, indipendentemente da come possano reagire gli esportatori. Uscire dall’euro significherebbe un’enorme svalutazione e un domino di fallimenti.

I problemi dell’Italia, o della Spagna, o di qualsiasi altra nazione europea, non vengono risolti distruggendo il Paese e la valuta. In questo scenario, mi sembra quasi ingenuo che la Commissione Europea pensi di collocare obbligazioni “sicure” che impacchettano il debito pubblico mentre i politici pensano che le uniche soluzioni siano il default o ulteriori squilibri.

La Commissione europea vuole raggruppare il debito di diversi stati in “obbligazioni sicure” mediante un prodotto strutturato, l’ESBie. Nessuno ci pensava prima, ovviamente (ironia).

“Solo gli investitori privati ​​condividono i rischi e le perdite”, afferma il progetto della Commissione. Questo nuovo esempio di subprime mostra che la Commissione Europea non capisce che impacchettare le obbligazioni tedesche con le obbligazioni greche non rende la Grecia più sicura, ma la Germania più rischiosa.

Standard & Poor’s ha già dichiarato che non concederà agli ESB il rating più alto, che è quello che vuole la Commissione Europea e, al limite, darebbe loro il bollino peggiore tra le tranche senior. Le agenzie di rating hanno già commesso l’errore di fornire rating di credito ingiustificati a causa di una presunta garanzia statale (Freddie Mac e Fannie Mae, i più grandi concessori di mutui erano e sono pubblici).

Gli ESB (European Safe Bonds) sono una nuova dimostrazione di quanto poco l’Europa comprenda rischi, mercati e realtà. Il programma della coalizione italiana di estremisti è la dimostrazione che il populismo non è il solo problema.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

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