Non è un problema di cattivi accordi commerciali, ma di denaro fasullo (Parte #2)


di David Stockman

Nella prima parte abbiamo chiarito che Trump ha ragione sugli orribili risultati commerciali sfoggiati dagli Stati Uniti sin dagli anni ’70, e che i keynesiani d’acqua salata (Harvard) e d’acqua dolce (Chicago) hanno le loro teste sotto la sabbia di fronte a tutto ciò.

Il fatto è che non si arriva ad un deficit commerciale di $810 miliardi e ad un rapporto esportazioni/importazioni del 66% ($1,550 miliardi e $2,360 miliardi rispettivamente), come accaduto negli Stati Uniti nel 2017, a parità di condizioni. E soprattutto, un libero mercato non avrebbe mai generato una serie ininterrotta di deficit commerciali lunga 43 anni consecutivi, i quali hanno raggiunto la cifra sbalorditiva di $15,000 miliardi.

Meglio di ogni altra cosa, questi lugubri numeri spiegano perché l’America industriale è stata abbattuta, e perché vaste distese dell’entroterra americano sono state lasciate a marcire nel malessere economico e nel declino.

Ma due cose sono assolutamente chiare sui “perché” di questa calamità da $15,000 miliardi: non è stata causata da una misteriosa perdita di imprese e di energia capitalista. Né è stata causata dai cattivi rapporti commerciali con l’estero, o dagli stupidi nel Dipartimento del Commercio

Dopotutto, il capitalismo americano sfoggiò modesti surplus commerciali ogni anno tra il 1895 e il 1975. Da allora, però, non ha perso il suo slancio, nonostante 43 anni di enormi deficit commerciali. Infatti l’esplosione del progresso tecnologico nella Silicon Valley e l’attività commerciale on-line da costa a costa suggeriscono più o meno l’opposto.

Allo stesso modo, la struttura di base del commercio globale e degli accordi commerciali nell’ambito dell’OMC e di altri accordi multilaterali è stata istituita negli anni immediatamente successivi alla guerra ed era ben radicata quando gli Stati Uniti avevano eccedenze commerciali negli anni ’50 e ’60.

Questi surplus commerciali del dopoguerra negli Stati Uniti erano coerenti con l’epoca d’oro della crescita industriale tra il 1870 e il 1914. Durante quell’era in cui il commercio globale era basato sul gold standard, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti tendevano ad avere eccedenze commerciali grazie alla loro tecnologia avanzata, all’industria e alla produttività, mentre esportavano capitali verso economie meno sviluppate in tutto il mondo. Questo è anche ciò che fecero gli Stati Uniti durante il periodo economico degli anni ’50 e ’60.

Ciò che è cambiato dopo il 1975 è il sistema monetario, e con esso il regolatore della politica della banca centrale e il conseguente tasso di espansione del credito globale.

In una parola, l’abolizione del gold exchange standard da parte di Tricky Dick, ha rimosso il punto focale che ha mantenuto il commercio globale equilibrato e sostenibile. Pertanto, senza un meccanismo disciplinare indipendente ed esterno alle banche centrali, gli squilibri commerciali e delle partite correnti tra Paesi non venivano più “regolati” tramite guadagni e perdite dell’asset di riserva (oro o dollari legati all’oro).

Detto in altri termini, la distruzione di Bretton Woods ha permesso alle politiche monetarie nazionali di sfuggire alla disciplina finanziaria che derivava automaticamente dai movimenti dell’asset di riserva. Cioè, i deficit commerciali causavano perdita d’oro, deflazione interna e un eventuale riequilibrio del commercio. Allo stesso tempo, l’accumulo prolungato dell’asset di riserva a causa di persistenti eccedenze nelle partite correnti generava l’opposto: espansione del credito interno, inflazione dei prezzi e dei salari, e un’eventuale riduzione di tali eccedenze.

Inutile dire che, come emittente della “valuta di riserva” legata all’oro sotto Bretton Woods, la FED fu la prima ad infrangere le regole quando fu messa in crisi nel 1971-1973. A quel tempo, i keynesiani d’acqua dolce guidati da Milton Friedman e dal suo fattorino alla Casa Bianca, George Schultz, dissero che non c’era niente da perdere.

Questo perché il mercato avrebbe generato il tasso di cambio “corretto” tra dollaro e marco tedesco, franco, yen, ecc.; e poi questi tassi di cambio determinati dal mercato, a loro volta, avrebbero regolato il flusso del commercio e dei capitali.

Ma neanche tra un milione di anni!

A differenza di Bretton Woods, o del gold standard classico pre-1914, il nuovo sistema monetario permetteva agli stati di dirottare le loro banche centrali e di usarle come strumenti di promozione commerciale mercantilista e gestione economica macro-keynesiana.

C’è voluto un po’ di tempo prima che i banchieri centrali si rendessero conto che erano stati incastrati. Ad esempio, durante gli ultimi anni della sua permanenza in carica (1970-1978), Arthur Burns provocò una recessione piuttosto brutta nel 1975, cercando di rivendicare la sua reputazione in ambito monetario dopo essersi sottomesso a Nixon nel 1972 alimentando il boom di quell’anno che distrusse le ultime vestigia di Bretton Woods.

Alla fine Alan Greenspan inaugurò l’era della Finanza delle Bolle nel 1987, e il dado fu tratto. Durante i suoi 19 anni alla guida della FED, Greenspan gonfiò il bilancio della FED (da $200 miliardi a $700 miliardi) e la struttura dei costi dell’economia statunitense in un momento in cui la mobilitazione della manodopera a basso costo dalle risaie della Cina e dell’Asia orientale richiedeva esattamente la politica opposta. Cioè, una politica di contrazione del bilancio della FED e deflazione interna.

Di conseguenza venne messo in moto un modello distruttivo di inflazione monetaria all’interno del convoglio globale di banche centrali: la FED inflazionava e loro di riflesso inflazionavano in un ciclo continuo. Così facendo, le banche centrali del mondo si sono rinchiuse in una condizione permanente di squilibrio.

Quest’ultimo ha avuto origine dall’ondata di dollari in eccesso della FED finiti nel sistema finanziario internazionale negli anni ’90 e successivamente. Ciò, a sua volta, ha indotto le banche centrali in Asia, in gran parte dei mercati emergenti, nei petro-stati e anche in Europa, a comprare dollari ed a riversarli poi in titoli del Tesoro americano (e titoli delle GSE).

In questo modo suddetti Paesi cercavano di arginare l’apprezzamento del loro tasso di cambio e promuovere il commercio mercantilista e le politiche economiche interne basate sull’esportazione in Cina, Corea del Sud, Giappone e altrove.

Inoltre questa linea di politica ha anche consentito negli Stati Uniti un forte boom del consumo basato sul debito, e non supportato dalla produzione. L’eccesso di consumo statunitense rispetto alla produzione, che si è manifestato nei continui disavanzi delle partite correnti degli Stati Uniti, è stato effettivamente preso in prestito dalle banche centrali (e spesso dai loro investitori interni).

Ciò è accaduto perché queste banche centrali erano disposte a scambiare il lavoro della loro gente e le loro risorse naturali con la carta degli Stati Uniti piuttosto che affrontare crescenti tassi di cambio e temporanei venti contrari nelle loro politiche di crescita mercantilistica.

In breve, i $15,000 miliardi di disavanzi commerciali degli Stati Uniti dal 1975 sono i figli bastardi delle scelte di politica monetaria prese in Asia e altrove come difesa contro la stampa di denaro dissoluta della FED. Nel corso del tempo si è trasformata in un sussidio alle esportazioni che sarebbe altrimenti illegale ai sensi delle attuali regole del commercio mondiale dell’OMC.

Quando Trump dice che i burocrati sono i colpevoli del disastro commerciale degli Stati Uniti, la parte che sbaglia è i nomi. Per capirci, i veri malfattori si chiamano Alan (Greenspan), Ben (Bernanke) e le Due Janet (Yellen e Powell). L’America sta perdendo terreno nel commercio a causa del denaro fasullo, non a causa di cattivi accordi commerciali.

Come abbiamo indicato nella Parte 1, la pianificazione monetaria keynesiana capisce le cose alla rovescia. Cerca di gonfiare i prezzi, le retribuzioni ed i costi interni al 2% all’anno (o di più, se misurati correttamente) in un mondo brulicante di manodopera a basso costo; quando invece un sistema con denaro onesto avrebbe generato aggiustamenti deflazionistici volti a mantenere l’industria americana competitiva.

Infatti se gli Stati Uniti dopo il 1990 avessero mantenuto un regime di tassi d’interesse alti, bassi consumi e maggiori livelli di risparmio e investimenti al fine di mantenere un equilibrio sostenibile con il resto del mondo, è praticamente impossibile che il sopraccitato squilibrio internazionale sarebbe durato.

Questo perché in un mondo con dollari sonanti, la stampa di denaro e tassi d’interesse bassi avrebbero causato un’impennata dell’inflazione interna e una fuga di capitali. La PBOC, ad esempio, sarebbe andata a gambe all’aria pochi decenni fa. Infatti in un mondo di denaro sonante, l’enorme espansione del 9X del suo bilancio, che ha alimentato la mania della spesa in conto capitale dello Schema Rosso di Ponzi, non sarebbe mai potuta accadere.

Inutile dire che la Cina non è sola. I giapponesi stanno molto peggio. Dal 1990 il bilancio della BOJ è aumentato del 20X, assicurandosi che il tasso di cambio dello yen rispetto al dollaro rimanesse basso e che la politica commerciale mercantilista del Giappone rimanesse indisturbata.

La storia è più o meno la stessa in tutte le terre in cui la manodopera è a basso costo. Come abbiamo sottolineato nella Parte 1, il tasso di cambio del Messico è sceso da 4:1 al momento del lancio del NAFTA a 19:1 di oggi. Pertanto non è stato un cattivo accordo commerciale a causare l’attuale deficit commerciale di $71 miliardi con il Messico; ma il denaro fasullo.

Dopotutto, l’unica cosa più folle della crescita del bilancio del 20X della FED dal 1990, è stata l’espansione del 40X della banca centrale messicana.

Non sorprende, quindi, se tutti questi Paesi rappresentano il 90% del deficit commerciale da $810 miliardi sostenuto l’anno scorso dagli Stati Uniti.

Proprio così. Il problema commerciale generale è che gli Stati Uniti hanno esportato solo $1,550 miliardi tra beni, materiali ed energia l’anno scorso, o solo il 66% dei $2,360 miliardi di merci che ha importato. Eppure solo 10 Paesi rappresentano quasi tutto questo enorme squilibrio: Cina, Vietnam, Messico, Giappone, Germania, Corea del Sud, Taiwan, Malesia, Tailandia e India. Questi Paesi hanno acquistato solo $627 miliardi di esportazioni statunitensi, inviando $1,350 miliardi di importazioni negli Stati Uniti.

Di conseguenza, il disavanzo combinato è stato di $725 miliardi, pari al 90% del totale deficit commerciale degli Stati Uniti.

Inoltre il rapporto tra esportazioni ed importazioni negli Stati Uniti è stato solo del 46% per questi 10 Paesi nel loro insieme. Pertanto i $130 miliardi di esportazioni cinesi dagli Stati Uniti hanno rappresentato solo il 26% dei suoi $506 miliardi di importazioni negli Stati Uniti. Nel caso del Vietnam, il tasso di esportazione è stato solo del 17% ($8 miliardi di esportazioni statunitensi contro $46 miliardi di importazioni negli Stati Uniti).

E questo è vero anche nel caso della Germania, che ha inviato $118 miliardi di merci negli Stati Uniti l’anno scorso rispetto alle esportazioni statunitensi in Germania di soli $53 miliardi; il 45% delle importazioni dalla Germania, e ha provocato uno sbalorditivo deficit commerciale di $65 miliardi con gli Stati Uniti.

Se la Germania non avesse fatto parte dell’UE, il tasso di cambio del marco tedesco sarebbe molto più alto di quello dell’euro, e il surplus commerciale della Germania con gli Stati Uniti (e il resto del mondo) sarebbe molto più ridotto.

Al contrario, i conti commerciali degli Stati Uniti sono in equilibrio con tutto il resto del mondo. Come abbiamo mostrato nella Parte 1, ad esempio, le esportazioni statunitensi in Canada sono il 95% delle importazioni dal nostro partner commerciale a nord.

Infatti, per il resto del mondo nel suo insieme, i numeri del commercio sono piuttosto sorprendenti e sostenibili. Nel complesso le esportazioni statunitensi verso queste destinazioni sono state pari a $924 miliardi nel 2017 rispetto ai $1,000 miliardi di importazioni da questi fornitori.

Di conseguenza, le esportazioni ammontavano al 92% delle importazioni e il deficit totale di $85 miliardi era abbastanza vicino allo zero per scopi di immagine generale.

Come abbiamo detto fin qui, abbiamo a che fare con denaro fasullo, ma, ahimè, né il protezionista all’interno della Casa Bianca né chi lo circonda l’ha capito.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

=> Potete leggere la Parte 1 a questo indirizzo: https://francescosimoncelli.blogspot.it/2018/05/non-e-un-problema-di-cattivi-accordi.html

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