Per Carl Schmitt, “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. E dubito saranno Salvini e Di Maio

Di Mauro Bottarelli , il - 109 commenti


Il 4 marzo scorso non ho votato, quindi non ho diritto di lamentarmi di questo o quel governo: ho scelto volontariamente di non essere complice di quella che ritenevo nella migliore delle ipotesi una farsa e nella peggiore ma non più peregrina, una truffa e il prezzo da pagare al libero arbitrio è l’accettazione dell’altrui stato di cittadinanza attiva. Questo non significa però che non abbia diritto di dire la mia sul modo in cui si è giunti all’epilogo che sta prendendo apparentemente forma, ovvero un governo Lega-M5S che noto essere molto apprezzato su questo blog. E non solo dai lettori. Partiamo da qui,



ovvero dal fatto che chi ha più da perdere da questa avventura politica è proprio il movimento fondato da Beppe Grillo, i cui seguaci/elettori sono particolarmente sensibili al tema coerenza, al pari di quello dell’onestà. Di colpo, il conflitto di interessi pare sparito dalle priorità. E meno male, dico io, visto che ho già sottolineato in un recente articolo come dal Washington Post all’Economist fino a Liberation, tutti questi editori puri e senza macchia non ci siano in giro per quel mondo che ci fa le pulci sulla libertà di stampa. Ma dubito che il grillino medio la pensi così. E, ovvia conseguenza della lotta politica, state certi che questa incongruenza diventerà un cavallo di battaglia del PD e dei suoi fidi scudieri mediatici, in primis “La Repubblica”, che oggi ha scatenato il solito “cacciatore di fascisti” per denunciare come Matteo Salvini l’altra sera allo stadio Olimpico indossasse un giubbotto di una marca vicina a CasaPound in occasione della finale di Coppa Italia: poveracci, devono essere rimasti male per questo,

quindi come dei tossici, si lanciano in un’overdose di stronzate per placare i dolori, senza stare a fare i difficili riguardo la qualità della droga da consumare. Alcuni, poi, pensano che questa sia la fine politica di Silvio Berlusconi, la sua resa di fronte al pupillo che tale non vuole essere, vista la brutta fine che hanno fatto finora i vari “delfini” del leader succedutisi negli anni, da Casini a Fitto, da Fini ad Alfano. In effetti, l’anagrafe condanna il Cavaliere prima ancora del talento del giovane leader leghista: per quanto possa sperare nella revoca delle limitazioni imposte dalla Legge Severino, a 81 anni il suo tempo è andato. E qui si apre una questione: se per caso Matteo Salvini, indiscutibilmente leader del centrodestra ad oggi, dovesse bruciarsi con questa avventura, chi prenderebbe il suo posto alla guida della coalizione o di ciò che ne resterà, stante l’incrinatura indubbia che è in corso? Io non vedo nessuno.

Capite quindi che la tentazione di squassare in maniera radicale l’area che, piaccia o meno, è maggioranza nel Paese, potrebbe stuzzicare più di un palato. Degli avversari, ovviamente, visto che Matteo Renzi non ha mai fatti mistero di cercare i voti dei delusi moderati del fu Polo delle Libertà ma anche di altri. Ad esempio, di chi ha avuto nel centrosinistra un alleato fidato. Da Enrico Letta in poi, dopo che lo spavento dello spread e la cura Monti avevano tosato e fatto il contropelo a qualsiasi tipo di reale opposizione sociale e politica. Quante volte è scesa in piazza la CGIL contro le politiche del governo Renzi? Una? Due? E signori, in confronto la legge Biagi e le riforme di Sacconi erano all’acqua di rose, eppure all’epoca il buon Cofferati portò i milioni di persone in Piazza San Giovanni.

D’altronde, l’adagio è chiaro e incontrovertibile, almeno in Italia: le politiche di destra può farle solo la sinistra, al fine di evitare proteste e favorirne la digestione da parte del corpaccione sociale. Lo dice la storia, lo confermano i fatti. Ora però il PD è ai minimi termini e in preda all’ennesima contorsione interna, quasi a rischio di ulteriore scissione: non a caso, chi ha stappato lo champagne per la decisione di Berlusconi di lasciar nascere il governo M5S-Lega e rimandare sine die il ritorno alle urne sono stati proprio i piddini, terrorizzati non solo dal rischio di ulteriori crolli ma anche dall’amletico dilemma, tutto ideale e romantico, di chi avrebbe compilato le liste elettorali. Insomma, Lega e Cinque Stelle hanno tutto: un PD volutamente in modalità retroguardia che abbaierà sui giornali e nei talk-show ma non potrà fare pressoché nulla di concreto, Liberi e Uguali che sono divenuti materia di investigazione per Federica Sciarelli, Forza Italia che si è chiamata fuori in nome dell’opposizione benevola e Fratelli d’Italia che finalmente dovrà fare i conti con la propria irrilevanza totale. Di fatto, strada spianata.

C’è un unico ostacolo, ovvero i paletti che il Quirinale ha già fatto sapere di voler mettere rispetto al programma ma, soprattutto, alla lista dei ministri: insomma, Sergio Mattarella ha detto chiaro e tondo che non si limiterà al ruolo di passacarte ma che passerà al vaglio profili e candidati, prima di dare l’ok. Ed ecco che il dinamico duo si mette al lavoro per superare lo scoglio principale: il nome del candidato premier terzo che metta d’accordo tutti, elettorato di entrambe i partiti e Quirinale. In queste ore girano i nomi di Enrico Giovannini e di Giulia Bongiorno. Ovvero, un ex ministro del governo Letta ed ex numero uno dell’ISTAT e l’avvocato che ha fatto assolvere Giulio Andreotti e adesso combatte lo stalking insieme a Michelle Hunziker. Ragazzi, questa sì che è una rivoluzione, roba che quella d’Ottobre pare una gita degli scout! A Bruxelles si stanno già cagando in mano! Perché il problema reale non è a Roma, dove è in corso la più classica delle spartizioni ministeriali, magari senza il Cencelli in mano ma con poco afflato verso il bene comune.

Forza Italia avrà, come si mormora, posti chiave nelle Commissioni? Magari addirittura nella Bicamerale che si dice dovrà rimettere mano per la 1427ma volta alla legge elettorale? I portavoce azzurri negano decisamente, quasi sdegnati; quindi, è vero. E anche qui, i crismi dell’assalto al palazzo d’inverno non si intravedono. Ma tant’è, in un mondo dove Vladimir Putin chiacchiera amabilmente con Bibi Netanyahu sulla Piazza Rossa poche ore prima che quest’ultimo dia vita al più massiccio bombardamento sulla Siria da decenni, può succedere questo e altro. Tanto più che, alla fine, Tel Aviv ha reso noto di aver avvertito in anticipo Mosca dei raid e dal Cremlino hanno fatto sapere che la questione dovrebbe essere chiusa con i botti dell’altra notte: qualcuno ha capito che il regime change iraniano conviene a molti e comincia a tirare i remi in barca, soprattutto dopo il risultato disturbante – stile vittoria di Hamas a Gaza – delle elezioni libanesi?


Ma come dicevo prima, la questione reale sta a Bruxelles. E chi lo ha capito è proprio l’interlocutore numero uno di Salvini e Di Maio, il presidente Sergio Mattarella. Il quale stamattina a Firenze, inaugurando il convegno “State of the Union”, ha detto chiaro e tondo quale sia il riferimento politico e ideale – l’Unione Europea, appunto – e quale il nemico, la strada sbagliata. Cioè, il sovranismo. Contemporaneamente, ad Aquisgrana, Angela Merkel era protagonista insieme a Emmanuel Macron di un vertice trilaterale con i vertici istituzionali ucraini e si è sentita in dovere di ribadire un concetto già espresso lo scorso anno, alla vigilia del primo, gelido vertice con il neo-eletto Donald Trump: l’Europa non può dipendere dagli USA per la sua difesa, deve prendere in mano il proprio destino. E poi, la promessa: “Abbiamo concordato, come leader, dei cambiamenti entro giugno. E così sarà”.

Quindi, da qui a due mesi massimo, dobbiamo attenderci novità nella governance dell’UE? Unione bancaria? Eurobond? Difesa comune? Immigrazione? Scusate, chi cazzo sta trattando al riguardo a nome dell’Italia? Avete notato come, da almeno due mesi, nessuno casualmente ci caghi più, del tutto? Questione siriana, iraniana, riforme comunitarie, Brexit, budget: Roma conta zero, nemmeno interpellata. O, in caso contrario, interpellata per ottenere un sì di default, visto che Paolo Gentiloni non è uomo da alzate d’ingegno, né d’orgoglio. Cosa voleva dire Sergio Mattarella stamattina a Firenze, solo una messa in guardia – magari per evitare di trovare nomi ritenuti “impresentabili” nella lista dei papabili ministri che gli verrà sottoposta lunedì – oppure una presa d’atto per il Paese e la sua classe politica, più che per i due prescelti? Ovvero, è già tutto deciso su come andranno le cose. Opporsi può voler dire solo una cosa: farsi male. Quindi, fidatevi di me, quando vi dirò di stare calmi di fronte al disastro politico in arrivo, all’apparente caos che invece porta con sé il massimo rivendicabile di ordine desiderato.

Nel contempo, a Francoforte la BCE pubblicava il suo bollettino mensile e parlava chiaro: i rischi al ribasso continuano ad aumentare, servono ancora ampi stimoli monetari. Come dire, col cazzo che il QE finirà a settembre. Eppure, Borse morte. O, come Piazza Affari, in calo. E se Di Maio e Salvini fossero solo l’accelerante di un incendio doloso necessario a questa e ad altre misure emergenziali, stante la crisi imminente? Così come Donald Trump diverrà il capro espiatorio, a causa della sua politica fiscale e della guerra commerciale innescata (mentre la scelta folle della FED che sta già scassando i mercati emergenti con il dollaro in rafforzamento, quella va bene, visto che il primo risultato di far commissariare l’Argentina in mano al massone Mauricio Macri dall’FMI è stato raggiunto), del tonfo prossimo venturo – il de-risking senza precedente operato a marzo e reso noto ieri da Bridgewater sulle equities dovrebbe far riflettere -, così il dinamico duo si presta alla perfezione per agitare il ventre molle, indebitato ma too big to fail dell’Unione, operazione già riuscita a meraviglia nel 2011, d’altronde.

Davvero pensate che uno come Silvio Belrusconi ceda senza combattere, solo dietro “compenso” dell’addio alla legge sul conflitto d’interesse e a qualche presidenza di sotto-commissione per i suoi? Davvero pensate che Giovanni Toti – ho detto Giovanni Toti, non Henry Kissinger – e la sua moral suasion siano alla base del passo indietro o di lato, come preferite, del Cavaliere? E pensate davvero che l’atteggiamento irrituale del Quirinale – dai continui rimandi, alle consultazioni bloccate e a tempo con i presidenti di Camera e Senato, fino alla minaccia di un “governo neutrale” che non è mai esistito come ipotesi reale – siano solo frutto dello spiazzamento di Sergio Mattarella di fronte al risultato del 4 marzo, un’impasse senza vincitori reali ma con due vincenti da premiare in qualche modo? Sergio Mattarella non è un tecnico, né un quarantenne alla scoperta del potere: è siciliano e scuola DC e i palazzi del potere, come le loro dinamiche, li conosce molto bene.

Dissimulare, a volte, è l’arma più efficace e letale, molto più delle grida, delle minacce e degli insulti. Carl Schmitt, un altro che il potere un po’ lo conosceva, affermava che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. E noi stiamo vivendo in tempi d’eccezione per antonomasia: dubito, con tutto il rispetto per loro e il loro elettorato, che saranno Matteo Salvini e Luigi Di Maio a decidere dello stato d’eccezione dell’Italia. Men che meno, dell’Europa in cerca di nuovi assetti che la Merkel ha prefigurato ad Aquisgrana. E visti chi sono i referenti Oltreoceano della Cancelliera e di Macron, la guerra di nervi con Trump non appare ai miei occhi come un’ormai insperata reazione d’orgoglio e indipendenza europea. Bensì come un’agenda proxy, in vista delle elezioni di mid-term. E della crisi in arrivo. “O si chiude trovando un accordo che vada bene a tutti o si torna al voto”, ha dichiarato oggi all’ora di pranzo Matteo Salvini, dopo un primo incontro con Luigi Di Maio. Che abbia fiutato l’aria? O, più semplicemente, promettere è più facile che mantenere e nemmeno lui si attendeva di doverlo fare davvero? Attenti a ciò che desiderate, potreste averlo.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

Shares
Grazie per avere votato! Ora dillo a tutto il mondo via Twitter!
Come ti senti dopo avere letto questo post?
  • Eccitato
  • Affascinato
  • Divertito
  • Annoiato
  • Triste
  • Arrabbiato

RC Twitter

Licenza

Creative Commons License Eccetto dove diversamente specificato, i contenuti di questo sito sono rilasciati sotto Licenza Creative Commons Attribuzione 2.5. In particolare la pubblicazione degli articoli e l'utilizzo delle stessi è possibile solo indicando con link attivo l'indirizzo di questo blog (www.rischiocalcolato.it) oppure il link attivo dieretto all'articolo utilizzato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi