Voilà, Putin ora fa lingua in bocca con Netanyahu e a Parigi spunta fuori di colpo il jihadista ceceno

Di Mauro Bottarelli , il - 131 commenti


Radicalizzato. Schedato. Al momento, però, non si hanno notizie di patologie psichiatriche. In compenso, l’attentatore che ha colpito ieri sera nella zona della movida parigina, vicino all’Opèra, viene descritto così da un testimone oculare dell’accaduto: “Era trasandato, colpiva all’impazzata. Sembrava drogato”. Sembrava. Ma c’è dell’altro, perché dopo aver menato fendenti che hanno ucciso una persona e ferito altre quattro, trovatosi circondato dalla polizia, il lupo solitario avrebbe dichiarato quanto segue: “Ammazzatemi o vi ammazzo”. Bum bum, freddato. Versione che cozza con quella ufficiale, in base alla quale dopo l’intimazione di arresto, il giovane attentatore si sarebbe scagliato con violenza contro i poliziotti, non lasciando loro altra alternativa che ucciderlo. Sparare a una gamba o a una spalla, pareva brutto: due colpi secchi e via, ammazzato. E fin qui, siamo nella normalità per i presunti “attentati” compiuti in Francia, talmente pieni di coincidenze e strane anomalie da essere ormai un genere a sé stante, come il fantasy o i film drammatici.

Ma ecco che salta fuori la grande novità, la new entry assoluta. Non si tratta di un immigrato maghrebino di seconda o terza generazione, cittadino francese e radicalizzato, magari in galera dopo una vita di criminalità nelle banlieau: no, si tratta di un ceceno. Per l’esattezza di Khamzat Azimov, 21 anni, anch’esso cittadino francese e noto alle forze di sicurezza per la sua estremizzazione, tanto da essere schedato con la mitica “Fiche S”. Prima di lanciarsi contro la folla del sabato sera, avrebbe gridato “Allah Akbar”, ha confermato il procuratore capo di Parigi, Francois Molins. E se la sua parola non fosse sufficiente a suffragare la matrice terroristica del gesto, ecco che a stretto giro di posta l’ISIS ha rivendicato l’attacco, definendo il giovane ceceno un suo soldato. Ora, non ci fosse di mezzo un morto e quattro feriti, l’intera vicenda meriterebbe un trattamento stile Ajeje Brazov di “Tre uomini e una gamba” ma qui la faccenda si fa più seria di quanto l’epilogo possa far apparire. E non solo per il contesto in cui è maturata a livello interno ma, cosa ben peggiore, internazionale. Guardate qui,


sono “Il Foglio” e il “Wall Street Journal” di ieri: cos’hanno in comune? La psicosi iraniana, di colpo divenuta sostituta della russofobia. Avete notato che da quando la Russia sembra aver preso le distanze da Teheran, il Russiagate pare essersi sgonfiato come un sufflè venuto male? Robert Mueller, fino alla scorsa settimana una sorta di Antonio Di Pietro globale, non fa più notizia, sparito come Massimo Ciavarro dopo i fasti degli anni Ottanta. Di più, da quando la scorsa settimana Bibi Netanyahu ha assistito alla parata per il Giorno della Vittoria a Mosca in compagnia di Vladimir Putin, la Russia è meno stronza di default. Tanto che la sera stessa, lo stesso premier israeliano ha dato il via libera a un raid su obiettivi iraniani in Siria senza che il Cremlino avesse alcunché da obiettare, pur essendo stato avvisato in anticipo. Insomma, super-amici. Chissà che l’addio di Serghei Lavrov al ministero degli Esteri non abbia a che fare con certe capriole, piuttosto che con la voglia di pensione e di andare a pescare o giocare con i nipotini.

La tesi sostenuta dal “Foglio” nel suo articolo è abbastanza chiara: il problema ora è l’espansionismo iraniano in Medio Oriente, un qualcosa che starebbe cominciando a preoccupare anche Vladimir Putin, interessato tanto alla lotta all’ISIS quanto alla stabilizzazione di quell’area, avendoci messo radici. E pare che a Tel Aviv la cosa non dispiaccia, anzi. C’è solo una condizione per continuare ad essere super-amici e, magari, accettare anche un ruolo maggiore di Mosca nell’area e nel Mediterraneo: bloccare Teheran. Nella fattispecie, bloccarne l’eccessivo attivismo in Siria. Di qui, quello che “Il Foglio” definisce il voltafaccia russo verso gli iraniani, in attesa che anche Assad capisca l’antifona e si garantisca una bella assicurazione sulla vita, tagliando i ponti con gli iraniani. Insomma, Israele non vuole un Libano 2.0, avendone già uno alle porte che ha appena consegnato le chiavi del comando politico ad Hezbollah, di fatto rinsaldando il ruolo proxy di Beirut per la politica iraniana nell’area. E’ questo il prezzo della pace (e della presenza russa)? Può essere. E pare un prezzo che Mosca sia pronta a pagare, ovviamente con una certa diplomazia necessaria.

Attorno alla nuova liaison fra Mosca e Tel Aviv sono sorte varie leggende metropolitane e varie interpretazioni dei fatti, in primis quella che vedrebbe la Russia talmente avanti nel patto con Israele da aver bloccato la vendita di batterie anti-aeree S-300 alla Siria come gesto di buona volontà, soprattutto nei confronti dei caccia israeliani in gita. Non so se sia così, Mosca ha ovviamente smentito con sdegno, mentre i circoli atlantisti ovviamente sposano la tesi e la fanno rimbalzare come segnale ai naviganti in direzione Teheran. Una cosa è certa, l’accerchiamento degli ayatollah sta diventando globale e pericoloso: e se questo grafico

ci mostra – stando ai risultati di un sondaggio condotto da Statista la scorsa settimana – come in realtà negli USA l’accordo sul nucleare con l’Iran non abbia mai goduto di un supporto come quello attuale, la prima pagina del quotidiano della comunità finanziaria è altrettanto chiara. Così come questo grafico,

già proposto nel mio articolo di ieri: certo, il prezzo del petrolio in salita potrebbe costringere la FED ad alzare ancora i tassi, mettendo tutti ulteriormente nella merda ma una scusa per rinviare i ritocchi del costo del denaro si trova sempre, mentre un bel salto in alto del prezzo del greggio è manna per tanti, tantissimi protagonisti. Russia compresa. E Arabia Saudita in testa, forte della sua IPO su Aramco che fa salivare come cani di Pavlov mezzo mondo. Ironia della sorte ma anche involontaria concessione alla verità, l’altro titolo forte del “Wall Street Journal” è anch’esso dedicato all’arte manipolatoria, essendo riferito al ruolo dei buybacks sul mercato azionario da record: il diavolo fa le pentole, a volte anche i coperchi ma dimentica spesso le presine. E titoli del genere, se si leggono i giornali con le lenti giuste, sono altrettante scottature della credibilità residua dei media.

Insomma, Teheran va tolta dai coglioni, sia a livello di export petrolifero, sia a livello di influenza geopolitica in Medio Oriente. Cosa dirà la Cina al riguardo? Questa, a mio avviso, resta l’unica, vera incognita. Di certo c’è che, casualmente, il pazzo ad orologeria che ormai segna l’ora della Francia post-Bataclan, questa volta è ceceno, quindi al mondo deve passare il messaggio che se un domani Vladimir Putin dovesse usare il pugno di ferro nel Caucaso o in patria, lo farà non per necessità di blindare ulteriormente il potere – magari in vista di tempi bui, quando la nuova crisi economica colpirà – ma per il bene supremo della lotta al terrorismo. Lo stesso che tutto giustifica e tutto perdona e fa perdonare. Lo stesso che sabato notte, poco dopo l’attacco parigino, ha armato la mano di Emmanuel Macron su Twitter:


la Francia non arretra di un millimetro nella sua lotta in difesa della libertà. Sottinteso, contro il terrorismo. E in cosa si è sostanziata, ultimamente, questa ferrea volontà transalpina? Nel raid contro Assad come rappresaglia per la false flag con agenti chimici a Douma. Insomma, ISIS e Francia hanno lo stesso nemico: Assad, il suo regime. E i suoi alleati. Fra cui l’Iran. Come mai, allora, l’ISIS attacca Parigi? Proprio in questo momento, poi? Momento che vede l’ultimo sondaggio condotto da “Le Monde” confermare come due francesi su tre vedano gli scioperi sempre più a oltranza e sempre più selvaggi dei sindacati dei ferrovieri come “la difesa corporativa dei privilegi anacronistici di una casta”. Insomma, il giornale della gauche caviar certifica come la riforma di Macron, almeno per quel settore, non sia invisa all’opinione pubblica, stanca di disagi e paralisi.

Eppure, al contempo i sondaggi riguardo la popolarità di Macron non risalgono. Anzi. Stando a “Le Parisien”, un quasi identico numero di francesi – il 59% – a solo un anno dall’insediamento all’Eliseo, è già stanco di Emmanuel Macron e non lo rivorrebbe nel 2022. Con la riforma costituzionale impantanata, l’asse con la Germania ormai sempre più debole e retto da interessi in contrasto, il rapporto con la Casa Bianca basato sugli umori del bipolare di Pennsylvania Avenue, l’ultima cosa di cui ha bisogno il presidente è un Paese che si pone delle domande. E che, magari, è così libero da mandare a fare in culo sia i sindacati (e con essi la sinistra alla Melanchon che continua a difenderli a spada tratta), compresi quelli di Air France, che Emmanuel Macron, ponendo non poco in difficoltà i piani di Jacques Attali e dei suoi referenti d’Oltreoceano per trasformare il Paese più socialista e conservatore d’Europa nell’avanguardia della flessibilità e del riformismo di Stato, un qualcosa che necessita controllo sociale, prima ancora che leva economica. La paura permanente torna ancora in auge, extrema ratio di tempi instabili ed equilibri che mutano con la rapidità di un temporale estivo? Una cosa è certa, sottovalutare la reazione di un eventuale isolamento totale dell’Iran, è folle. Farlo scientemente e senza calcolare il fall-out nei rapporti con la Cina, in primis a livello geopolitico, addirittura suicida.

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