Il tappeto della propaganda globale non nasconde più l’immondizia dei mercati: chi verrà sacrificato?

Di Mauro Bottarelli , il - 113 commenti


Non so nemmeno per quale ragione ancora si celebrino liturgie inutili come i G7. Fate caso alla quantità di volte in cui questi simposi sono terminati in un nulla di fatto e metteteli in relazione alle spese folli che comportano, in primis a livello di sicurezza per i partecipanti (siamo nell’epoca del terrore permanente, d’altronde). Quello che si apre oggi in Canada non fa differenza. Anzi, sancirà la rottura definitiva di ogni approccio multipolare e ci trasporterà, di fatto, in un ordine mondiale nuovo: piaccia o meno, sotto la presidenza Trump l’America si è quantomeno scrostata di dosso la patina ipocrita delle amministrazioni democratiche, da Clinton a Obama e ha onestamente mostrato il proprio volto. Quello di un marchese del Grillo con il cappello da cowboy: noi siamo noi e voi non siete un cazzo.

Il presidente USA, poi, ci metterà il carico da novanta, abbandonando prima il meeting come si lascia con una scusa nemmeno troppo ben congegnata una festa di matrimonio cui non si voleva partecipare da principio: il vertice del 12 giugno con Kim Jong-un incombe e fra le priorità dell’inquilino della Casa Bianca ricopre un livello molto maggiore che i presunti destini del mondo. Ha detto bene Vladimir Putin: “Perché li chiamate dazi? In realtà, sono sanzioni”. E c’è poco da obiettare, lo sono eccome. Il mondo – UE in testa – vive in regime sanzionatorio USA per i suoi errori e le sue scivolate fuori linea. Volete Nord Stream 2? Dazi su acciaio e alluminio. Volete continuare a fare affari con l’Iran? Sanzioni contro le aziende, tanto che la Saras dei Moratti ha già detto che porrà fine al suo import da Teheran “per evitare problemi”. E lo faranno anche altri, statene certi. La Russia? Le sanzioni non si toccano, ne saprà qualcosa Giuseppe Conte, al suo esordio internazionale.

Formalmente, un caos: mai come questo G7, un vertice internazionale sancisce l’isolazionismo statunitense e, in contemporanea, il suo interventismo multipolare. Insomma, Washington si fa i cazzi suoi ma vuole continuare a fare anche quelli altrui. Nulla di nuovo ma oggi ti viene detto in faccia, ancorché con una bella pacca sulla spalla. D’altronde, con un’Europa mai come oggi debole (nei suoi leader) e in ordine sparso (rispetto alle risposte da dare ma anche agli interessi da preservare), il gioco appare decisamente facilitato per Washington. Ma c’è una riunione che, al netto dei clamori mediatici, conta molto più di quella che si sta tenendo in Canada: quella quasi contemporanea di FED e BCE, attese fra mercoledì e giovedì prossimi. Perché per quanto sia la politica a dare il ritmo alle politiche commerciali di scontro, è la moneta a mostrarci la direzione in cui saremo chiamati a ballare.

La questione della Federal Reserve appare lo specchio perfetto della politica della Casa Bianca, semplice e speculare: alzo o meno ancora i tassi, spedendo mezzo mondo nei guai più di quanto non sia? Questo grafico

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spiega la questione in maniera chiara, al netto di governi che continuano a indebitarsi fino al collo in dollari, salvo precipitare ciclicamente in crisi di finanziamento e servizio di quel debito: per finanziare il budget tutto a deficit della Casa Bianca per il 2019 e la riforma fiscale, la FED dovrà emettere debito con il badile, drenando proprio quei dollari dal sistema necessari al finanziamento. Sintesi: una margin call globale sul biglietto verde, una crisi di sete da collaterale molto simile al 2008. Ma a rendere le decisioni dell’istituto guidato da Jerome Powell ancora più dirimenti, ci pensa questo altro grafico,

decisamente più preoccupante: in ossequio proprio alle distorsioni da stimolo monetario e alla compressione degli spread, oggi il differenziale di rendimento fra bond investment grade e junk è a un livello che ricorda drammaticamente la bolla dell’ottobre 1997 e quella pre-Lehman del giugno 2007: insomma, picco del ciclo. Cosa arrivi dopo pare intuitivo, anche non conoscendo la storia. Peccato che a fare la differenza con il passato sia il grado di leverage globale sui sia sottoposto il mercato. Questi grafici



mettono la situazione in prospettiva, anticipando di fatto il rischio di una catena di default senza precedenti. D’altronde, i numeri parlano chiaro: dal 2009 in poi, il livello di società non finanziarie con rating “junk” è salito del 58% e rappresenta oggi qualcosa come 3,7 trilioni di debito, un livello mai raggiunto, di cui il 40% – circa 2 trilioni – con rating B1 o più basso. In parole povere, carta da parati. Anzi, igienica. E parzialmente usata. Mettendo la questione in prospettiva, dal 2009 il debito corporate USA è salito del 49%, raggiungendo un livello record di 8,8 trilioni. Ma, questo altro grafico,

ci mostra come – casualmente – lo scorso maggio, periodo storicamente molto attivo per il mercato del debito junk USA, le emissioni di obbligazioni spazzatura negli Stati Uniti abbiano segnato uno scarso 15,3 miliardi di dollari di controvalore, il volume più basso da maggio 2010, in periodo pienamente recessivo. E cosa ancora peggiore, eccola qui:


la maggior parte di quel debito malato è stata usata per mantenere in vita e in rally gli indici azionari attraverso i buybacks corporate, garantiti proprio dalla politica onnivora delle Banche centrali, in questo caso la FED chiamata a decidere quale grado di destabilizzazione infliggere al sistema con la sua politica di falsa normalizzazione monetaria, a fronte di un’economia che taroccata nei numeri e in fase di picco pre-recessivo. Chi ce lo dice? Il prezzo del petrolio e la chiusura in massa di posizioni long compiuta in queste settimane dagli hedge fund, dopo che proprio l’ammasso di posizioni rialziste da inizio anno aveva portato i prezzi del barile al massimo dal 2014 nel mese di maggio. Questi grafici


mettono a loro volta la questione in prospettiva: serve mantenere basso il prezzo del greggio, in primis per strangolare economicamente l’Iran e, in secondo luogo, per evitare che un apprezzamento e una stabilizzazione delle valutazioni sopra i 90 dollari operino da detonatore della nuova crisi, attraverso le tonnellate di merda presenti proprio nel comparto del debito energetico. E guarda qui,
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cosa salta fuori: non vi ricorda la svendita del film “Margin call” in ossequio al motto, “sii più furbo, sii il primo o imbroglia”? Perché Deutsche Bank, mentre getta ufficialmente fumo negli occhi a mercati e opinione pubblica ritirando fuori la ritrita ipotesi di fusione con Commerzbank, vuole nei fatti scaricare tutto il suo book di debito legato al comparto energetico non-investment grade, pari a circa 3 miliardi di dollari di controvalore, entro fine mese in quella che appare un “fire sale” verso le controparti statunitensi interessate?

Forse la realtà sta superando la fiction del film, forse il gigante dai piedi d’argilla tedesco vuole operare “per primo”, vuole essere l’elemento scatenante di una crisi estiva che servirà a rimandare ancora per un po’ il redde rationem sui grandi numeri, quelli sistemici che vi ho appena mostrato? E’ questo il prezzo che la Germania deve pagare al suo essersi ribellata un po’ troppo agli ordini del padrone, dal “no” ai raid contro Assad al riavvicinamento con Mosca sul Nord Stream 2? Sarà per questo che, l’altro giorno in sede NATO, Angela Merkel è parsa – di colpo – tornata più neo-con di John McCain sulla questione delle sanzioni contro Mosca e della partecipazione della stessa all’ex G8?

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E attenzione, perché per finire mancava il detonatore nascosto, quello silenzioso di cui nessuno parla e che invece potrebbe fare danni inenarrabili. Eccolo qua,



rappresentato in maniera plastica: non solo la stretta delle autorità cinesi sullo shadow banking sta portando centinaia di emittenti junk ad affrontare sempre maggiori difficolta di finanziamento della loro merda messa in circolazione ma, esattamente come negli USA per debito corporate, lo spread fra debito AA- e AAA sulla scadenza dei 3 anni è esploso fino agli attuali 225 punti base, aumentando di 72 bps dallo scorso marzo, il massimo da agosto 2016. Il tutto con le aziende cinesi che nella seconda metà di quest’anno devono ripagare qualcosa come 2,7 trilioni di yuan sui loro bond inshore e offshore, oltre ad altri 3,3 trilioni di yuan in prodotti “assicurativi” e di gestione del risparmio che vanno a maturazione entro il 2019. Dove cazzo troveranno i soldi per rifinanziare tutto questo?

Insomma, non solo la Cina non opera più da bancomat globale attraverso l’impulso creditizio garantito dalla onnipotente (e, soprattutto, senza restrizioni politiche) Banca centrale (PBOC) – il quale ha sostituito lo stimolo della FED, garantendo a quest’ultima la possibilità di operare la farsa del rialzo dei tassi e di vendere la balla dell’economia che scoppia di salute – ma sta scherzando con il fuoco di una potenziale catena di default corporate, pur di purgare un sistema in indigestione da credito allegro (e malato). Bene signori, la situazione è questa. E giovedì a Riga, Mario Draghi sarà chiamato a fornire (e comunicare, di grazia) la soluzione europea a questo sommo casino, gentile omaggio delle Banche centrali e della loro pianificazione da diluvio monetario. Altrimenti, salta il tappo. Capite perché il G7 e i suoi falsi problemi, non contano un beato cazzo?

Serve un casus belli, serio e rapido, per tornare in modalità stamperia. Altrimenti, solo i forti sopravviveranno. Che dite, l’Italia all’interno dell’eurozona ce la farà? O sarà l’agnello sacrificale scelto per poter calciare ancora un po’ in avanti il barattolo? In compenso, capite perché tanto clamore attorno al meeting fra Donald Trump e Kim Jong-un, nonostante il farsesco corollario che lo contorna fin dall’inizio? Cosa finirà sulle prime pagine dei giornali e nei servizi di apertura dei notiziari, l’incontro che sancirà una pace storica o le decisioni della FED? Pop-corn per tutti. A vagonate.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli

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