Iniziativa Moneta Intera in Svizzera: riflessioni finali

Di Lo Ierofante , il - 7 commenti

 

 

 

Gerardo Gaita

 

 

 

Il referendum svizzero del 10 giugno 2018 “Per soldi a prova di crisi: emissione di moneta riservata alla Banca nazionale! (Iniziativa Moneta intera)” ha visto la netta vittoria dei no.

La vittoria dei sì avrebbe dovuto decretare l’eliminazione dell’attività bancaria con riserva frazionaria, cioè quel processo per cui le banche commerciali detengono solo una parte del denaro che deve ai depositanti a vista.

In tal modo, le banche commerciali avrebbero potuto prestare solo i fondi ricevuti direttamente dalla banca centrale, quelli ottenuti emettendo obbligazioni, quelli dei depositi vincolati a lungo termine e quelli conseguiti incrementando il capitale di rischio, in rapporto sempre di uno ad uno.

Di fatto, sarebbe quindi stata almeno in larga parte la banca centrale svizzera, prestando fondi alle banche commerciali, a determinare in ogni momento la quantità esatta di credito da erogare.

In base a quanto, nell’era attuale, in cui sulla moneta vige un regime di corso legale stabilito in linea di principio, cioè un monopolio sull’emissione monetaria, a cui va aggiunto un assoluto corso forzoso, l’azzeramento del moltiplicatore dei depositi a vista per le banche commerciali non avrebbe cancellato per le banca centrale la possibilità di poter generare prestiti a costi, in genere, nulli o poco significanti.

Di conseguenza, l’imporre una riserva del 100 per cento sui depositi a vista, azzerando il moltiplicatore dei depositi a vista per le banche commerciali, non è sufficiente a prevenire fenomeni di ciclo economico.

Scoordinamenti di tipo intertemporale – quelli alla base di un fenomeno di ciclo economico, detti anche scoordinamenti quantitativi – diventano tanto più probabili quanto più i costi di creazione e mantenimento delle riserve liquide crescono in maniera meno che proporzionale rispetto all’ampliarsi del credito e, al tal riguardo, un regime in cui vige un corso legale stabilito in linea di principio a cui va aggiunto un assoluto corso forzoso è il contesto più ideale per promuovere questo squilibrio, indipendentemente dal fatto che alle banche commerciali sia riservata o meno la prerogativa dell’attività a riserva frazionaria.

Sotto il punto di vista dell’assicurare una crescita economica costante ma senza frequenti recessioni o depressioni, l’iniziativa Moneta Intera, se fosse passata, non apportava pertanto alcun miglioramento di sistema, ma anzi addirittura avrebbe apportato un certo grado di peggioramento, dato che la concessione del credito sarebbe stata affidata almeno in larga parte alla banca centrale i cui responsabili, occorre ricordare, dipendono direttamente dai governi.

Inoltre, il successo dell’iniziativa Moneta Intera avrebbe introdotto nuove possibilità per scoordinamenti intratemporali – detti anche scoordinamenti qualitativi, cioè discrepanze a livello orizzontale della struttura della produzione fra la distribuzione della domanda di beni e servizi di consumo e l’assegnazione del lavoro e altre risorse produttive necessarie a produrli – dato che avrebbe concesso alla banca centrale svizzera la possibilità di mettere in circolazione denaro di nuova emissione “non gravato da debito”, tramite la Confederazione, i Cantoni oppure tramite la distribuzione diretta ai cittadini.

In ultimo, con il successo dell’iniziativa Moneta Intera, i depositi a vista dei clienti delle banche commerciali sarebbero caduti sotto il diretto controllo della banca centrale.

Tuttavia, in tal senso, l’eliminazione dell’attività bancaria a riserva frazionaria non avrebbe aggiunto, in realtà, alcuna garanzia in più ai clienti delle banche commerciali: in un regime di monopolio di emissione senza alcun vincolo neanche di convertibilità, la banca centrale può infatti garantire sempre la liquidità necessaria al sistema, anche in caso di dissesto delle banche commerciali e indipendentemente dal fatto che sussista o meno attività bancaria a riserva frazionaria.

Ovviamente, in ogni caso la banca centrale può garantire a tutti i depositanti il recupero dei propri depositi, ma non può anche garantire che il potere d’acquisto delle unità monetarie che sono state ritirate dai corrispondenti depositi non sia inferiore a quello che avevano al momento della consegna dei depositi.

Come già infatti in precedenza osservato, processi inflazionistici possono essere posti in essere tanto in presenza quanto in assenza di attività bancaria a riserva frazionaria e nemmeno l’intensità di questi processi dipende automaticamente dalla presenza o dall’assenza di tale attività.

Non esiste processo inflazionistico che non sia causato da un’eccedenza di offerta di mezzi di pagamento rispetto alla loro domanda non corretta tempestivamente da un meccanismo di compensazione interbancaria.

Nell’era in cui sulla moneta vige un regime di corso legale stabilito in linea di principio, cioè un monopolio sull’emissione monetaria, a cui si aggiunge un assoluto corso forzoso, il problema è quindi che il costo di creazione e mantenimento delle riserve liquide è praticamente nullo o poco significante rispetto al potere d’acquisto dei mezzi fiduciari di pagamento messi a disposizione degli operatori.

In questo regime, può essere pertanto frequente assistere ad un processo non corretto tempestivamente di eccedenza dell’offerta di mezzi di pagamento rispetto alla loro domanda – e quindi inflazionistico – e la sola eliminazione dell’attività bancaria con riserva frazionaria non riduce, sotto l’ottica di sistema, le possibilità che si possa verificare tale processo.

Detto quanto, l’attività a riserva frazionaria, se svolta con un grado di moltiplicazione dei depositi a vista adeguato, serve invece a prevenire che lo squilibrio opposto, cioè quello di una domanda di mezzi di pagamento superiore all’offerta, venga necessariamente aggiustato tramite un processo di variazione al ribasso dei prezzi e questo è un fattore positivo.

Tale aggiustamento di variazione al ribasso dei prezzi avviene in tempi tanto più lunghi quanto più alcuni prezzi resistono alla pressione verso il basso e ciò significa che l’aggiustamento può richiedere tempi anche molto lunghi.

In tal senso, Carl Menger, fondatore vero e proprio della scuola austriaca di economia, sosteneva che se si preserva la libertà di scelta da parte degli operatori, l’attività bancaria a riserva frazionaria, che pure inizialmente aumenta la circolazione monetaria, non assume carattere inflazionistico, ma serve ad estendere e intensificare l’economia monetaria e ciò alla fine produce un aumento della domanda di moneta.

In altre parole, una volta abolito il monopolio statale sull’emissione monetaria e stabilito un regime che opera in condizioni di libera concorrenza, le imprese bancarie private, per Menger, avrebbero regolato al meglio non solo gli eccessi ma anche le insufficienze della circolazione monetaria.

In conclusione, quello che con certezza si può quindi affermare, è che senza alcun tipo di garanzia statale il sistema bancario – sempre se consentito dalla legislazione vigente – tenderà ad avvalersi dell’attività bancaria a riserva frazionaria in modo molto cautelativo.

Senza infatti alcun tipo di garanzia statale alle spalle i costi di creazione e mantenimento delle riserve liquide crescerebbero in maniera almeno proporzionale rispetto all’ampliarsi del credito.

Ciò quantomeno minimizzerebbe le possibilità che si possano verificare non solo fenomeni di ciclo economico, ma anche discrepanze a livello orizzontale della struttura della produzione fra la distribuzione della domanda di beni e servizi di consumo e l’assegnazione del lavoro e altre risorse produttive necessarie a produrli e, allo stesso tempo, poter avvalersi – in modo che sarà tendenzialmente molto cautelativo – anche dell’attività bancaria a riserva frazionaria permetterebbe di poter affrontare al meglio anche le eventuali insufficienze di circolazione monetaria che dovessero emergere.

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