L’ennesima crisi finanziaria in Argentina


di Daniel Lacalle & Joseph T. Salerno

Quando viaggio in Argentina, sento spesso dai politici locali che il cuneo fiscale deve essere aumentato perché “le entrate sono insufficienti”.

La prima domanda che mi viene in mente è cosa significhi “insufficiente”. Il problema del deficit fiscale argentino non è stato generato da un basso carico fiscale, ma da uno troppo alto.

Il Global Competitiveness Report del World Economic Forum 2017-2018 mostra che l’Argentina ricopre la posizione 92 tra i 138 Paesi analizzati. L’aspetto più preoccupante è che il carico fiscale dell’Argentina è il più alto tra le 138 economie.

Tra il 2002 e il 2017 la pressione fiscale del Paese è aumentata di oltre 10 punti di PIL, mentre l’inflazione è aumentata vertiginosamente.

Questi due fattori, inflazione e alta tassazione, incidono negativamente sulla competitività e sulla facilità di attrarre capitali, investire e creare posti di lavoro, relegando una nazione dal potenziale enorme, come l’Argentina, nelle posizioni finali dell’indice del World Economic Forum, quando invece potrebbe essere in cima.

Inflazione eccessiva e tasse elevate sono due fattori quasi identici che nascondono una spesa pubblica eccessiva, la quale ha frenato l’attività economica. La spesa pubblica consolidata ha raggiunto il 47.9% del PIL nel 2016, una cifra chiaramente sproporzionata. Anche se consideriamo la spesa pubblica primaria, cioè escludendo il costo del debito, essa è raddoppiata tra il 2002 e il 2017.

Secondo il Ministero del Lavoro, l’occupazione pubblica rappresenta oltre l’11% del budget e solo due province hanno una percentuale di occupazione pubblica inferiore al 30% del totale. Se prendiamo tutte le province, sette hanno una forza lavoro nel settore pubblico che supera quella privata — tra il 51% e il 69% — e oltre il 65% delle province ha una percentuale di occupazione pubblica che supera il 40% del totale. Il Ministero del Lavoro stima oltre 3.5 milioni di posti di lavoro nelle amministrazioni nazionali, provinciali e municipali, una cifra che è aumentata del 60% dal 2002.

Non è esclusivamente un problema di impiego pubblico. Le tre voci che hanno visto il maggiore aumento nella spesa pubblica tra il 2002 e il 2017 sono salari, previdenza sociale e sussidi al settore privato, secondo il Ministero delle Finanze. Questa terza voce è molto importante.

L’Argentina ha alimentato un modello economico che ha aumentato in modo sproporzionato il carico fiscale sui settori più produttivi per sovvenzionare i settori a più bassa produttività e pagare il massiccio aumento dell’occupazione pubblica. Cioè, è un modello fiscale che scoraggia gli investimenti privati ​​non sovvenzionati e incoraggia i settori in cerca di privilegi. Pertanto non sorprende se l’aumento della produttività sia molto basso e se le entrate fiscali non migliorino, spingendo i deficit più in alto attraverso spese elevate ed entrate inferiori.

Poiché le entrate sono insufficienti e gli afflussi di capitali si deteriorano, il divario viene finanziato attraverso la repressione fiscale e monetaria — stampando denaro per pagare le spese del settore pubblico — cosa che danneggia settori altamente produttivi, scoraggia l’attività privata e riduce gli investimenti a lungo termine. E non è qualcosa che può essere risolto con aumenti delle tasse.

Se guardiamo alle economie europee, possiamo vedere come gli aumenti delle tasse non solo non abbiano risolto i deficit fiscali, ma hanno generato un ritardo nell’uscita dalla crisi, aumentando anche l’indebitamento. I deficit sono stati ridotti, ma non abbastanza, e il debito pubblico supera l’89% del PIL. Uno studio del Centro per la Ricerca Economica Europea (ZEW) avverte del rischio di perdita di investimenti nell’Unione Europea se si persevera con una tassazione non competitiva e predatoria in cui le imprese e i cittadini pagano fino al 40% del loro reddito in tasse dirette ed indirette.

Le soluzioni che sono state imposte nella maggior parte delle economie sviluppate sono fallite proprio perché implementano un modello estrattivo che penalizza gli investimenti e i settori più produttivi per sostenere un’eccessiva spesa pubblica.

Se guardiamo alla tendenza globale, gli Stati Uniti mostrano che una fiscalità attraente, orientata alla crescita, genera più occupazione e maggiori investimenti. L’Argentina, con il carico fiscale più elevato in America Latina, subisce un effetto negativo e cumulativo: i settori che dipendono da sussidi ed entrate fiscali diventano un peso per la società, e gli investimenti produttivi e l’occupazione privata ne soffrono.

Tutti questi squilibri vengono mantenuti dalla liquidità in eccesso e dai bassi tassi d’interesse. Ma quest fattori esterni alla fine cambiano, e quando accade, accade improvvisamente.

La tassazione in Argentina dovrebbe mirare a migliorare le basi imponibili e ad aumentare gli investimenti produttivi e l’occupazione privata, valutando al tempo stesso le spese per renderle sostenibili. In caso contrario, il futuro adeguamento sarà molto più doloroso di quanto immaginiamo.

La scorsa settimana l’Argentina ha sofferto per l’ennesima “crisi della valuta”. Il peso argentino (ARS) si è deprezzato del 9% rispetto al dollaro statunitense (USD), passando da circa 20.50 ARS per USD a 22.25 USD. Per arginare lo slittamento del peso, la banca centrale argentina ha aumentato il suo tasso d’interesse target (il tasso di riferimento repo a 7 giorni) dal 30.5% al ​​40% in due giorni consecutivi. Ciò è avvenuto in seguito ad un aumento dei tassi di 3 punti percentuali la settimana precedente, durante il quale la banca ha anche venduto $5 miliardi di riserve. La banca centrale ha anche annunciato che avrebbe utilizzato “tutti gli strumenti a sua disposizione” per ridurre l’inflazione — che si è attestata al 25% anno/anno a marzo — al suo target: 15%. I politici hanno preso atto del fatto che il Ministro delle Finanze ha dichiarato in una conferenza stampa che il governo aveva tagliato il suo obiettivo per il deficit di bilancio dal 3.2% al 2.3% del PIL.

A seguito di queste mosse politiche, il peso ha cessato il suo declino e ha recuperato l’1.7% del suo valore rispetto al dollaro USA. Per ora, i mercati si sono calmati e, secondo i commentatori nei media e gli analisti finanziari (qui, qui e qui), la crisi è stata (almeno temporaneamente) risolta. Come ho sottolineato in un post precedente, il deprezzamento del peso non è una crisi di per sé che richiede un trattamento correttivo. Una crisi della valuta è un segnale di avvertimento salutare, come quando il termometro ci segnala la presenza di febbre. La vendita di riserve e l’inversione dei flussi di capitale a breve termine, aumentando i tassi d’interesse per sopprimere l’aumento dei prezzi delle valute estere, equivale ad immergere il termometro in acqua ghiacciata, cosa che non fa assolutamente nulla per affrontare la malattia di base del paziente.

La vera crisi di cui soffre l’Argentina è un fallimento cronico della politica monetaria. Questo fatto non è nemmeno stato accennato nei resoconti dei media generalisti. È stato dato per scontato che, dal momento che Mauricio Macri è diventato presidente nel dicembre 2015, l’Argentina avrebbe intrapreso un percorso virtuoso verso la deregolamentazione, la riduzione dei deficit e la disinflazione. Ma nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. Tuttavia, nonostante il successo di Macri nel raggiungere i primi due obiettivi, è stato un disastro sul fronte dell’inflazione come il suo predecessore di sinistra. Ci basta esaminare due indicatori per verificare questa affermazione: il tasso di cambio USD/ARS e il tasso di crescita dell’offerta di moneta argentina (M2) da quando Macri è in carica.

Come ha sottolineato Ludwig von Mises all’inizio del XX secolo, l’indicatore più sensibile dell’inflazione dei prezzi è il tasso di cambio. Come possiamo vedere dal grafico qui sotto, il prezzo di un dollaro è salito da circa 13 pesos alla fine del 2015, quando Macri ha chiuso i controlli sui cambi, a 22 pesos di oggi, un deprezzamento del 70% rispetto al dollaro.

L’unica causa dell’inflazione dei prezzi e del deprezzamento della valuta, come disse anche Mises, è l’espansione artificiale dell’offerta di moneta da parte della banca centrale. Deficit di bilancio e bassi tassi d’interesse non sono la causa dell’inflazione, ma solo i principali motivi per cui governi e banche centrali adottano politiche monetarie espansive. I grafici qui sotto mostrano che dopo i due anni di presidenza di Macri, il tasso di crescita annuo della massa monetaria non è mai sceso al di sotto del 25% annuo e per i primi tre trimestri del 2017 ha superato il 45% all’anno.

Né una riduzione dei deficit di bilancio, né un aumento dei tassi d’interesse impediranno future crisi della valuta. I deficit di bilancio possono essere finanziati da prestiti non inflazionistici da parte di investitori stranieri. Gli aumenti prudentemente orchestrati dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali sono inutili perché, a meno che i mercati del credito non siano liberi di scoprire il tasso d’interesse “naturale” che equipara l’offerta e la domanda di fondi risparmiati volontariamente, l’offerta di moneta continuerà ad espandersi, volenti o nolenti. I prezzi continueranno quindi a salire e la valuta si svaluterà a singhiozzo.

Quindi dimenticatevi degli interventi nei mercati dei cambi! Dimenticatevi delle manipolazioni dei tassi d’interesse! Dimenticatevi degli obiettivi d’inflazione e della riduzione del deficit! Se il governo argentino è seriamente intenzionato a liberare il Paese dalla (presunta) piaga delle crisi della valuta, tutto ciò che deve fare è ordinare alla banca centrale di cessare tutte le operazioni di mercato aperto e di prestito. Ciò congelerebbe l’ammontare delle riserve bancarie e della valuta del Paese (ovvero “la base monetaria”), bloccando ulteriormente l’espansione dell’offerta di moneta e consentendo al tasso d’interesse di trovare il suo livello naturale. Potrebbero inizialmente verificarsi una recessione e un ulteriore deprezzamento del tasso di cambio, in caso di liquidazione di investimenti improduttivi ed aggiustamento di prezzi, salari e produzione alle preferenze dei consumatori. Alla fine questa strada farà sì che il peso si apprezzi sui mercati dei cambi. A quel punto i politici potrebbero avviare una discussione sull’attuazione di una politica anti-inflazione più permanente, come l’abolizione della banca centrale e del peso stesso e la “dollarizzazione” dell’economia. Oppure potrebbero prendere in considerazione la possibilità di abolire tutte le barriere legali al pagamento e alla contrattazione in oro, argento e valute estere per garantire la concorrenza con il peso.

[*] traduzione di Francesco Simoncelli: https://francescosimoncelli.blogspot.it/

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