Ministro, salvi la Scuola dalla “Buona Scuola”

Di Maurizio Blondet , il - 77 commenti

(Un intervento essenziale di Elisabetta Frezza, madre di 5 figli,   dottore in giurisprudenza, autrice del saggio “La Mala Scuola” –  già apparso su Riscossa Cristiana. Lo metto in posizione centrale perhé sia letto dal maggior numero di persone possibile)

Lettera aperta al neo Ministro dell’Istruzione

Egregio Ministro Bussetti,

sono madre di cinque “utenti” della scuola italiana – attualmente sparsi tra università, liceo, scuola media e scuola elementare – e, per quanto ciò possa significare in concreto (poco), partecipo ad “organi collegiali” come rappresentante dei genitori, sia di classe sia di istituto. Per dire, sono una buona cliente, per stato di famiglia, dell’istituzione di cui Ella è ora a capo e, nei limiti del possibile, mi sforzo anche di guardarci dentro attraverso gli strumenti che il mostro burocratico graziosamente mi offre.

Da molti anni dunque, seguendo le avventure dei miei figli, vivo la scuola di vario ordine e grado, santo giorno dopo santo giorno. Vivendola, confesso, la soffro sempre di più. E voglio provare a scriverLe il perché.

Lo farò, di necessità, per pennellate grossolane (rendendomi ben conto che i temi lambìti sono tanti e che ciascuno meriterebbe adeguato approfondimento), ma – Le assicuro – con la premura che discende dalla consapevolezza di come il nostro futuro, nel bene e nel male, si giochi proprio lì, tra banchi e cattedre ormai fuori moda, dove torme di scolari sono intrattenuti a suon di “lezioni” non più frontali ma circolari, maneggiano tablet inerti al posto delle sudate carte, collezionano “debiti” e “crediti” invece che sufficienze e insufficienze, pendono dallo schermo televisivo dell’irrinunciabile LIM (Lavagna Interattiva Multimediale), postera psichedelica della lavagna a gessetti ormai cancellata dalle dotazioni. Un armamentario didattico – e lasciamo perdere il buco nero dei registri elettronici, straordinari moltiplicatori di imbarazzi nella gestione dei rapporti scuola/famiglia – che, di per sé, è sintomo evidente della mutazione genetica della scuola italiana, un tempo modello di eccellenza sulla scena mondiale, reincarnata adesso in una tragica parodia di se stessa.

E siccome oggi bisogna fare i conti anche con la drammatica latitanza della famiglia, vittima predestinata di uno sfilacciamento sociale e di un collasso morale tutt’altro che casuali, la responsabilità della scuola nel preparare alla vita le giovani generazioni diviene, se possibile, ancor più pesante.

Le oligarchie di matrice sovranazionale che pretendono di reggere le nostre sorti, questo lo sanno bene: sanno che la tappa finale di ogni progetto egemonico, quella destinata ad assorbire tutto il resto, consiste proprio nell’impossessarsi della educazione. Espugnare l’educazione vuol dire accaparrarsi il futuro, senza residui. Sanno, costoro, che l’annientamento culturale – mascherato, beninteso, da progresso pedagogico – è funzionale all’azzeramento identitario, e garantisce la produzione di materiale umano fluido, obbediente e di facile manipolazione.

Dalla educazione alla ri-educazione

La degenerazione, in apparenza inesorabile, del sistema cosiddetto educativo corrisponde a uno stravolgimento del suo stesso significato e, quindi, della sua funzione.

A scuola una volta si andava per imparare (e qualcuno, forse, ingenuamente crede che sia ancora così): imparare da maestri chiamati ad insegnare, cioè a trasmettere quelle conoscenze che, sedimentandosi via via nel tempo lungo della formazione, compongano il bagaglio culturale utile a ciascuno per diventare un essere pensante in proprio e, insieme, strutturino l’impalcatura logica dentro cui riporre quel bagaglio.

Oggi no. Oggi i creativi della nuova scuola, quella “buona” per autocertificazione – forti dell’implacabile lavorio pregresso di demolizione di quella vecchia, cattiva per definizione come tutto quanto appartiene al passato – ci informano compunti che a scuola si deve andare per entrare in relazione, per socializzare, per interpretare e comunicare le proprie emozioni, per mettersi in ascolto dell’altro quale che sia, per coltivare il “benessere gruppale” (non è uno scherzo, giuro, ne conservo prova documentale), per esercitare il proprio “di-rit-to al successo formativo” (sì, nella fabbrica dei diritti farlocchi hanno escogitato anche questo), per gestire pacificamente i conflitti (il dissenso è bandito per legge nella comunità scolastica irenista e omogeneizzata), per essere infarciti di ogni genere di pseudo-educazione che sia partorita dalla fervida fantasia dei pedagogisti due-punto-zero e offerta come becchime alle nuove generazioni a scopo ri-educativo.

I tecnocrati di stanza a Bruxelles ci spiegano infatti che l’istruzione deve assicurare ai “cittadini europei” – tradotto: ai bravi ominidi omologati, allevati in batteria – l’acquisizione delle “competenze-chiave” necessarie per adattarsi con flessibilità ai cambiamenti di “un mondo caratterizzato da forte interconnessione a causa delle nuove sfide della modernità” (cfr. Raccomandazione 18/12/2006). La cultura? Acqua passata, come la lavagna di ardesia, i registri rilegati, il greco e il latino, i congiuntivi, la bella calligrafia, il maschile generico e la lingua letteraria. Ora viviamo, appunto, nel fantastico mondo delle competenze permanenti e trasversali, del martellante (e indecoroso) “studentesse e studenti”, dell’anglofonia pervasiva, dell’imprenditorialità obbligatoria, delle soft skills e dell’imparare ad imparare, tutto tarato sui criteri assorbenti della efficienza tecnico-economica che, sola, muove e governa le masse telecomandate. Ciò che non produce un tornaconto immediato per il modello-base dell’homo faber nel terzo millennio è mercanzia superata da destinare alla discarica o, al più, al magazzino del robivecchi. Studiosi e contemplativi, banditi senza scampo per manifesta inutilità sopravvenuta. Insieme al buon gusto.

Ecco che, da luogo di trasmissione del sapere, dove si educa istruendo (questa la sua vera insopprimibile funzione), la scuola sta diventando un sinistro incrocio tra un contenitore ricreativo, ovvero una sorta di grest permanente, e un laboratorio di rieducazione etico-sociale collettiva. Se non lo è ancora diventata del tutto, e qualche oasi sfugge al diserbante sparso a piene mani dalla regia, bisogna ringraziare quei maestri che non ci stanno a reinventarsi guitti all’inseguimento dell’audience e, nonostante il trattamento degradante loro riservato (e non mi riferisco tanto o solo al profilo economico), possiedono ancora la voglia e la forza di tradere agli allievi il sapere capitalizzato in anni e anni di studio e di esperienza.

Costoro, per poter lavorare, devono resistere ad insulti sistematici mossi al proprio decoro personale, prima ancora che professionale: incombenze burocratiche surreali, consegne farneticanti, “aggiornamenti” coatti somministrati – ironia della sorte – dai pedagogisti di regime analfabeti patentati. Patentati nel senso di muniti della patente di “esperti” rilasciata a norma europea, e della spocchia connessa.

Il superamento della fallimentare “buona scuola”

In questo orizzonte, non particolarmente roseo, il proposito del Suo governo di smantellare la legge 107, cosiddetta della “buona scuola”, suona senz’altro confortante.

La riforma renziana, infatti, si è rivelata uno scrigno inesauribile di trovate devastanti per il sistema di istruzione e, di riflesso, per i suoi incolpevoli destinatari. Trapela, dal testo di legge (212 commi per un unico articolo), una notevole dimestichezza, più che con la lingua italiana questa sconosciuta, con gli artifizi e i raggiri della tecnica legislativa deteriore: gli illuminati estensori hanno allestito un marchingegno capace di inglobare di soppiatto – facendolo entrare da una porticina di servizio attraverso un gioco di rinvii plurimi, concatenati e permanenti – tutto quanto via via sfornato in sede europea dalla piovra tecnocratica, senza volto e senza responsabilità, a cui abbiamo lasciato in gestione i cordoni della nostra borsa. Sicché, anche per le materie (ad esempio l’istruzione) in cui le disposizioni europee, in teoria, non sarebbero vincolanti per gli stati membri, nei fatti lo diventano per via del ricatto economico; e così vengono travasate in blocco, surrettiziamente, nell’ordinamento giuridico interno.

Fraudolentemente confezionata, furtivamente votata, poderosamente finanziata a dispetto della crisi (per la bonifica dei cervelli, evidentemente, non si bada a spese), la legge 107 rappresenta il coronamento di una imponente manovra – alla cui preparazione hanno concorso i governi degli ultimi decenni senza distinzione di colore politico – funzionale all’annientamento culturale e identitario che prelude alla realizzazione del piano egemonico mondialista: l’obiettivo è di riuscire a deprimere, una volta per tutte, anche l’istruzione italiana, a partire dalle basi fino a un’università da adibire stabilmente alla produzione massiva di analfabeti di livello superiore.

Ecco perché c’è da augurarsi che il preannunciato superamento della “buona scuola” – come da contratto di governo – non investa soltanto il profilo organizzativo della politica scolastica (graduatorie, titoli, reclutamento, edilizia, etc.), ma coinvolga in senso più ampio i presupposti ideologici di un modello di istruzione distorto, strumentale a un programma di appiattimento (e correlativa sudditanza) culturale.

Sotto l’ombrello della famigerata legge 107, nelle scuole di ogni ordine e grado sono promossi, in orario curricolare, i corsi e i “progetti” più disparati e demenziali, di solito appaltati a sedicenti “esperti” esterni al corpo docente: un diluvio di pseudo-educazioni per altrettante pseudo-competenze, che rapinano spazio alle discipline tradizionali e saturano di paccottiglia ideologica gli stessi libri di testo. Lungi dall’arricchire le conoscenze fondamentali, ne minano l’acquisizione e il consolidamento, contribuendo, se ce ne fosse ulteriore bisogno, alla costruzione sociale della superficialità come sistema.

La scuola così ridotta a un palcoscenico da avanspettacolo, dove si insegna tutto fuorché quello che ha a che fare con il vero sapere e la vera conoscenza, non può che prepararci un futuro imbelle e psicotico di analfabetismo diffuso. Ma – attenzione – trattasi di analfabetismo scolarizzato, che mentre illude tutti quanti di essere “imparati”, in realtà rende tutti felicemente plasmabili, programmabili, omologabili, performati ai nuovi dogmi pacifisti ecumenici ed equosolidali che la correttezza politica prepotentemente impone. Apolidi senza storia, senza radici, senza vera formazione umana, ma che sanno di tecnologia, di mercato e altre “abilità” e sono pronti a diventare tante docili componenti dell’ingranaggio burocratico-industriale che si muove al ritmo salmodiato delle formule ipnotiche; ritornello fisso – anzi, tormentone – il fatidico “ce lo chiede l’Europa”.

Riappropriamoci della nostra lingua. E delle nostre radici

Non che la “buona scuola” della Giannini, di Renzi e della Fedeli sia spuntata fuori improvvisamente come un fungo. Ha attecchito su un terreno fertile, dissodato da tempo.

Già da qualche decennio, infatti, viene seminato un metalinguaggio tossico ad uso scolastico – che dovrebbe urtare il senso estetico prima ancora del buon senso – di cui sono intessute leggi, decreti e circolari, e che rimbalza nei programmi, nei pof, ptof, nelle schede di valutazione (le fu pagelle): un misto di pedagogismo d’accatto e di didattichese farneticante che, volenti o nolenti, tutti abbiamo ormai nell’orecchio e lo ruminiamo credendolo inevitabile, e forse anche innocuo. In realtà questo orribile gergo parallelo è il carro su cui sono trasportate le idee degenerate al servizio del piano di demolizione culturale e di indottrinamento delle nuove generazioni, lanciate a loro volta a tutta velocità verso il progressivo imbarbarimento del linguaggio e dei costumi col conforto delle istituzioni.

Ecco perché sarebbe urgente, egregio ministro, in primis una controrivoluzione lessicale, o qualcosa del genere, che sradichi l’erba cattiva delle formule tossiche e ripristini, nel tessuto normativo come nella pratica amministrativa, le parole vere. Cioè quelle aderenti alla realtà delle cose, alla logica, alla lingua italiana e al senso comune.

Al proposito, per quanto impopolare possa essere affermarlo in tempi di esterofilia obbligatoria, non se ne può più dell’inglese. L’inglese deve condire ogni pietanza didattica, deve infiltrarsi in ogni pratica amministrativa, deve giocare la parte del leone in ogni ptof che si rispetti di ogni scuola che voglia farsi rispettare. La lingua anglica è diventata protagonista in terra italiana, nella terra di un idioma ricco come pochi di storia e di bellezza espressiva. C’è qualcosa che non torna.

La colonizzazione linguistica cui ci stiamo volontariamente ed entusiasticamente sottomettendo erode a vista d’occhio l’apprendimento della nostra lingua madre, in tutti i suoi aspetti culturali, storici e letterari. Porta con sé una semplificazione del lessico e, con essa, una atrofia della attitudine analitica e critica di chi viene ammaestrato quasi solo, ormai, alla comunicazione spicciola, misurata anch’essa in termini di mera efficienza economica. Tra poco, l’”obiettivo formativo” sarà la comunicazione a gesti in presenza dell’interlocutore, per emoticon in sua assenza. E ci diremo tutti soddisfatti del progresso raggiunto, dello svecchiamento compiuto, della scuola al passo coi tempi. Che i tempi siano barbari, pazienza.

Non ce ne rendiamo nemmeno più conto, di quale furto continuato sia perpetrato con destrezza all’Italiano e ai suoi insigni autori di ieri e di oggi, se la più grande attrazione delle “offerte formative” – quella che fa impennare l’indice di gradimento – pare sia proprio la qualità e la quantità delle prestazioni anglofone, fonti di sicuro guadagno per gli enti erogatori di pacchetti didattici e vacanze-studio, con la corsa all’accaparramento delle certificazioni (KET, PET, FIRST, IELTS e chi più ne ha più ne metta) inventate per spillare denaro agli zelanti certificandi, molto ignoranti e molto cosmopoliti.

Altro dispositivo devastante, non per nulla reso indiscriminatamente obbligatorio per tutti gli istituti superiori, licei compresi, è quello della alternanza scuola-lavoro. La macchina imponente messa in moto dalla banda renziana con il patrocinio di Confindustria, sindacati e altri soggetti interessati all’affare, si inquadra alla perfezione nel progetto di smantellamento culturale concertato nelle tecnosfere.

La bella trovata della alternanza – gabellata come un edificante sistema di familiarizzazione precoce col mondo del lavoro – impone duecento ore di lavoro (minorile) coatto e non retribuito a tutti gli studenti delle superiori e, come se non bastasse, li obbliga alla frequenza di decine di ore di cosiddetta formazione, di norma sottratte alle materie curricolari, col chiaro intento di distoglierli dall’impegno per lo studio nell’età (che non torna più) in cui questo è capace di dare frutti irripetibili.

Rincuora quindi leggere nel contratto di governo una critica risoluta all’istituto, definito esplicitamente “dannoso”, tale da impegnare gli studenti in “attività che nulla hanno a che fare con l’apprendimento” e troppo spesso risultano incoerenti col ciclo di studi intrapreso.

Il liceo classico: la straordinaria attualità di un presunto anacronismo

E qui non posso non spezzare una lancia a favore di quella formazione superiore classico-umanistica che, fiore all’occhiello del nostro sistema scolastico, è invece sciaguratamente spinta, anche in Italia, sulla via dell’abolizione ufficiale; come fosse un passatempo démodé meritevole di essere coltivato tutt’al più da qualche nostalgico col gusto per l’eccentrico nella quiete cimiteriale di qualche riserva accademica. La Francia, sempre all’avanguardia, ha già provveduto a disinfestare il campo – affinché non vi cresca più il pensiero – per mano dell’illuminata ministro Belkacem.

Da noi l’agonia è più lenta, ma i bravi riformatori della buona scuola ci hanno messo il carico da undici, in armonia con la ratio innovatrice dell’opera di cui si sono resi diligenti interpreti. L’alternanza con il “lavoro” è infatti un evidente insulto al senso di una scuola come il liceo classico che, per sua stessa indole, mira ad affinare le capacità logiche e speculative di chi sceglie di frequentarla (è risaputo quanto lo studio e la traduzione delle lingue morte sia una palestra mentale impareggiabile anche per l’apprendimento delle materie scientifiche, altro che obsolescenza), a stimolare le attitudini di pensiero e la sensibilità etico-morale attraverso l’indagine sull’uomo, il suo passato, la sua natura spirituale.

Ma l’attacco al liceo classico parte da prima, parte dal famigerato “orientamento” delle scuole medie, dove viene intenzionalmente cancellato dalla scena, tamquam non esset, ridicolizzato addirittura a beneficio dei nuovi fantasmagorici prodotti del supermarket scolastico, colorati e attraenti, fatti per accaparrarsi clienti da addomesticare all’esistenza; quella teleguidata dell’uomo nuovo europeo, infilato sin dall’infanzia nel proprio tubo specialistico senza prese d’aria né uscite di sicurezza affinché non ceda, sia mai, alla tentazione di pensare.

Eppure il patrimonio universale della cultura antica, quel patrimonio inestimabile che ha la sua culla nella nostra terra e di qui si è irradiato insieme alla civiltà di cui siamo indegni eredi, contiene tutto quanto serve, oggi come ieri, a formare l’uomo e anche il “cittadino”, e lo fa attingendo non a ideologie estemporanee, ma al nucleo perenne della natura umana e della umana ragione radicato nei secoli.

Questo patrimonio inestimabile di storia, lingua, arte, scienza e tradizione, che ci precede e ci sovrasta, non è disponibile. Esso appartiene al bene comune ed è tanto più rilevante oggi, in tempi di imbarbarimento generalizzato di costumi, di linguaggio e di pensiero. Abbiamo la responsabilità di conservarlo e trasmetterlo per le generazioni a venire, a beneficio di tutti.

Mentre sono in produzione seriale eserciti di invertebrati senza memoria e senza identità, studiare l’Eneide, la tragedia di Eschilo o i dialoghi di Platone offre ancora gli strumenti privilegiati per una integrale formazione umana, utile per interpretare criticamente il mondo e le cose della vita, per costruire una solida autonomia intellettuale, e anche – ebbene sì – per diventare cittadini responsabili e persone “virtuose”, sul modello dell’antica paideia.

Perché a scuola non si può insegnare tutto quanto si muove intorno a noi a ritmo frenetico e soggetto, peraltro, a rapidissima obsolescenza: a scuola si dovrebbero attrezzare intellettualmente e culturalmente i giovani restando un passo indietro rispetto alla vita, preservando cioè quella distanza che, sola, permette di elevare lo sguardo al di sopra del contingente.

Certo, bisognerebbe prima liberarsi dall’asservimento alle statistiche degli enti inutili che battono la sempre seducente bandiera dello “sviluppo”, e filtrano ogni valutazione attraverso il criterio unico economico-finanziario. L’OCSE e il suo strumento di rilevazione, il famosissimo INVALSI, dettano i dogmi inviolabili di un orizzonte educativo asfittico e alienante. Del resto, sono emissari della stessa centrale sovranazionale, sempre lei…

Largo agli insegnanti veri

Insomma, nella scuola che sogniamo andrebbe fatta anzitutto un’opera di bonifica: lessicale, linguistica, burocratica, normativa. Sogniamo che l’ipertrofia della casta dei burocrati e dei pedagogisti, armata di demolitori per formazione e di professione, sia drasticamente ridimensionata a vantaggio degli insegnanti veri, quelli che sanno – e quindi possono anche trasmettere – qualcosa che non sia aria fritta e ideologia prêt à porter, ma che oggi sono ridotti a maestranze pendolari umiliate e mortificate dentro un apparato tanto elefantiaco quanto fatiscente messo al servizio non più degli studenti, ma del Superstato di cui ci troviamo a essere, tutti, sudditi involontari.

In fondo, a pensarci bene, signor Ministro, non si chiede poi molto alla scuola che verrà.

Non si chiedono ulteriori “evoluzioni” verso il vuoto, a imitazione di modelli standardizzati già rivelatisi fallimentari, ma la presa di coscienza che non abbiamo nulla, ma proprio nulla, da spigolare altrove in nome di un balordo complesso di inferiorità verso chi non ha nulla, ma proprio nulla, da insegnare all’Italia. Anzi, semmai è il contrario. Mi auguro, signor Ministro, che nelle nostre scuole si tornino a coltivare i saperi che si sono sempre coltivati e che sono il nobile tessuto connettivo di un popolo intero, perché è dallo sforzo del loro apprendimento, dall’esito della loro assimilazione – e non certo del ciarpame sociopsicopedagogico gabellato per moderna educazione – che discendono sia una solida formazione individuale, sia il recupero della cultura e dell’identità del nostro grande paese, che non per niente è nel mirino dei vampiri esteri e dei loro zelanti servi autoctoni.

 


L’articolo Ministro, salvi la Scuola dalla “Buona Scuola” proviene da Blondet & Friends.

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